[Corte cost. n. 215/2012] Il contenimento della spesa in materia di pubblico impiego e la “stabilità finanziaria del Paese”

Il contenimento delle spese in materia di pubblico impiego è alla base di una serie di ricorsi presentati da parte di cinque regioni (Valle d’Aosta, Liguria, Umbria, Emilia-Romagna e Puglia)  relativamente alla legittimità costituzionale di alcune specifiche disposizioni dell’art. 9 del decreto legge 78/2010, convertito in legge 122/2010. La decisione 215/2012 della Corte costituzionale, depositata lo scorso 30 luglio, sancisce l’infondatezza di tutti i ricorsi.

La questione appare interessante anche per la strategia difensiva della Presidenza del Consiglio dei Ministri, volta a evidenziare, come si legge nella sentenza, che le disposizioni sono state adottate «nel pieno di una grave crisi economica, al fine di assicurare la stabilità finanziaria del Paese nella sua interezza [e che quindi] devono essere esaminate nel loro complesso, poiché ognuna sorregge le altre al fine di raggiungere le finalità di stabilizzazione e di rilancio economico». Alla fine la Corte costituzionale ha fatto da “scudo” al provvedimento, stabilendone la costituzionalità, ma l’influenza del contesto non può passare in secondo piano, considerato che a un osservatore malizioso le premesse dell’avvocatura dello Stato potrebbero sembrare più di una mera captatio benevolentiae.

Lasciando da parte il consueto tentativo di eccepire la tardività del ricorso (la Corte ha ripetutamente ammesso ricorsi avverso la conversione in legge di decreti, si veda l’emblematica sent. 383/2005), si devono toccare sinteticamente quattro aspetti della sentenza.

La Corte comincia a esaminare in dettaglio i ricorsi avverso l’art. 9.2bis, il quale fissa un principio fondamentale in materia di coordinamento della finanza pubblica (cioè il blocco del fondo risorse decentrate al valore 2010 per il triennio 2011-2013) e introduce anche un limite per un settore rilevante della spesa per il personale, stabilendo una proporzionale riduzione di quello in servizio. La decisione finale prevede una distinzione: se per le altre regioni vi è un’infondatezza della questione di costituzionalità, per la Valle d’Aosta si riscontra invece una cessata materia del contendere, visto che, successivamente alla legge, essa ha stipulato un accordo con il Ministro per la semplificazione e ha approvato obiettivi finanziari ai sensi della legge 220/2010. Il comma, trovando applicazione eventuale (non diretta) solo in base alle misure previste dall’accordo e approvate con legge statale, non può, pertanto, violare l’autonomia legislativa e finanziaria della Valle d’Aosta.

Il limite al trattamento economico individuale dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni, che per il triennio 2011-2013 non può essere superiore a quello del 2010 (art. 9.1), viene considerato legittimo, in quanto la norma è stata emanata dallo Stato nell’esercizio della sua potestà legislativa concorrente in materia di coordinamento della finanza pubblica, sebbene si tratti di un’importante limitazione che incide su una voce rilevante dei bilanci regionali.

Non sussistendo «un collegamento con l’autonomia finanziaria ed organizzativa delle regioni [né] potendosi affermare che qualsiasi norma statale che abbia incidenza sulla disciplina del rapporto di lavoro dei dipendenti pubblici costituisca una lesione delle prerogative regionali», le censure delle regioni Liguria, Umbria ed Emilia-Romagna attengono alla materia dei rinnovi contrattuali per il biennio 2008-2009. La disposizione (art. 9.4) è, pertanto, ricondotta alla materia del coordinamento della finanza pubblica che consente la fissazione di limiti generali agli aumenti retributivi (nello specifico, quelli in esame non possono essere superiori al 3,2%) che i contratti collettivi possono stabilire, definendo una cornice all’interno della quale potrà poi svolgersi la dialettica negoziale fra le parti.

Pure inammissibili sono, infine, i ricorsi avverso l’art. 9.21, dato che, a giudizio della Corte, hanno per oggetto la «denuncia di lesione di parametri costituzionali estranei al riparto di competenze fra Stato e regioni». L’aspetto che qui rileva, trattato in molte sentenze, fra cui anche la precedente sent. 213/2012, è quello degli effetti giuridici delle progressioni di carriera (qui disposte per il triennio 2011-2013): la disposizione incriminata risulta soltanto integrativa della disciplina di un istituto contrattuale (il trattamento economico dei pubblici dipendenti) e viene, pertanto, ricondotta naturaliter alla materia dell’ordinamento civile, che è riservata alla competenza esclusiva dello Stato. In questo ambito non vi può essere un conflitto riguardante il riparto di competenze, poiché lo Stato è legittimato a emanare anche la normativa di dettaglio.

Davide Ragone

Foto | www.cortecostituzionale.it

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