Le perplessità sulla proposta del Governo di abolire le Province

Milano, Castello sforzesco e Duomo

Negli ultimi giorni il tema dell’abolizione delle Provincie è tornato ad essere al centro dell’attenzione pubblica, dopo che la Corte Costituzionale ha dichiarato l’incostituzionalità delle disposizioni contenute nelle recenti manovre finanziarie, aventi ad oggetto la riforma e il riordino delle stesse. Si tratta, nello specifico, dell’art. 23 del d.l. n. 201 del 2011 (il c.d. decreto “salva-Italia) – convertito, con modificazioni, con legge n. 214 del 2011 – che configurava le Province quali enti di secondo grado non rappresentativi e degli artt. 17 e 18 del d.l. n. 95 del 2012 (il c.d. decreto “Spending review”) – convertito, con modificazioni, dalla l. n. 135 del 2012 – che prevedeva un procedimento per il riordino di questi enti. Tale procedimento avrebbe dovuto portare all’abolizione delle Province con meno di 350.000 abitanti e con un’estensione inferiore ai 2.500 chilometri quadrati e a quelle coincidenti con i territori in cui si sarebbero dovute istituire le Città metropolitane. Occorre però ricordare, in proposito, che quest’ultima fase di riforma e di riordino delle Province non è, comunque, mai decollata.

Il d.l. n. 188 del 2012, che provvedeva a delimitare le circoscrizioni provinciali e metropolitane e a ridurre il numero delle Province nelle Regioni ordinarie (da 86 a 51), infatti, non è stato convertito. Inoltre, la l. n. 228 del 2012 (legge di stabilità 2013) ha rinviato il riordino delle Province alla successiva legislatura, prevedendo il commissariamento di quelle che avrebbero dovuto andare al voto nel 2013.

La pronuncia della Corte ha dunque segnato l’apertura di una nuova fase nel dibattito relativo alla riforma delle Province, riforma che ora deve necessariamente ripartire da zero. In questo scenario, si inserisce la decisione del Governo di abolire le Province. Infatti, il Consiglio dei Ministri ha prontamente approvato – venerdì 5 luglio – un disegno di legge costituzionale per l’abolizione delle Province, attraverso la soppressione del riferimento a queste ultime in tutti gli articoli della Costituzione. Al termine di tale Consiglio, durante una conferenza stampa a Palazzo Chigi, il Presidente Enrico Letta ha illustrato i tratti fondamentali del d.d.l. costituzionale e ha garantito che verranno, a breve, approvati “interventi ad hoc” per le Province i cui organi sono in scadenza. In quell’occasione, inoltre, il Ministro per le riforme costituzionali, Gaetano Quagliariello, ha annunciato che il Ministro per gli affari regionali e le autonomie, Graziano Delrio, proporrà una legge ordinaria per l’applicazione del d.d.l. di riforma.

Essendo prematura una puntuale analisi di tale proposta – in quanto non si conoscono ancora i contenuti del d.d.l. costituzionale e della successiva legge di attuazione – ci si limita qui a formulare alcune osservazioni di carattere generale. Indubbiamente la proposta presenta alcuni aspetti che suscitano non poche perplessità. Innanzitutto, il maggior limite della proposta governativa deriva dal fatto che la scelta di abolire le Province sembra dettata esclusivamente da ragioni politiche e dall’esigenza di razionalizzare la spesa pubblica. In questo modo però, considerando come unico obiettivo il taglio dei costi della politica e dell’amministrazione, si corre il rischio di ignorare la necessità di realizzare un coerente processo di riorganizzazione del territorio e una razionalizzazione dell’amministrazione locale, al fine di soddisfare le esigenze di una maggiore semplificazione ed efficienza amministrativa. Sarebbe stato preferibile, invece, compiere un riordino delle autonomie territoriali partendo dal basso, ancor prima di porsi la questione relativa all’abolizione delle Province. In particolare, si sarebbe dovuta compiere una preliminare riflessione sul riordino e sulla razionalizzazione dei Comuni – anche attraverso una revisione delle circoscrizioni territoriali degli stessi – al fine di far fronte al problema dell’eccessiva frammentazione del sistema locale italiano. Del resto, si inserisce in questo contesto il processo di associazionismo comunale previsto dalle recenti manovre finanziarie. Ma soprattutto suscita perplessità la scelta del Governo di abolire tout-court le Province, anziché avviare un processo di riordino e razionalizzazione delle stesse, il quale porterebbe forse avere maggiori benefici. L’abolizione delle Province, infatti, oltre a portare a modesti risparmi di spesa – come dimostrato da uno studio dell’Università Bocconi del 2011 – potrebbe non essere in grado di risolvere l’annoso problema dell’esercizio delle funzioni di vasta area e delle sovrapposizioni di competenze tra gli enti. Ciò perché non sembra realisticamente ipotizzabile un sistema in cui manca un livello di governo intermedio tra il Comune, quale ente di amministrazione generale e di erogazione dei servizi, e la Regione, quale ente di indirizzo, programmazione e di governo. Si potrebbe dunque creare una situazione in cui vengono attribuite le funzioni di vasta area ad analoghi enti territoriali sovracomunali, con il rischio di un aumento dei costi, dato che, per un verso, si potrebbero determinare ulteriori duplicazioni e sovrapposizioni di competenze e, per altro verso, tali enti potrebbero essere anche meno virtuosi di quelli soppressi.

Appare dunque fondamentale che la legge di attuazione della riforma affronti le seguenti questioni: l’individuazione dei soggetti ai quali andranno le funzioni attualmente esercitate dalle Province; la razionalizzazione di tutti gli enti, anche attraverso la soppressione di enti strumentali, consorzi e ambiti territoriali e organismi di varia natura che svolgono impropriamente funzioni degli enti locali; l’imposizione del divieto di ricorrere a tali enti e organismi, al fine di evitare una loro sovrapposizione ai livelli di governo territoriali.

In conclusione, nel nutrire forti dubbi in ordine al processo di riorganizzazione del sistema delle autonomie territoriali avviato dal Governo e, più nello specifico, relativamente all’abolizione tout-court delle Province, ci si augura, almeno, che non venga sprecata un’altra occasione per riflettere su una riforma organica dell’assetto territoriale ed amministrativo. Riforma che sia in grado di semplificare l’amministrazione locale, eliminando le attuali sovrapposizioni di funzioni, e di garantire una maggiore efficienza ed economicità della stessa.

Gloria Marchetti

Università degli Studi di Milano

Foto | Wikipedia.org

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2 risposte a Le perplessità sulla proposta del Governo di abolire le Province

  1. G.luca ha detto:

    A parte che bastava aspettare il deposito delle motivazioni da parte della Consulta, per una forma di rispetto istituzionale e verso gli stessi enti coinvolti, a nemmeno di 24 ore il Governo, come se infastidito, dopo l’uscita di un comunicato stampa che anticipava l’esito “scontato” della sentenza, ha proposto un ddl costituzionale, ma come? Aspettiamo almeno le motivazioni, cerchiamo di capire come stanno le cose e una riforma di questa entità andava necessariamente fatta coinvolgendo gli stessi enti, che rappresentano un pezzo di storia italiana non indifferente, una realtà tanto bistrattata oltre che 56.000 dipendenti, che in un modo o in un altro, sono stati già “bollati”, inutile che girarci intorno. Nelle province esistono tante professionalità che anche un passaggio di casacca ad un comune o regione, vanificherebbero le stesse in tutti i sensi.

    La riforma non doveva partire dalle province ma dai comuni, poi interessare le province con ipotesi di accorpamenti specie in alcuni territori e in fine alle regioni, che in onestà, andrebbero tolte, manterrei comuni e province, le regioni solo un indicazione di natura geografica e nulla piu!!!

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