Il regionalismo visto da Luciano Vandelli

Prof. VandelliNell’ambito del ciclo d’incontri con autorevoli giuristi sul tema del regionalismo, pubblichiamo, questa settimana, un’intervista a Luciano Vandelli, professore ordinario di Diritto amministrativo presso l’Università degli studi di Bologna.

Professore, a suo giudizio si può sostenere che la cultura dell’autonomia, in particolare dell’autonomia regionale, si sia veramente affermata tra gli studiosi e tra gli attori della politica e si sia diffusa nell’opinione pubblica?

In Italia le tensioni tra centralismo e autonomismo attraversano il dibattito politico e istituzionale in termini ricorrenti, sin dall’unificazione; e in realtà non si sono mai sopite. Così, tutta la nostra storia istituzionale sembra essere contrassegnata dall’oscillazione del pendolo ora in direzione centripeta, ora nella direzione opposta, con cambiamenti alquanto repentini, senza che si riesca a conseguire un punto di equilibrio ragionevole e stabile.

D’altronde, la situazione è spesso complicata da schizofreniche distanze tra gli orientamenti proclamati, gli annunci enfatizzati, i manifesti politici, da un lato, e la realtà praticata, dall’altro.

Ciò vale particolarmente per gli anni 2000. Quando si sono alternati e sovrapposti:

–  sul piano costituzionale, dapprima la riforma del titolo V, voluta dal centro-sinistra e contrastata dal centro-destra; quindi la proposta di “devolution” decantata da quest’ultimo, come alternativa alla prima, accusata per vari aspetti di eccessiva timidezza;

– sul piano legislativo, i ritardi nell’approvazione delle leggi fondamentali per dare attuazione alle riforme perseguite, in luogo delle quali si adottano misure parziali e contingenti. Fenomeno, questo, che ha assunto dimensioni assai evidenti negli anni più recenti, nel contesto della crisi economica;

– sul piano finanziario,  dove dal 2009 è in vigore una legge che introduce in Italia un assetto definito come “federalismo fiscale”, senza che ciò abbia impedito – quanto meno in alcune fasi – il prevalere di tendenze marcatamente centralistiche, nella provvista delle risorse così come nel loro uso, in piena svalutazione della sancita autonomia di entrata e di spesa.

In sostanza, dunque, nel nostro Paese sembra prevalere una instabilità di fondo, degli indirizzi  politici, dei messaggi comunicativi, degli assetti sostanziali; con tensioni assai variegate, rispetto alle quali è precisamente la cultura autonomistica a manifestare le maggiori debolezze.

Il tema riguarda, a mio avviso, in via generale la questione delle autonomie; ma ben può riferirsi particolarmente alla cultura regionalista, che – stretta tra federalismi di bandiera, robusti centralismi, frammentazioni localistiche – rischia di soffrire di una irrisolta fragilità.

Che consigli darebbe, quanto ai temi da approfondire e al metodo da adottare, a chi, oggi, volesse avvicinarsi allo studio del regionalismo in Italia, della sua teoria e delle sue applicazioni?

Fondamentale, a mio avviso, rimane comprendere le radici, le ragioni profonde, la storia, le impostazioni teoriche del regionalismo italiano, partendo dai classici (come, del resto, suggerisce la domanda successiva).

In secondo luogo, mi sembra necessario prestare una approfondita attenzione alle esperienze straniere, cogliendone i tratti comuni e le peculiarità, in modo da essere in grado di interpretare la sostanza delle impostazioni seguite nel nostro ordinamento.

Nella letteratura italiana e internazionale su autonomia, regionalismo e concetti affini, quali sono i classici la cui lettura lei ritiene fondamentale per chi voglia avvicinarsi allo studio del regionalismo?

Senza particolari originalità, partirei dagli studi sull’autonomia di Santi Romano e Giannini, cogliendo le prospettive di Benvenuti e Berti.

Specificamente sul regionalismo, Ambrosini, Albertoni, e la ricostruzione storica di Rotelli. Tra i manuali, anzitutto Paladin, per arrivare quindi agli studi più recenti, numerosi e interessanti, pur in un quadro così incerto e mutevole.

Su un piano comparato: Burgess, Elazar, Erk, Karmis. In Italia, cfr. D’Atena e de Vergottini.

A cura di Anna Trojsi

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