[TAR Sicilia – Palermo sent. n. 1128 del 22/5/2013] Sul giudice competente a valutare l’illegittimità del procedimento di verifica dei poteri svolto dalla Commissione di Verifica dell’Assemblea Regionale Siciliana e perentorietà dei suoi termini

Palermo

Con la sentenza n. 1128 dello scorso maggio il TAR Sicilia Palermo coglie l’occasione per ribadire la sua giurisdizione in caso di illegittimità del procedimento di verifica dei poteri.

La fattispecie risale alla passata legislatura, il ricorrente esponeva che uno dei seggi assegnati al partito per il quale era candidato era stato assegnato ad un candidato poi divenuto sindaco di Messina. Intervenuta la sentenza della Corte costituzionale n. 143 del 23 aprile 2010 che ha dichiarato l’incostituzionalità della legge regionale siciliana n. 29 del 1995 (Elezione dei Deputati all’Assemblea regionale siciliana), così come modificata dalla legge regionale 5 dicembre 2007, n. 22 (Norme in materia di ineleggibilità e di incompatibilità dei deputati regionali), nella parte in cui non prevede l’incompatibilità tra l’ufficio di deputato regionale e la sopravvenuta carica di sindaco e assessore di un Comune, compreso nel territorio della Regione, con popolazione superiore a ventimila abitanti, il 3 giugno del 2010 il ricorrente proponeva formale reclamo all’Assemblea Regionale Siciliana, affinchè procedesse all’avvio del procedimento di contestazione dell’incompatibilità sopravvenuta. La Commissione di Verifica, avendo deliberato all’unanimità di assegnare un termine perentorio entro cui esercitare l’opzione, nonostante l’interessato non avesse optato e quindi si trovasse in posizione di contestazione dell’incompatibilità, decideva di non sottoporre la propria relazione finale all’approvazione dell’Aula, bloccando così la procedura di verifica dei poteri.

Nelle more della definizione del giudizio di merito, il 26 giugno 2012 l’ARS dichiarava decaduto il deputato e dunque insediato il ricorrente nella medesima carica, verificandosi poi lo scioglimento dell’Assemblea a causa delle dimissioni del Presidente della Regione. Per la qual cosa, sebbene quanto alle domande di annullamento degli atti impugnati la materia del contendere risultasse cessata, poiché contestualmente il ricorrente aveva proposto domanda di risarcimento del danno, il TAR coglie l’occasione per dedicarsi, preliminarmente ed in modo molto esteso, all’eccezione di difetto di giurisdizione sollevata dalla Avvocatura dello Stato difensore, in questo caso, della Assemblea Regionale, al fine di rigettarla.

Il Tribunale rileva immediatamente che nella vicenda non si contesta l’illegittimità del Regolamento dell’Assemblea, che sarebbe materia costituzionale e dunque sottratta alla impugnativa giurisdizionale, bensì la non corretta applicazione che di esso avrebbe fatto la Commissione di Verifica , decidendo di non inviare la relazione in Assemblea e determinando così la mancata definizione dell’iter di verifica dei poteri entro il termine annuale previsto dal Regolamento.

Partendo dalla giurisprudenza costituzionale che, da un lato, nega che l’Assemblea Regionale Siciliana possa essere pienamente assimilata ad una amministrazione (cfr. C. cost. n. 66 del 1964) e, dall’altro, però le nega anche la stessa posizione di autonomia del Parlamento nazionale quanto alla sindacabilità degli interna corporis acta (cfr. C. cost. n. 113 del 1993), il giudice amministrativo sostiene che nella fattispecie concreta la Commissione abbia svolto una funzione essenzialmente amministrativa, il che condurrebbe ad escludere il difetto assoluto di giurisdizione, nonché l’ipotesi di alternatività dei rimedi (quello parlamentare presso la Commissione di Verifica e quello giurisdizionale avanti l’Autorità giudiziaria).

I due rimedi infatti devono coesistere perché fondati su ratio e finalità diverse, così come affermato anche dalla Corte costituzionale con sent. n. 357 del 1996: La procedura di convalida presso il Consiglio regionale e il giudizio di fronte al Tribunale – per quanto attivabili entrambi per iniziativa di cittadini elettori, estranei al Consiglio stesso, e orientati in definitiva allo scopo comune dell’eliminazione delle situazioni di incompatibilità e di ineleggibilità previste dal legislatore, in cui versino i consiglieri – si svolgono su piani diversi, mirando a finalità immediate anch’esse diverse: la verifica del titolo di partecipazione all’organo collegiale a opera e nell’interesse dell’organo stesso alla propria regolare composizione, la prima; la garanzia del rispetto delle cause di ineleggibilità e incompatibilità nell’interesse della generalità dei cittadini elettori e a opera della Autorità giudiziaria, la seconda”.

L’attività riservata all’ARS di convalida dell’elezione dei propri componenti ai sensi dell’art. 61, co. I, della l.r. n. 29 del 1951 e di eventuale giudizio definitivo su contestazioni, proteste e reclami sono infatti riferibili alla fase amministrativa del contenzioso elettorale (cfr. C. cost. n. 113 del 1993, punto 4, del considerato in diritto). Da ciò deriva che i due rimedi, avendo finalità diverse, non sono fra loro alternativi, ma entrambi attivabili anche nella pendenza di uno dei due.

Al fine poi di vagliare la fondatezza delle pretese risarcitorie del ricorrente, il Tribunale amministrativo esamina le disposizioni del Regolamento dell’ARS che all’art. 61 dispone che la relazione della Commissione di Verifica sia trasmessa al Presidente dell’Assemblea e, al co. IV, che “I ricorsi ed i reclami presentati nel corso della legislatura sono decisi dalla Commissione entro un anno dalla data di presentazione.”: il suddetto termine è perentorio e, fra l’altro, “per nulla breve” al fine di consentire il ponderato vaglio della posizione dell’eletto. Nel caso di specie, invece, a quasi un anno dalla presentazione del reclamo la Commissione aveva solo avviato l’iter per la dichiarazione di incompatibilità, in una vicenda che invero non “imponeva particolari approfondimenti, atteso che la Corte costituzionale, con la citata sentenza n. 143/2010, ha dichiarato l’incostituzionalità della l.r. n. 29/1951, nella parte in cui non è stata inclusa, tra le cariche incompatibili con le funzioni di deputato regionale, anche quella di sindaco o assessore di comuni con popolazione superiore a ventimila abitanti”.

D’altro canto, la Commissione aveva il preciso obbligo, una volta avviato il procedimento di contestazione, di presentare all’Assemblea la relazione finale ai sensi dell’art. 55, co. II, dello stesso Regolamento che dispone che “Nei casi di incompatibilità o di ineleggibilità, riconosciuta ad unanimità dalla Commissione, questa può prescindere dal procedimento di contestazione; ma la proposta dell’annullamento della elezione deve essere sempre presentata dall’Assemblea con relazione scritta”.

Maria Esmeralda Bucalo

Foto | Wikipedia.org

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