GIACOMO D’AMICO, Mini-costituzioni per quali Regioni? Considerazioni a margine della riflessione di T. Martines sugli statuti delle Regioni di diritto comune

Jean_Huber

1. La fortuna di una “formula”

La fortuna delle “formule” utilizzate dai giuristi per descrivere una certa realtà è, nella maggior parte dei casi, legata all’idoneità di siffatte formule di cogliere, in poche battute, i caratteri distintivi di un fenomeno. In qualche altro caso, invece, la fortuna deriva da quella che potrebbe essere definita la “capacità predittiva” della formula, tale da fotografare l’esistente e, al contempo, da individuare l’evoluzione futura.

Entrambe queste caratteristiche ricorrono nel caso della definizione di «mini-costituzioni», data, in senso critico, da Martines agli statuti delle Regioni di diritto comune. Si tratta, dunque, non solo di una sintesi estrema della direzione di marcia seguita dall’autonomia statutaria nella sua prima fase di vita, ma anche di una formula idonea a descrivere gli sviluppi della seconda fase dell’autonomia statutaria, in particolare di quella avviatasi all’indomani della riforma costituzionale del 1999. Questa seconda caratteristica della definizione in parola non era sicuramente voluta da Martines, il quale, al contrario, auspicava che, al di là degli “slanci” del primo legislatore statutario, le Regioni potessero presto trovare la loro dimensione naturale, che evidentemente, alla luce delle considerazioni precedenti, equivaleva ad un ridimensionamento rispetto a talune affermazioni contenute negli statuti.

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