Con l’abolizione delle Province, sparisce il diritto all’autodeterminazione dei Comuni

Padova

Stando alla prima versione del disegno di legge costituzionale varato dal Governo Letta, concernente la abolizione delle Province (con l’eccezione di quelle autonome di Trento e Bolzano/Bozen e di quelle delle Regioni speciali), veniva abrogato il comma 2 dell’art. 132 della Costituzione (art. 2, comma 6, del DDL) il quale consente, previa approvazione della maggioranza delle popolazioni interessate tramite referendum, che Comuni e Province che ne facciano richiesta siano staccati da una Regione ed aggregati ad un’altra.

Ora, premesso che anche una legge di revisione della Costituzione non può violare i principi supremi dell’ordinamento, limite implicito a qualunque modificazione della Carta, la riforma governativa, cancellando la norma, impediva l’esercizio del diritto all’autodeterminazione delle collettività locali, in particolare dei Comuni, con la sola esclusione dell’ipotesi di creazione di nuove Regioni e fusione di quelle esistenti. Infatti, principio fondamentale dell’ordinamento, rafforzato anche dalla Carta europea delle Autonomie Locali del 1985 ratificata dall’Italia, è la volontà di sottrarre allo Stato la facoltà di determinare autoritativamente l’identificazione territoriale delle singole Regioni, impedendone qualunque evoluzione in vista delle più svariate esigenze di ordine economico, culturale, linguistico etc.

Pertanto, la previsione di meccanismi di variazione, tale da rendere vitale l’ente Regione, costituisce un elemento dal quale non è possibile prescindere. Ciò significa che il procedimento di modifica del territorio potrebbe essere anche parzialmente modificato (e non stralciato dalla Costituzione), senza però stravolgere una precisa opzione di fondo effettuata dall’Assemblea Costituente, ossia l’iniziativa a favore degli enti locali insediati nel territorio regionale, essenziale in un sistema a democrazia pluralista come quello italiano (si veda l’art. 5 della Costituzione che non si limita a riconoscere, ma anche a promuovere le autonomie locali) e la possibilità, tramite referendum, di sentire il punto di vista delle popolazioni interessate. Quest’ultimo aspetto è ulteriormente confermato dalla XI disposizione transitoria e finale della Costituzione (che consentiva deroghe al procedimento di cui all’art. 132, comma 1, Cost. per la creazione di nuove Regioni), per la quale l’obbligo di consultazione delle popolazioni interessate deve essere sempre e comunque assicurato qualunque sia la configurazione territoriale che il legislatore intende dare all’assetto regionale.

   Conscio dei problemi scaturenti da un’abrogazione tout court del comma 2 dell’art. 132 della Costituzione, dal momento che i Comuni continuano a costituire articolazione della Repubblica ai sensi dell’art. 114, comma 1, della Carta, l’Esecutivo, in data 17 luglio 2013, ha predisposto una seconda versione del DDL costituzionale in oggetto, ove rimane inalterata la formulazione del 132, comma 2, con espunzione del termine Province.

 

Daniele Trabucco

Università degli Studi di Padova

Fabio Marino

Università degli Studi di Padova

Foto | Wikipedia.org

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2 risposte a Con l’abolizione delle Province, sparisce il diritto all’autodeterminazione dei Comuni

  1. G.luca ha detto:

    Un altro pasticcio, tipo quello appena bocciato dalla Consulta?
    Possibile che poco più di 100 enti siano diventati il problema di un Paese ormai allo sfascio, non certo per colpa delle province, che davvero sono il capro espiatorio del fallimento della politica italiana su tutti i ronti.

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