GIAMPIERO DI PLINIO, Costituzione economica, costituzionalismo multilivello e ‘leale conflittualità’ nel nuovo Senato (delle autonomie)

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Parto da una semplice constatazione. Non si può costruire una teoria interpretativa e tanto meno valutativa di una riforma, specie di una riforma costituzionale complessa, se non si pongono prima dei paletti, dei presupposti, che sono esterni alla pur articolata legge di revisione che andremo a giudicare al referendum di ottobre. Più precisamente, sarebbe un devastante errore metodologico valutare la riforma alla luce del passato, cioè alla luce del contesto socioeconomico e istituzionale che precede il grande spartiacque rappresentato da Maastricht. Fino agli anni novanta, infatti, lo scenario interno e anche internazionale era raffigurato da una ‘costituzione economica’ di tipo interventista, e un modello di stato sociale/assistenziale di stampo keynesiano. L’effetto pratico era quello dello smussamento dei conflitti, sia industriali che istituzionali, all’interno di una specifica filosofia della “cornucopia inesauribile” della finanza pubblica.

Di fronte a una crisi industriale, mettiamo, in val di Sangro, la soluzione, per il grande ‘Zio’ dell’Abruzzo era semplice (e mi scuso del tono ‘leggero’ che vuol essere tutt’altro che irriguardoso nei confronti di una Classe Politica di altri tempi, ma comunque con la C e la P maiuscole). In elicottero o in auto, lui piombava a Palazzo Koch, sede della Banca d’Italia, prendeva di petto il Governatore e gli chiedeva di stampare i due, tremila miliardi necessari per tamponare la crisi, mediante l’oliatissima macchina del conto corrente di tesoreria e della creazione di debito pubblico. Era dappertutto così, non solo in Abruzzo.

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