LUIGI VENTURA, È la democrazia, giovani bellezze

Avevo deciso di non pubblicare queste osservazioni, poiché credo fermamente che il “dibattito” dovrebbe riguardare il merito e il contenuto proposti agli elettori e non già il metodo con cui è partita la discussione, contando chi è favorevole o contrario, lanciando definizioni ed insulti da stadio, quasi si trattasse di una disputa tra tifosi di calcio, tra guelfi e ghibellini, tra buoni e cattivi, tra milanisti, interisti, romanisti, fiorentini e juventini (lo sono con tutta la passione possibile dal 1956. Ho cominciato da Boniperti, Charles, Sivori, per continuare, per una vita, al dominio di questi anni e di quelli futuri. Pertanto, sotto questo profilo, sono un vincente).

Ma non posso tacere, dinanzi all’inasprimento del dibattito intorno al referendum costituzionale, al quale si è assistito nelle ultime settimane e, in particolare, dopo l’improvvida sortita del Ministro delle riforme sui partigiani, doverosamente resettata dal Presidente del Consiglio, con una pezza a colori assai più vistosa del buco, proprio perché non è possibile ritenere (come dice l’autrice) che siano state strumentalizzate le sue parole chiarissime, per grammatica e sintassi; dopo che lo stesso Ministro ha dichiarato che chi intende votare per il no al prossimo referendum costituzionale «non rispetta il Parlamento» (ma il suo staff, con un’altra pezza a colori, ha precisato che «la frase era riferita a chi (minoranza dem., ndr) oggi chiede di ripartire da capo con il percorso in Parlamento», quando alle Camere aveva votato, nei mesi scorsi, il testo attuale: La Repubblica del 10 agosto 2016).

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