Regioni indifendibili, ma l’autonomia è un principio fondamentale

Non tutti lo hanno notato, ma il Governo Monti ha, nei giorni scorsi, presentato un disegno di modifica della Costituzione che mira a riscrivere i punti nodali del cd. Titolo V (e non articolo 5, come pure si legge ogni tanto sui giornali…), dedicato al riparto di competenze tra Stato e Regioni.

Il Governo interviene con dichiarati intenti “migliorativi”. Anche sull’onda emotiva (e repulsiva) dei batman regionali, l’esecutivo prende la palla al balzo per correggere le storture create dalla riforma del 2001 e mai del tutto risolte.

Andiamo con ordine: nel 2001, con un iter travagliato, sono state modificate in modo significativo le disposizioni costituzionali sui rapporti “centro-autonomie”. La missione ultima, all’epoca, era quella di potenziare il sistema delle autonomie, verso un modello “più federale” o, comunque, “più regionale”. E così furono ampiamente potenziate le competenze delle Regioni, completando quella riforma già iniziata qualche anno prima con la previsione dei nuovi Statuti regionali.

Tutto il nuovo sistema si imperniava sull’art. 114 della Costituzione, che postulava la “pari dignità istituzionale” di tutti gli enti che compongono la Repubblica (e, dunque, tanto dello Stato quanto delle Regioni e degli enti locali).

La storia, come spesso accade, è andata in modo differente. Da un lato, il nuovo sistema – al tempo stesso incompleto e complesso – ha fatto schizzare alle stelle il tasso di litigiosità ed il conseguente contenzioso davanti alla Corte costituzionale. Dall’altro lato la classe politica regionale – fatte salve limitatissime eccezioni – ha mostrato un’arretratezza culturale ed un’incapacità disarmante. Basti pensare che i nuovi Statuti, fulcro della ritrovata autonomia, sono stati approvati con ritardi epocali proprio dalle Regioni che li avevano con più forza richiesti.

E così si arriva al brusco risveglio di oggi. La Lega Nord, paladina delle autonomie, è ridotta al lumicino. I politici regionali sono nell’occhio del ciclone. I costi della macchina regionale appaiono improvvisamente insostenibili. Ma, soprattutto, la produttività e l’incisività dei legislatori regionali appare del tutto insufficiente a giustificare simili autonomie e simili costi.

Quindi, di nuovo tutto al centro.

Questa scelta merita ponderate riflessioni. Certo, alcune correzioni sono inevitabili. Per ora la prima linea era stata lasciata – suo malgrado – alla Corte costituzionale. Il disegno di riforma del Governo, però, non sembra il mezzo adatto al fine. Anzi, se da un lato risolve, dall’altro complica.

Una prima analisi tecnica, di indubbio pregio, è quella di Alessandro Candido (su Diritti Regionali: leggi). Il collega ha senz’altro ragione nel chiedersi se non sia più corretto abbandonare l’attuale sistema di riparto – impostato per valorizzare le autonomie – e riscriverlo da zero, senza innesti su un impianto che tende a rigettarli.

Prima ancora, è da chiedersi quale senso mantenga l’art. 114 della Costituzione, e cioè il principio di “pluralismo paritario”, di “pari dignità istituzionale” se, invece, si ricacciano indietro le Regioni, per certi profili ancora più indietro di quanto fossero negli anni Settanta.

Ci sarà tempo e luogo per le notazioni tecniche. Qui mi limito a due:

1)    conferire al legislatore statale la competenza ad adottare “gli atti necessari ad assicurare la garanzia dei diritti costituzionali” significa tutto e niente. Ma, sicuramente, significa qualcosa di più del “semplice” interesse nazionale. Quali diritti costituzionali? Quali garanzie? Ad esempio: lo Stato può intervenire in ogni caso in cui sia necessario garantire l’assicurazione del diritto alla salute di un cittadino? Se così fosse, la competenza delle regioni è rimessa al sostanziale arbitrio del legislatore statale;

2)    simile lettura trova in qualche modo conferma anche nella nuova potestà concorrente: non c’è più una divisione tra norme di principio e norme di dettaglio. Lo Stato interviene fino a dove sia necessario disciplinare “i profili funzionali all’unità giuridica ed economica della Repubblica”. Ciò lascia intendere che il concorso fra le fonti non sia più vincolato, ma eventuale, sul ben noto modello della konkurrierende Gesetzgebung tedesca. Detto altrimenti, le materie concorrenti sono state in realtà “trasversalizzate”, cioè rese trasversali, non solo ampliando, ma trasformando geneticamente lo spazio di intervento del legislatore statale.

Molto altro sarebbe da dire. Per ora può bastare, chiedendosi però se il “cattivo uso” dei poteri da parte di una classe politica regionale inadeguata (quando non corrotta) possa consentire uno svuotamento di poteri tale da vanificare – forse oltre il limite – il principio fondamentale dell’autonomia consacrato dall’art. 5 della Costituzione.

Lorenzo Cuocolo

(Università Bocconi di Milano)

Foto | Flickr.it

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