Il punto sulla legislazione regionale in materia di diritto alla salute degli stranieri (parte terza)

[Parte prima]

[Parte seconda]

Proseguendo l’indagine sulla legislazione regionale in tema di diritto alla salute degli stranieri, è opportuno adesso segnalare un altro gruppo di normative. Come si è già detto in precedenza, ai fini dell’esposizione, si è scelto di accorpare gli interventi delle Regioni in base alle diverse aree tematiche intorno alle quali si articola il diritto in parola, aree tuttavia delle quali non sempre è agevole definire con precisione i confini.

Verso la fine degli anni ’80, si registra la tendenza a predisporre “interventi regionali a favore degli immigrati extra-comunitari” (per riprendere parole variamente contenute nei titoli delle leggi) che si trovino all’interno delle Regioni; si tratta di discipline volte a variamente tutelare la condizione degli stranieri, quali evidentemente soggetti bisognosi di assistenza, promuovendo azioni in grado di fronteggiare le difficoltà strettamente conseguenti al loro status. Emerge infatti chiaramente l’intento di colmare il gap che spesso, purtroppo, divide cittadini e non cittadini nei diversi ambiti della vita sociale; per tale ragione, le leggi che adesso si ricordano non si limitano a disciplinare soltanto la materia dell’assistenza socio-sanitaria, ma intervengono a sostegno dei destinatari in riferimento a molteplici aspetti. Ciò che in questa sede interessa, com’è ovvio, è mettere in evidenza quelle previsioni che si occupano di profili attinenti al diritto alla salute e che quindi finiscono per svolgere una funzione di salvaguardia di quest’ultimo.

Come spesso accade, e come si può notare dai post a questo immediatamente precedenti, anche in questo caso si è attivato un “moto legislativo” che ha portato alla emanazione di diverse leggi dal contenuto in linea di massima analogo, pur non mancando taluni tratti distintivi (questi ultimi, infatti, suggeriscono di soffermarsi separatamente sugli interventi normativi in discorso); si tratta, con molta probabilità, di quel “processo emulativo” non affatto raro dal verificarsi, in forza del quale i varî legislatori regionali prendono spunto dalle normative in materia già vigenti in altri ambiti territoriali.

Solitamente queste discipline si rivolgono agli immigrati e alle loro famiglie e non sempre risulta chiaro se i destinatari siano solo coloro che si trovino regolarmente sul territorio regionale o anche gli irregolari.

È frequente inoltre che talune previsioni siano dedicate al ruolo che, in materia, è tenuta a svolgere la Consulta regionale.

Volta in generale a disciplinare i flussi migratori è la legge n. 1 del 1987 della Regione Piemonte; oltre a prevedere forme di tutela degli emigrati, la normativa “determina … provvidenze ed interventi in favore degli stranieri che dimorino nel territorio della Regione, per motivi di lavoro, di studio o comunque con permesso di soggiorno” (e quindi regolari), secondo quanto dispone l’art. 2, V comma. È pertanto nei loro confronti (e delle loro famiglie) che la Consulta regionale, a norma dell’art. 7, ha il compito, tra gli altri ad essa attribuiti, di “segnalare l’opportunità di proporre al Parlamento … provvedimenti ed iniziative tendenti a tutelar[n]e i diritti … e suggerire l’adozione di provvedimenti e di iniziative” a loro tutela “nell’ambito della competenza regionale”; inoltre, per ciò che qui maggiormente interessa, tale organismo ha anche il compito di “segnalare alla Giunta regionale iniziative e provvedimenti atti a soddisfare i principali bisogni [anche] in campo sanitario”.

Riprendendo quanto detto in apertura, con la legge n. 38 del 1988, la Regione Lombardia ha inteso “promuove[ere] iniziative per il superamento delle difficoltà specifiche inerenti le condizioni” degli immigrati e delle loro famiglie (art. 1, I comma); destinatari di questa legge sono coloro che “provengono da paesi extracomunitari e dimorano nel territorio regionale” (II comma). Come si può notare, la formula è alquanto vaga, non specificando nulla a proposito del carattere regolare o meno della condizione dei non cittadini; tuttavia qualche indicazione sembra che a tal proposito sia fornita dal prosieguo della norma.

Il IV comma dell’art. 1 dispone che “la Regione … assicura agli immigrati l’effettivo godimento dei diritti relativi al lavoro e alle prestazioni sociali e sanitarie” (art. 1, IV comma); alla luce del richiamo al diritto al lavoro, si ha motivo di credere che il termine “dimora” di cui al II comma, che si presterebbe a tutta prima ad essere inteso in lata accezione sì da comprendere ogni forma di presenza sul territorio, sia invece da riferire solo ai soggetti regolari.

Il comma adesso riportato sembra degno di rilievo e meritevole di ulteriori notazioni: occorrerebbe verificare se e come dalla mera dichiarazione d’intenti l’ente sia riuscito (e riesca) a passare al piano concretamente attuativo nell’assicurare l’effettivo godimento dei diritti in parola (per tali aspetti, la legge n. 38 sembra spingersi un po’ oltre quanto non facciano altri interventi in materia). Inoltre, il legislatore, in questo caso, non si è limitato al mero “riconoscimento” della titolarità dei diritti, ma si è proposto di salvaguardarne – appunto – il godimento; infine, il riferimento alle prestazioni sanitarie appare scevro da restrizioni di sorta, il diritto ad ottenerle non essendo (almeno, a quanto sembra) limitato ad alcune di esse bensì esteso “a tutto campo”.

A norma dell’art. 2, I comma, “la Giunta regionale predispone ed attua … un programma annuale delle iniziative a favore degli immigrati extracomunitari”; tra le iniziative in parola, se ne possono segnalare alcune, tutte più o meno riconducibili alla tutela della salute: “i) le prestazioni di servizi agli immigrati ed alle loro famiglie, tendenti a favorire la disponibilità di abitazioni, a rendere effettivo il diritto all’assistenza sanitaria ed ai servizi sociali previsti per i cittadini lombardi; l) le iniziative specifiche per la promozione culturale e l’inserimento sociale delle donne immigrate, con particolare riferimento alla tutela della maternità; m) le iniziative a tutela dei minori; n) le iniziative a favore degli handicappati; o) le iniziative a favore degli anziani”.

Al 1989 risale la legge n. 64 della Regione Piemonte, rivolta agli immigrati residenti (e quindi regolari); nei confronti di coloro di essi “che si trovino in condizioni di bisogno”, l’ente in parola “attua … interventi socio-assistenziali” (art. 11, I comma).

Altro intervento che è opportuno ricordare, per quanto non direttamente (ma solo indirettamente) volto alla tutela del diritto alla salute dei non cittadini, è quello della legge n. 18 del 1990 della Regione Umbria; in tema di prestazioni socio-assistenziali, l’art. 9, II comma, prescrive che “la Regione … nel ripartire la quota dei fondi riservata agli interventi finalizzati e di riequilibrio territoriale delle attività socio-assistenziali e da assegnare agli Enti locali competenti, tiene conto, dei particolari servizi da essi resi agli immigrati extracomunitari e delle eventuali prestazioni economiche in favore degli stessi, correlate anche a carenze del servizio sanitario nazionale, con riferimento al diritto alle prestazioni”; sembra che in questo caso la Regione svolga, sebbene indirettamente, un ruolo sussidiario del sistema sanitario nazionale.

“Interventi nel settore dell’immigrazione” prescrive anche la l.r. n. 9 del 1990 della Regione Veneto, a favore degli “immigrati provenienti dai Paesi extracomunitari che dimorano nel territorio della Regione” (art. 2, I comma). Stando alla lettera della legge, anche in questo caso sembra che il requisito dell’essere i soggetti regolari non sia richiesto; e tuttavia l’art. 1, II comma, farebbe giungere (come nel caso della legge lombarda sopra ricordata) a differenti conclusioni.

Come si legge nella previsione da ultimo richiamata ciò che si vuole ottenere è “una effettiva equiparazione degli immigrati ai cittadini residenti”; per questo scopo, “la Regione … adeguerà la propria normativa in tutti i settori di competenza regionale ed in particolare in quello di assistenza socio-sanitaria, di diritto allo studio e formazione professionale”. Nel “garantire la tutela della salute pubblica”, si evince chiaramente l’obiettivo di assimilare cittadini e non cittadini anche nell’art. 4, I comma, a proposito dell'”erogazione delle prestazioni sanitarie”; l’intervento legislativo adesso ricordato pare collocarsi in una posizione alquanto distante rispetto a quella che potremmo definire “la teoria del nucleo duro” cui si è accennato nella parte prima di questa indagine, già pubblicata su questo blog.

Infine, secondo l’art. 13, I comma, “la Consulta esprime pareri e formula proposte” anche “sull’adozione di iniziative e provvedimenti atti a soddisfare i principali bisogni degli immigrati e delle loro famiglie nei settori scolastico, culturale, socio-sanitario, abitativo” (lett. e).

Sulla scia delle leggi già riportate, si pone anche la legge n. 21 del 1996, della Regione Basilicata, a favore degli immigrati (e delle loro famiglie) regolari (si veda l’art. 3, I comma, come modificato dalla l.r. n. 42 del 2009); degni di nota, a fini di questa indagine, appaiono gli artt. 2, I comma, lett. a) e 15, I comma, ove non privo di significato sembra il richiamo al “rispetto della cultura di provenienza” dei destinatari della disciplina.

In questa sede, sembra utile ricordare anche la legge n. 10 del 1998 della Regione Friuli-Venezia Giulia a “tutela della salute e la promozione sociale delle persone anziane” (art. 1); tale normativa presenta interesse ai fini di questa indagine in quanto l’art. 4 estende la tutela nei confronti degli anziani anche, “nei limiti e con le modalità previsti dalle normative vigenti, agli stranieri ed apolidi residenti con permesso di soggiorno e a tutte le persone dimoranti che siano bisognose di interventi non differibili” (tra le quali – ad avviso di chi scrive – possono ricondursi anche quelli inerenti alla salute; il problema, piuttosto, sembra quello connesso al tasso di discrezionalità inevitabilmente insito nella valutazione di non differibilità).

Più recente è la l. n. 46 del 2004 della Regione Abruzzo; a norma dell’art. 1, quest’ultima “riconosce e tutela i diritti e le libertà fondamentali degli stranieri immigrati e delle loro famiglie, comunque presenti sul territorio abruzzese” (lett. a) e “attua direttamente politiche e interventi volti ad assicurare” ai soggetti ora richiamati, tra l’altro, il diritto alle prestazioni sociali e sanitarie (lett. c.2). A dispetto di quanto sembrerebbe emergere dalla lett. a), è necessario precisare che destinatari della legge sono i soli immigrati regolari (a norma dell’art. 2, infatti, destinatari della legge sono “i cittadini di Stati non appartenenti all’Unione europea, gli apolidi, i rifugiati e le rispettive famiglie, nonché, nei limiti della normativa specifica, i richiedenti asilo, tutti qui indicati come stranieri immigrati”).

L’art. 9 è poi dedicato all’assistenza sanitaria, il cui I comma tende ad assicurare l’equiparazione dei cittadini e dei non cittadini per quanto riguarda “la fruizione delle prestazioni sanitarie”. A norma del II comma, “la tutela e il sostegno sanitario vengono ulteriormente garantiti attraverso l’inserimento degli stessi nelle campagne di prevenzione collettiva e di indagini epidemiologiche promosse dalle varie strutture sanitarie locali, ivi comprese anche le campagne di educazione sanitaria e di prevenzione”. Inoltre, in base al III comma, “la Regione emana direttive alle Aziende sanitarie e ospedaliere” in tema di “accesso alle prestazioni”. Infine, di non scarso rilievo è l’attenzione e la sensibilità mostrata nei confronti degli immigrati secondo quanto dispone il IV comma della previsione in discorso; si legge, infatti, che “la Regione promuove attività formative specifiche per gli operatori socio-sanitari, allo scopo di migliorare la capacità di lettura, interpretazione e comprensione delle differenze culturali che investono i concetti di salute, malattie e cura”. Già da quanto riportato è possibile osservare come si tratti di una salvaguardia abbastanza completa e di una disciplina alquanto precisa e dettagliata.

Infine, i compiti che, anche nella materia che qui interessa (si veda lett. a), a norma dell’art. 22 spettavano alla “Consulta regionale dell’immigrazione” sono oggi demandati alla Giunta regionale (secondo quanto dispone l’art. 8, III comma, della l.r. n. 34 del 2007).

[Continua…]

Alberto Randazzo

Foto | Flickr.it

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