ALESSANDRO MORELLI, Editoriale. Le ragioni del diritto regionale (e di una nuova rivista)

Rimini, Italia in miniatura

Il diritto regionale sembra attraversare una fase di declino. L’impressione non deriva tanto da elementi quantitativi: continuano, infatti, a essere prodotti molti scritti scientifici, anche di notevole pregio, riguardanti il diritto delle autonomie territoriali e altrettanto nutrita è la manualistica di settore, a fronte di un considerevole numero d’insegnamenti di diritto regionale e delle autonomie locali attivi in diversi atenei.

Il dato è, piuttosto, qualitativo: in declino è, innanzitutto, l’oggetto della disciplina, quell’autonomia regionale che nell’ordinamento repubblicano non ha mai trovato una propria identità definita e che oggi, a causa della crisi economica, viene spesso presentata come un’inutile zavorra di cui disfarsi senza troppi rimpianti. Le ragioni del declino non sono tutte recenti, alcune risalgono alla stessa genesi dello Stato democratico e ai decenni immediatamente successivi: le carenze del Titolo V della Parte II della Costituzione nella sua originaria formulazione (una «pagina bianca» lo ebbero a definire Giannini e Paladin), il notevole ritardo nell’attuazione del disegno regionalista per effetto di quello che Calamandrei chiamò l’«ostruzionismo di maggioranza» e, più in generale, l’assenza, tra le forze politiche dominanti, di un’autentica cultura delle autonomie che, di fatto, ha pesato molto sulla definizione dell’assetto degli enti territoriali, al di là di quell’“ossessione federalista”, oggi superata, che per almeno un ventennio ha dominato la scena pubblica.

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