[Corte cost., 19 luglio 2013 n. 222] “Ragionevolezza” e diritti sociali: la Corte costituzionale valuta caso per caso

Trieste, Castello di Miramare

La Corte si esprime nuovamente in materia di diritti sociali dichiarando la incostituzionalità dell’art. 9 della legge regionale del Friuli-Venezia Giulia n. 16 del 2011, laddove limita l’accesso degli stranieri a diverse prestazioni sociali al requisito della residenza sul territorio nazionale da almeno cinque anni, in questo modo rimettendosi nel solco della sua più recente giurisprudenza sul tema (cfr. da ultimo C. cost. n. 172 del 2013 in questo blog con post di Andrea Lollo, Continua il processo di universalizzazione dei diritti sociali). Per altre prestazioni sociali però la Corte valuta la non irragionevolezza della  limitazione dell’accesso ai soli cittadini italiani, residenti sul territorio regionale da almeno ventiquattro mesi.

Il discrimine fra i due tipi di prestazioni viene operato dalla Corte sulla base di una valutazione “caso per caso” della ratio di ciascuna disposizione impugnata, sulla capacità cioè di incidere sui bisogni dell’individuo considerato in quanto tale piuttosto che sulla volontà del legislatore di “premiare” formazioni sociali radicate sul territorio regionale.

In particolare, la Presidenza del Consiglio aveva proposto ricorso in via principale per l’impugnazione degli art. 2, 3, 5, 6 co. I, 7, 8, co. II e 9 della l.r. del Friuli Venezia Giulia n. 16 del 2011, che il Giudice delle leggi valuta preliminarmente inammissibili in riferimento all’art. 117 co. II lett. m) Cost., in quanto la censura del ricorrente non è accompagnata dalla necessaria individuazione dello specifico livello essenziale della prestazione, garantita dalla normativa dello Stato, con il quale le norme impugnate colliderebbero, dalla quale, per stabile giurisprudenza costituzionale, il ricorrente non può prescindere, posto che essa vale a determinare il limite oltre il quale, “cessata l’azione trasversale della normativa dello Stato, si riespande la generale competenza residuale della Regione sulla materia” (cfr. C. Cost. n. 8/2011 e n. 383/2005).

Mentre sono ritenute fondate le questioni di costituzionalità alle norme regionali in relazione all’art. 3 Cost., sotto il profilo della ragionevolezza. L’analitico esame della Corte la porta a rilevare che, se una provvidenza sociale oggetto della disposizione impugnata ha come fine la tutela dell’individuo in quanto tale, è irragionevole prevedere come limite di accesso alla stessa da parte degli stranieri il requisito della residenza prolungata per almeno cinque anni sul territorio italiano (si trattava dell’art. 9 della l. r. Friuli Venezia Giulia che disponeva tali limitazioni per l’accesso a diverse prestazioni sociali quali contributi economici straordinari in relazione a temporanee situazioni di emergenza individuali o familiari, assegni una tantum, a sostegno della natalità e delle adozioni di minori, destinazione di interventi di edilizia convenzionata, agevolata e di sostegno alle locazioni, assegnazione di alloggi di edilizia sovvenzionata ed interventi in materia di diritto allo studio). La Corte sostiene, infatti, che non vi è dubbio che, entro i limiti consentiti dall’art. 11 della direttiva 25 novembre 2003, n. 2003/109/CE e comunque nel rispetto dei diritti fondamentali dell’individuo assicurati dalla Costituzione e dalla normativa internazionale, il legislatore possa riservare talune prestazioni assistenziali ai soli cittadini e alle persone ad essi equiparate soggiornanti in Italia. Tuttavia, non è detto che un nesso a propria volta meritevole di protezione non possa emergere con riguardo alla posizione di uno straniero che abbia tuttavia legittimamente radicato un forte legame con la comunità presso la quale risiede e di cui sia divenuto parte, per avervi insediato una prospettiva stabile di vita lavorativa, familiare ed affettiva.

Infatti, in tema di accesso degli stranieri alle prestazioni di assistenza sociale, la giurisprudenza costituzionale stabilmente afferma che, mentre la residenza costituisce, rispetto a una provvidenza regionale, «un criterio non irragionevole per l’attribuzione del beneficio», non altrettanto può dirsi quanto alla residenza protratta per un predeterminato e significativo periodo minimo di tempo: tale criterio infatti non risulta rispettosa dei principi di ragionevolezza e di uguaglianza, in quanto «introduce nel tessuto normativo elementi di distinzione arbitrari», non essendovi alcuna ragionevole correlazione tra la durata prolungata della residenza e le situazioni di bisogno o di disagio, riferibili direttamente alla persona in quanto tale (cfr., oltre alla già menzionata C. cost. n. 172 del 2013, le sentt. n. 133, n. 4 e n. 2 dello stesso anno; n. 40 del 2011 e n. 432 del 2005).

D’altro canto però, ed ecco i distinguo operati dalla Corte costituzionale, la Regione, in quanto ente esponenziale della comunità operante sul territorio può ritenere di favorire, entro i limiti della non manifesta irragionevolezza, i propri residenti, anche in rapporto al contributo che essi hanno apportato al progresso della comunità operandovi per un non indifferente lasso di tempo.

Per questo motivo, se risulta irragionevole limitare l’accesso ai contributi economici straordinari in relazione a temporanee situazioni di emergenza individuali o familiari (ex art. 2 l.r. n. 16 del 2011) a coloro che siano residenti nel territorio regionale da almeno ventiquattro mesi, perchè tale provvidenza é volta al soddisfacimento dei bisogni primari dell’essere umano, non così accade per la scelta del legislatore regionale di limitare con lo stesso criterio temporale l’accesso agli assegni familiari e di sostegno della natalità e della adozione dei minori, agli assegni a tutela del diritto allo studio e alla distribuzione di immobili di edilizia convenzionata, perchè la ratio delle provvidenze è quella di favorire quelle formazioni sociali che non solo sono presenti sul territorio, ma hanno già manifestato l’attitudine ad agirvi stabilmente, così da poter venire valorizzate nell’ambito della dimensione regionale. In questo caso infatti non si tratterebbe di soddisfare un bisogno primario dell’individuo che non tollera differenziazioni correlate al radicamento territoriale, ma di approntare misure che eccedono il nucleo intangibile dei diritti fondamentali della persona umana, e che premiano, non arbitrariamente, il contributo offerto alla comunità costituita su base regionale da chi vi risiede oramai stabilmente.

Maria Esmeralda Bucalo

Foto | Wikipedia.org

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3 risposte a [Corte cost., 19 luglio 2013 n. 222] “Ragionevolezza” e diritti sociali: la Corte costituzionale valuta caso per caso

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