[Corte cost. n. 28/2013] Le previsioni di spesa regionali tra principi di coordinamento e obbligo di copertura finanziaria

Roma, Palazzo della ConsultaDelle dieci censure che il Presidente del Consiglio dei ministri solleva con l’impugnazione di numerose disposizioni della legge finanziaria della Regione Campania n. 1/2012 l’attenzione si rivolge a quattro, che riguardano profili di rapporti finanziari tra lo Stato e la Regione.

Anzitutto è oggetto di ricorso l’art. 11, co. 4, che prevede, nel contesto del contrasto dell’evasione fiscale e contributiva, che una quota delle somme derivanti da tale recupero possa essere impiegata per obiettivi determinati.

La norma dispone che il riutilizzo delle somme recuperate venga escluso dal complesso delle spese finali determinate ai fini del rispetto del Patto di stabilità interno, e ciò rispetterebbe la normativa statale – la legge di stabilità 2012, che lo vieta per gli enti locali ma lo ammette per le Regioni – salvo per il fatto che tale disponibilità è soggetta ad alcune precise condizioni: che il gettito sia incassato entro il 30 novembre di ogni anno, che le somme siano utilizzate per spese in conto capitale e che siano acquisite in apposito capitolo di bilancio. Secondo il ricorrente nessuna delle suddette condizioni sarebbe precisata dalla disciplina regionale, la quale violerebbe così l’art. 117, co. 3, e l’art. 119, co. 2, Cost.

Il giudice delle leggi accoglie il ricorso governativo partendo dal presupposto – confermato da costante giurisprudenza, e da ultimo dalla sent. n. 155/2011 – che il Patto di stabilità, al cui rispetto è tenuto l’intero sistema delle autonomie, sia espressione della competenza legislativa statale in materia di coordinamento della finanza pubblica. La mancata specificazione delle condizioni che l’art. 32, co. 4, lett. i, della legge n. 183/2011 – che costituisce la disciplina statale del Patto di stabilità – prescrive affinché la Regione possa sottrarre, ai fini della determinazione dell’ammontare delle spese, quelle finanziate con il gettito derivante dal recupero dell’evasione, ne determina l’illegittimità, perché così facendo si escludono alcune spese dal complesso di quelle determinate ai fini del rispetto del Patto di stabilità. Il giudice aggiunge a questo un ulteriore argomento, che è la preoccupazione per una possibile applicazione della disposizione anche nei confronti degli enti locali: poiché invece la legislazione statale in tema di Patto di stabilità è ancora più rigorosa con riguardo a queste autonomie, a cui non è appunto consentito sottrarre alcuna somma dal computo dei saldi relativi al rispetto del Patto di stabilità, la previsione della legge campana va assolutamente censurata per non consentire ulteriori attentati agli equilibri finanziari di altri enti.

La possibilità per le Regioni di sottrarre le spese finanziabili col gettito recuperato all’evasione – in un’ottica di stimolo a questa impresa a cui tutti gli enti territoriali sono chiamati – dall’ammontare complessivo delle spese computate ai fini del Patto di stabilità conserva dunque la sua validità, ma le Regioni devono farne uso nel quadro dei principi fissati dalla Stato: soprattutto le Regioni sono tenute a dimostrare la destinazione delle risorse a progetti di investimento, e questa costituisce probabilmente la prescrizione più significativa della legge statale a tale riguardo.

La contestazione degli artt. 22, 37 e 50 della legge regionale si fonda invece su una questione di copertura finanziaria: la violazione dell’art. 81, co. 4, Cost. sorgerebbe per il fatto che le tre disposizioni prevederebbero spese, per complessivi 2.500.000 euro, gravanti per almeno un milione di euro sul fondo di riserva per le spese impreviste, il quale ammonterebbe a 868.000 euro e sarebbe, dunque, incapiente rispetto alle spese previste.

Anche in questo caso la Corte riconosce l’illegittimità delle previsioni impugnate, che non solo confliggono con la costante giurisprudenza costituzionale tesa a richiedere che la copertura finanziaria sia indicata in maniera «credibile» (ex multis, sentt. n. 214 e 115/2012), ma ancor più risultano gravemente mal attribuite se si considera che le spese vengono fatte gravare su un’unità previsionale che contiene un «fondo di riserva per le spese impreviste» per l’anno 2012: l’argomento del giudice costituzionale è assai lineare, evidenziando come contrasti «con le regole di contabilità, stabilire che determinate spese, inserite nel bilancio di previsione – e per ciò stesso “previste” – siano fatte gravare su un fondo per spese “impreviste”, che è invece destinato ad evenienze non preventivabili». Posto che è la stessa legislazione della Regione Campania relativa alla contabilità – l. r. n. 7/2002 – che affida ad un fondo per le spese impreviste «le spese aventi carattere di imprescindibilità e di improrogabilità che non siano prevedibili all’atto di adozione della legge di bilancio», è evidentemente impropria ed illegittima l’attribuzione a tale fondo di spese in fase di approvazione del bilancio di previsione, e dunque assolutamente «previste».

L’ultimo rilievo sollevato dallo Stato merita di essere richiamato, in questo contesto, prevalentemente per evidenziare come la Corte – pur accogliendo il ricorso – non accetti integralmente la qualificazione del parametro indicato dal ricorrente. Il quadro di riferimento, per comprendere la disposizione in esame, è quello dell’Accordo sul Piano di rientro dei disavanzi sanitari 2007-2009 stipulato tra lo Stato e la Regione, che ha individuato il Presidente della Regione quale Commissario ad acta per la realizzazione del Piano di rientro stesso: lo Stato contesta ora l’art. 45, co. 1 e 3, della legge della Campania, laddove prevede una serie di attribuzioni per la Regione e le Università, che configgono con il mandato commissariale.

Ciò che presenta interesse è che lo Stato ravvisa la violazione dell’art. 117, co. 3 Cost., in relazione ai principi fondamentali di coordinamento della finanza pubblica; dell’art. 120, co. 2 Cost., nel quale trova fondamento il potere sostitutivo esercitato dal Governo attraverso la nomina del Commissario ad acta; e infine dell’art. 81, co. 4, Cost.

Ma il giudice delle leggi riconosce solo l’interferenza da parte del legislatore regionale con le funzioni del Commissario ad acta, e dunque la violazione dell’art. 120, co.2, Cost., non raccogliendo il riferimento al parametro dei principi fondamentali di coordinamento della finanza pubblica, che francamente nella questione sottoposta al giudizio non pare conferente. Sembra infatti almeno forzato il tentativo di assimilare la sottrazione di attribuzioni di un commissario governativo al mancato rispetto di principi di coordinamento della finanza, e dunque del tutto equilibrata risulta la soluzione della Corte di utilizzare il solo parametro dell’art. 120 Cost., perché il tema coinvolto non va oltre la sfera dei poteri sostitutivi a cui lo Stato ha dovuto ricorrere per sanare i disastrati conti regionali in materia di sanità. Il parametro dei principi fondamentali di coordinamento della finanza pubblica, pur ampiamente invocato negli ultimi tempi dallo Stato per limitare decisioni regionali sul terreno delle spese e dei tributi, ha trovato in questo caso un comprensibile argine.

Camilla Buzzacchi

Foto | Flickr.it

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