Il punto sulla legislazione regionale in materia di diritto alla salute degli stranieri (parte prima)

Quello che qui si presenta è il primo di una serie di post nei quali si indagherà il diritto alla salute degli stranieri come declinato e disciplinato nella legislazione regionale.

Il tema in discorso, com’è noto, ha molte volte costituito oggetto di attenzione da parte di dottrina e giurisprudenza; senza voler adesso ripercorrere minuziosamente i principali orientamenti in materia, sembra sufficiente ricordare come tale diritto sia diversamente salvaguardato in base alla condizione, regolare o meno, dei non cittadini; nel secondo caso, infatti, la Corte costituzionale ha avuto modo di affermare che tali soggetti possono vantare la tutela del diritto in parola solo nel suo “nucleo duro”, a quanto sembra coincidente con le ipotesi previste all’art. 35, III comma, di cui si dirà a breve, del Testo unico in materia di immigrazione. In questo senso, infatti, quello alla salute sembra essere un diritto suscettibile di ampliarsi o restringersi, in modo elastico, in relazione ai titolari dello stesso.

Benché non sia qui possibile soffermarsi sul punto, non si può fare a meno di constatare come gli interventi normativi che si sono avuti negli anni in sede regionale sembra siano stati spesso maggiormente garantisti nei confronti di questa categoria di soggetti deboli (in particolare, il riferimento è agli stranieri irregolari) rispetto a normative statali o ad orientamenti giurisprudenziali (costituzionali e non). A tal proposito, infatti, è di manifesta evidenza il prezioso ruolo che possono svolgere gli enti regionali in materia, potendo offrire nell’autonomia loro concessa un contributo tutt’altro che secondario alla causa dei diritti in genere e, in ispecie, di quello alla salute dei non cittadini, specialmente irregolari [ad avviso di E. Grosso, (voce) Straniero (status dello), in Diz. dir. pubbl., VI, Milano, 2006, 5793, spesso le leggi regionali sono più favorevoli nei confronti degli stranieri irregolari di quanto non lo sia la legislazione statale; sul punto, v. S. Mabellini, La dimensione sociale dello straniero tra uniformità (sovranazionale) e differenziazione (regionale), in Giur. cost., 1/2011, 813 ss.; con riferimento al ruolo che, in generale, possono svolgere le Regioni nella tutela dei diritti sociali, v., da ultimo, E. Vivaldi, I diritti sociali tra Stato e Regioni: il difficile contemperamento tra principio unitario e promozione delle autonomie, su www.gruppodipisa.it; F. Biondi Dal Monte, I diritti sociali degli stranieri tra frammentazione e non discriminazione. Alcune questioni problematiche, in Le ist. del fed., 5/2008, 562 ss.; C. Salazar, Leggi regionali sui “diritti degli immigrati”, Corte costituzionale e “vertigine della lista”: considerazioni su alcune recenti questioni di costituzionalità proposte dal Governo in via principale, in AA.VV., Immigrazione e diritti fondamentali. Fra Costituzioni nazionali, Unione europea e diritto internazionale, a cura di S. Gambino e G. D’Ignazio, Milano, 2010, 391 ss. Ricorda i principali interventi regionali riguardanti i diritti degli immigrati irregolari, tra gli altri, F. Biondi Dal Monte, Regioni, immigrazione e diritti fondamentali, in www.forumcostituzionale.it, spec. § 10; Id., Lo Stato sociale di fronte alle migrazioni. Diritti sociali, appartenenza e dignità della persona, in www.gruppodipisa.it].

Alla luce di quanto detto, pertanto, senza alcuna pretesa di esaustività, si tenterà ora di offrire una panoramica dei principali interventi legislativi che si sono avuti a livello regionale in tema di tutela della salute dei non cittadini; occorre però fare due precisazioni: questa indagine riguarderà solo il piano normativo e non anche quello giurisprudenziale; in linea di massima, non si distinguerà la condizione dei soggetti regolarmente soggiornanti all’interno del nostro territorio da quella in cui versano i soggetti irregolari.

In via preliminare, sembra opportuno ricordare che, a livello statale, la disciplina riguardante il diritto alla salute di tale categoria di soggetti, in attuazione del dettato costituzionale, è quella che risulta dal combinato disposto degli artt. 2 e 35, III comma, del testo unico in materia di immigrazione; la prima previsione rileva, in particolare, al I comma, laddove afferma che “allo straniero comunque presente alla frontiera o nel territorio dello Stato sono riconosciuti i diritti fondamentali della persona umana previsti dalle norme di diritto interno, dalle convenzioni internazionali in vigore e dai princìpi di diritto internazionale generalmente riconosciuti” (degni di nota, ai nostri fini, sono anche il II comma, a norma del quale “lo straniero regolarmente soggiornante nel territorio dello Stato gode dei diritti in materia civile attribuiti al cittadino italiano, salvo che le convenzioni internazionali in vigore per l’Italia e il presente testo unico dispongano diversamente”, ed il III comma che sancisce che “la Repubblica italiana, in attuazione della convenzione dell’OIL n. 143 del 24 giugno 1975, ratificata con legge 10 aprile 1981, n. 158, garantisce a tutti i lavoratori stranieri regolarmente soggiornanti nel suo territorio e alle loro famiglie parità di trattamento e piena uguaglianza di diritti rispetto ai lavoratori italiani”).

A norma dell’art. 35, sopra cit., anche i soggetti non in regola con il permesso di soggiorno hanno diritto alle “cure ambulatoriali e ospedaliere urgenti o comunque essenziali, ancorché continuative, per malattia ed infortunio” e ad essi “sono estesi i programmi di medicina preventiva a salvaguardia della salute individuale e collettiva”; in particolare, vengono garantiti: “a) la tutela sociale della gravidanza e della maternità, a parità di trattamento con le cittadine italiane, ai sensi delle leggi 29 luglio 1975, n. 405, e 22 maggio 1978, n. 194, e del decreto del Ministro della sanità 6 marzo 1995, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 87 del 13 aprile 1995, a parità di trattamento con i cittadini italiani; b) la tutela della salute del minore in esecuzione della Convenzione sui diritti del fanciullo del 20 novembre 1989, ratificata e resa esecutiva ai sensi della legge 27 maggio 1991, n. 176; c) le vaccinazioni secondo la normativa e nell’ambito di interventi di campagne di prevenzione collettiva autorizzati dalle regioni; d) gli interventi di profilassi internazionale; e) la profilassi, la diagnosi e la cura delle malattie infettive ed eventuale bonifica dei relativi focolai”.

Se questo è il quadro generale, come si diceva, si possono ora ricordare le leggi regionali che si ritengono maggiormente significative con riferimento ai diversi aspetti che compongono il diritto alla salute degli stranieri.

Proiettandoci indietro negli anni, un primo gruppo di leggi che presenta un interesse ai nostri fini è quello che ha ad oggetto gli enti ospedalieri e lo svolgimento delle loro funzioni. A tal proposito, ad es., la l. n. 10 del 1969 della Regione Trentino-Alto Adige sancisce, all’art. 1, I comma, che “l’assistenza ospedaliera pubblica è svolta a favore di tutti i cittadini italiani e stranieri esclusivamente dagli enti ospedalieri” ed all’art. 2, III comma, che “gli enti ospedalieri, salvo i limiti derivanti dalla specializzazione dell’ospedale o dalle particolari esigenze tecniche legate alla forma morbosa che si presenta, hanno l’obbligo di ricoverare senza particolare convenzione o richiesta di alcuna documentazione, i cittadini italiani e stranieri che necessitano di urgenti cure ospedaliere per qualsiasi malattia, o per infortunio, o per maternità, siano o meno assistiti da enti mutualistici ed assicurativi o da altri enti pubblici e privati. La decisione sulla necessità del ricovero spetta al medico di guardia, il quale ne assume la piena responsabilità”. Come è facile osservare, ai fini del ricovero, tale norma non opera alcuna distinzione tra italiani e stranieri, senza alcun riferimento al territorio in cui essi si trovino, l’unico requisito richiesto essendo quello dell’urgenza (come si vedrà, non sempre necessario) che dovrà essere valutata dal medico di guardia.

Anche altre leggi regionali precisano che l’ente eroga (o garantisce) l’assistenza ospedaliera agli stranieri; in base alla l. n. 7 del 1975 della Regione Campania, art. 17, I comma, possono usufruire di detta assistenza i non cittadini che la richiedono (è significativo che una semplice “richiesta” sembri in questo caso essere sufficiente), ovviamente “in base alle vigenti norme e secondo le procedure da esse previste”; mentre per la l. n. 15 del 1975 della Regione Lazio, all’art. 1, II comma, l’assistenza ospedaliera viene dalla Regione garantita “ai cittadini stranieri che ne abbiano titolo in base alle convenzioni ed agli accordi internazionali o che fruiscano di facilitazioni a carico di organismi assistenziali italiani” (in questo secondo caso, come si può notare, occorre invece un “titolo”).

Degna di menzione sembra essere pure la l. n. 5 del 1975 della Regione Puglia, all’art. 2, I comma, in base alla quale tra coloro che possono godere dell’assistenza ospedaliera vi sono anche “gli stranieri non stabilmente residenti sul territorio regionale, assistibili in base alle convenzioni internazionali”. La formula – come si vede – apre un ventaglio molto ampio circa i soggetti beneficiari della tutela.

Particolarmente rilevante si ritiene, inoltre, la l. n. 27 del 1975 della Regione Sicilia, recante, in part., “Norme per il finanziamento della spesa e per l’erogazione dell’assistenza ospedaliera”, all’art. 12, III e IV commi; il primo ricalca la normativa laziale appena riportata, mentre il secondo dispone che, ai fini dell’assistenza in parola, “gli enti ospedalieri provvederanno al ricovero ed alla cura di tutti coloro che, anche indipendentemente dall’urgenza, abbiano necessità di assistenza ospedaliera”.

Tre osservazioni si ritengono opportune: la condizione regolare o meno non sembra essere presupposto necessario ai fini dell’assistenza ospedaliera; inoltre, particolare rilievo sembra assumere, in materia, come si avrà modo di constatare anche in seguito, il diritto sovranazionale e internazionale. Infine, la legislazione regionale siciliana, qui cit., sembra essere particolarmente garantista, l’urgenza non costituendo requisito indispensabile per poter beneficiare dell’assistenza.

Un altro gruppo di leggi è quello che disciplina le case di cura; tra queste si segnala la l. n. 25 del 1982 della Regione Basilicata, ove all’art. 2 si legge che “sono case di cura private gli stabilimenti sanitari, dotati di reparti di degenza e di servizi di diagnosi e cura, gestiti da privati, siano essi persone fisiche o giuridiche o associazioni non riconosciute, nei quali si provvede al ricovero di cittadini italiani o stranieri a fini diagnostici, curativi o riabilitativi”.

Sulla stessa scia, si segnalano anche: la l. n. 68 del 1985 della Regione Veneto, art. 1, II comma; la l. n. 39 del 1988, art. 1, I comma, della Regione Sicilia; la l. n. 85 del 1989 della Regione Abruzzo, art. 1, I comma; la l. n. 36 del 1990, art. 2, della Regione Calabria (per quest’ultima legge l’assistenza può essere concessa anche “ai fini preventivi”, per questa parte sembrando maggiormente garantista rispetto alle altre discipline). Anche con le leggi da ultimo cit., variamente, si fa riferimento alla “degenza diurna” ed “al ricovero ed eventualmente all’assistenza sanitarie ambulatoriale”.

Non si fa alcun riferimento, invece, allo spazio (regionale o italiano) in cui si debba stare per poter usufruire dell’assistenza delle case di cura.

[Continua…]

Alberto Randazzo

Foto | Flickr.it

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