Il regionalismo visto da Fabrizio Politi

Nell’ambito del ciclo d’incontri con autorevoli giuristi sul tema del regionalismo, pubblichiamo, questa settimana, un’intervista al Prof. Fabrizio Politi, ordinario di Diritto costituzionale nell’Università degli Studi dell’Aquila.

Professore, si può sostenere che la cultura dell’autonomia, e in particolare dell’autonomia regionale, si sia veramente affermata tra gli studiosi, tra i protagonisti della politica e nell’opinione pubblica del nostro Paese?

Nella riposta a questa ricca e complessa domanda scinderei nettamente le tre categorie (studiosi, politici ed opinione pubblica) indicate nella domanda stessa, nonostante le indubbie ed inevitabili interferenze che non possono non prodursi fra i comportamenti posti in essere dai soggetti appartenenti a ciascuna delle predette  categorie.

Dal punto di vista dei soggetti politici, penso possa riconoscersi che l’autonomia regionale sia stata avviata concretamente nel nostro Paese, all’inizio degli anni Settanta del secolo scorso, secondo modalità parzialmente differenti rispetto a quelle prospettate in Assemblea Costituente (e, del resto, erano trascorsi oltre venti anni dall’entrata in vigore della Corte costituzionale e le condizioni, anche materiali, del Paese erano nel frattempo profondamente mutate).

L’avvio ed anche il successivo sviluppo delle Regioni a statuto ordinario risente infatti profondamente dell’assetto politico-partitico allora esistente. In termini più espliciti, intendo dire che gli assetti centralistici e centralizzati dei partiti politici hanno influenzato anche il concreto funzionamento iniziale ed i successivi sviluppi delle istituzioni delle autonomie regionali a discapito proprio di una reale affermazione di un sistema concretamente “autonomo”. Le Regioni infatti non sono state  (come forse avrebbero potuto – e dovuto – essere)  “laboratori” di nuove esperienze o “officine” di elaborazione di nuove soluzioni, ma spesso – se non sempre – si sono limitate a replicare (se non a “recepire”) le soluzioni elaborate a livello nazionale. Causa, ma al tempo stesso anche effetto, di  questo esito si rivelano i meccanismi di selezione della classe politica di livello regionale, i quali raramente hanno operato come processi di affermazione  dei “migliori” candidati da intendersi quale espressione diretta dei territori di riferimento e destinati, successivamente all’esperienza regionale (ed in caso di valutazione positiva), a proiettarsi a livello nazionale.  Un meccanismo di selezione della classe politica così configurato avrebbe forse aiutato l’affermazione di una cultura politica “autonomista” perché avrebbe fatto crescere a livello regionale la classe politica dirigente che, in un momento successivo, a livello nazionale avrebbe portato anche l’esperienza maturata a livello regionale. Il perpetrarsi invece di meccanismi di selezione dei vertici partitici  secondo logiche nazionali e “Roma-centriche” ha fatto sì che il personale politico destinato a vivificare il Consiglio regionale (e, più in generale, tutte le istituzioni regionali) sia rappresentato dalle c.d. “seconde scelte” (destinate a ricevere direttive dal livello nazionale e non abituate ad elaborare autonome soluzioni), mentre il personale politico-partitico nazionale viene ad essere spesso privo di esperienze di autonomia e dunque sempre più immerso in logiche centralistiche e stato-centriche. E di questa situazione non poteva non risentire lo sviluppo delle istituzioni dell’autonomia regionale le quali si sono spesso rivelate incapaci di elaborare soluzioni innovative, e dunque propositive e rafforzative dell’autonomia regionale, rivelandosi spesso meramente recettizie  di soluzioni politiche elaborate a livello centrale. Questo esito si è riflesso sulla qualità della legislazione regionale e sull’azione amministrativa regionale. Pertanto appare arduo poter affermare che l’autonomia regionale si sia affermata tra  i protagonisti della politica. Questa situazione, a mio avviso, ha determinato anche  nell’opinione pubblica l’idea di una “inutilità” dell’autonomia regionale, spesso intesa come mero meccanismo di proliferazione della classe politica e di inutili spese – conseguenza ancora più negativa – ha impedito l’affermazione e la crescita dei valori positivi dell’autonomia (responsabilità, auto-determinazione, ecc..) conducendo invece verso forme di mero assistenzialismo o di mere spese svincolate da meccanismi di responsabilizzazione.

Per quanto riguarda gli studiosi, deve invece riconoscersi che non sono mancate voci e riflessioni autorevoli che hanno non solo difeso l’autonomia regionale, ma anche indicato prospettive di sviluppo e d’affermazione di una cultura dell’autonomia. Temo però di dover segnalare a questo proposito il paradosso delle incongruenze fra la profondità delle riflessioni scientifiche e la “pochezza” (o l’insufficienza) della concreta vita politica delle autonomie regionali.

Che consigli darebbe, quanto ai temi da approfondire e al metodo da adottare, a chi, oggi, volesse avvicinarsi allo studio del regionalismo in Italia, della sua teoria e delle sue applicazioni?

A chi oggi intenda approfondire lo studio del regionalismo in Italia suggerirei innanzitutto (come già indicato nella domanda) di porre sempre grande attenzione a non confondere il piano dottrinale con quello delle concrete applicazioni del regionalismo italiano, pena il rischio della creazione di un raffinato apparato dogmatico, ma purtroppo lontano dalla realtà. Un approccio fondato sulle caratteristiche del realismo giuridico mi sembra preferibile, ma al tempo stesso è necessario non cadere nella mera ricostruzione politologica  e storica dell’esistente, ponendo specifica attenzione ai temi strettamente costituzionalistici (assetto del potere pubblico, dinamiche della rappresentanza, forme di responsabilità dell’esercizio del potere, tipologie di controlli, pluralismo, incidenza sull’assetto delle fonti del diritto, ecc.). Lo studio delle autonomie, così come quello di ogni oggetto del diritto costituzionale, se non vuole esaurirsi in un mero tecnicismo, deve sempre cercare di misurarsi con le domande di fondo del diritto costituzionale: i limiti all’esercizio del potere, le forme di controllo, le fonti e le garanzie.

Nella letteratura italiana e internazionale su autonomia, regionalismo e concetti affini, quali sono i classici la cui lettura lei ritiene fondamentale per chi voglia avvicinarsi allo studio del regionalismo?

La risposta a questa domanda, se non vuole esaurirsi in una più o meno lunga bibliografia (che ciascuno può “costruirsi” in biblioteca), credo debba collegarsi alla risposta precedente. Ognuno di noi privilegia alcuni autori o filoni di pensiero perché ritiene che in tali orientamenti e riflessioni sia possibile individuare solide idee di fondo su cui costruire la propria ricerca o l’apertura di nuove o vecchie prospettive di approfondimento. A questo proposito credo che per chi intenda approfondire i temi dell’autonomia la prospettiva comparatistica sia quella che non debba – né possa – mancare e dunque propongo, soprattutto per i più giovani, la lettura, fra i libri più recenti, di A.A. Cervati, Per uno studio comparativo del diritto costituzionale, Giappichelli, 2010; P. Ridola, Diritto costituzionale italiano e comparato, Giappichelli 2011, basati su una impostazione multiculturale aperta e consapevole della complessità delle sfide contemporanee. Più specificamente sui temi delle autonomie, basilari (oltre che sempre attuali) sono le riflessioni di Carlo Esposito (sull’art. 5 Cost., in Costituzione italiana. Saggi), quelle di Giorgio Berti nel commento all’art. 5 della Costituzione (in Commentario alla Costituzione a cura di G. Branca), la voce “Autonomia” (in Enciclopedia del diritto) di Massimo Severo Giannini ed i lavori di Temistocle Martines.

A cura di Alessandro Morelli

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2 risposte a Il regionalismo visto da Fabrizio Politi

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