GUIDO RIVOSECCHI, Editoriale. Quel che resta dell’autonomia finanziaria degli enti territoriali

fugue1. C’era una volta l’autonomia finanziaria, potrebbe dirsi guardando a quanto scolpito nella Carta costituzionale, indefettibile presupposto per assicurare l’autogoverno e la differenziazione. La riflessione suggerita dai contributi proposti in questo numero di “Diritti regionali” consente di meglio valutare le sorti del disegno autonomistico ad oltre quindici anni dall’entrata in vigore della legge cost. n. 3 del 2001.

In effetti, ad oggi, l’«autonomia finanziaria di entrata e di spesa», affermata dall’art. 119 Cost., non ha ancora trovato attuazione. Pur delineando un modello sufficientemente “aperto” di finanza territoriale, suscettibile di oscillazioni ora in favore del principio autonomistico, ora a tutela delle imprescindibili istanze unitarie, le norme costituzionali sono poste direttamente a presidio degli enti locali, affermando, tra l’altro, la facoltà di stabilire «tributi ed entrate propri, in armonia con la Costituzione e secondo i principi di coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario». Ne consegue che il profilo maggiormente qualificante dell’autonomia, qui preso in esame, dovrebbe consentire di disporre dell’indirizzo di spesa e della potestà impositiva, sia pure secondo i principi di coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario che discendono dall’art. 117, terzo comma, Cost., nonché dagli obblighi di solidarietà e di perequazione, funzionali ad attenuare le asperità fiscali e gli squilibri territoriali (artt. 2, 5 e 119,  Cost.).

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