L’ipotesi di riordino delle province deliberata dal CAL del Piemonte

Il giorno 3 ottobre 2012 (deliberazione n. 10), adempiendo ai termini stabiliti dall’art. 17 d.l. 95/2012, il Consiglio delle Autonomie locali (CAL) del Piemonte ha deliberato l’ipotesi di riordino delle province di cui al comma 3 della citata disposizione legislativa.

Il risultato finale della concitata fase di confronto e trattative che ha occupato, subito dopo la pausa estiva, comuni e province piemontesi non reca con sé particolari sorprese, ma la deliberazione rappresenta un documento di discreto interesse tanto per le considerazioni svolte in premessa quanto per le molte informazioni ricavabili dai suoi allegati.

In merito al risultato finale, il CAL fa propria la proposta elaborata in seno all’Unione delle province piemontesi sul finire del 2011, con l’assenso espresso della Regione. Tale iniziativa manifestava l’intenzione di contrapporre questa proposta di autoriforma al riordino top down che si era profilato con la soppressione ex lege delle province con popolazione inferiore a 300.000 abitanti, prevista dall’art. 15, d.l. 138/2011, poi non convertito per questa parte dalla l. 148/2011. La proposta è stata poi presentata altresì come alternativa all’altra operazione di riordino, ovvero la trasformazione della provincia in ente elettivo di secondo grado, prevista dal legislatore statale con l’art. 23 d.l. 201/2011, norma giunta invece a conversione e attualmente vigente. Essa si presenta quindi come un progetto organico di riforma dell’ente intermedio, al cui interno si coglie l’intenzione politica di “scambiare” il dimezzamento del numero delle province con il mantenimento dell’elezione diretta dei loro organi di governo, nell’ambito di un ripensamento e di una razionalizzazione complessivi del ruolo e delle funzioni provinciali (cfr. all. 2 alla delibera del CAL).

Pertanto, il CAL, rilevando che solo tre delle odierne province piemontesi rispettano i criteri governativi (Alessandria, Cuneo, Torino) e che le restanti (Asti, Biella, Novara, Verbano-Cusio-Ossola, Vercelli) sono destinate (nelle forme attuali) alla soppressione, ipotizza una riduzione da otto a quattro degli enti intermedi, sulla cui scorta la geografia amministrativa piemontese ritornerebbe alla storica quadripartizione sabauda (rectius: rattaziana). Le nuove circoscrizioni sarebbero infatti le seguenti: Provincia di Torino – futura Città metropolitana, Provincia di Cuneo (con il mantenimento dei confini esistenti), Provincia di Asti e Alessandria, Provincia del Piemonte Orientale (Biella, Novara, VCO, Vercelli). Geografia sabauda a parte, tale quadripartizione corrisponde ad esempio a quella sperimentata da circa un quindicennio all’interno del Servizio sanitario regionale, dove i quadranti (con confini analoghi a quelli delle nuove province ipotizzate dal CAL) hanno rappresentato un ambito di riferimento per la programmazione o l’organizzazione di servizi di area vasta, come la rete dell’emergenza o (almeno fino all’introduzione delle c.d. federazioni sanitarie con la l.r. 3/2012) l’acquisto di tecnologie. Un’altra prospettiva dalla quale sarà interessante verificare la solidità della proposta potrà essere quella della geografia giudiziaria, anch’essa come noto in fase di profonda ristrutturazione.

La deliberazione del CAL lascia però indeterminati due aspetti del riordino in essa ipotizzato.

Il primo è quello dei capoluoghi delle nuove province di Asti-Alessandria e del Piemonte Orientale. Non si fatica a comprendere che dietro quello spazio bianco che spicca nel testo della deliberazione vi sia l’intenzione di lasciare aperta la “trattativa” tra i comuni interessati, per il caso in cui sia raggiunto un accordo in deroga al criterio della maggior popolazione stabilito dalla disciplina statale (art. 1, comma 6, deliberazione C.d.M. del 20 luglio 2012 e, poi, art. 17, comma 4-bis, d.l. 95/2012 conv.). Stando alla cronaca locale, il problema, pur riguardando entrambe le nuove province, si presenta particolarmente spinoso con riferimento a quella del Piemonte Orientale. Quest’ultima, infatti, a parte la denominazione poco convincente[1], è quella che ha riscosso una più decisa opposizione da parte di alcuni dei territori in essa ricompresi (Biella e Vercelli).

Se la questione del capoluogo, al netto dei campanilismi, potrà trovare soluzione con l’applicazione del criterio già stabilito dalla normativa di riordino, il secondo aspetto può ritenersi più critico. Infatti, la deliberazione non affronta il destino del territorio non metropolitano della Provincia di Torino. Quel “trattino divisorio” che si nota al punto 1, lett. a) della deliberazione è eloquente rispetto all’incertezza che riguarda la configurazione amministrativa delle porzioni di territorio provinciale torinese che in nessun modo potranno essere incluse nella città metropolitana. Il problema non dipende soltanto dalla tendenza degli ultimi progetti di confinamento a includere nel nuovo ente soltanto i comuni dell’immediata cintura torinese o, in ogni caso, quelli interessati dalle questioni tipiche dell’area metropolitana, perché anche una configurazione della nuova circoscrizione più ampia di quelle finora progettate non potrebbe arrivare a comprendere le vaste zone montane. Rispetto a tutto questo, la deliberazione nulla dice, limitandosi a prendere atto della trasformazione, a partire dal 1 gennaio 2014, della provincia in città metropolitana (sesto capoverso della premessa).

Inoltre, sono degne di breve nota alcune affermazioni che il collegio sviluppa in premessa e dalle quali fa discendere i punti 2 e 3 della parte dispositiva.

Il CAL, infatti, svolge due valutazioni sul processo di riordino d’iniziativa statale in corso: da un lato ribadisce la sua contrarietà alla trasformazione della provincia in ente elettivo di secondo grado, richiamando i rilievi critici formulati in una precedente deliberazione del 21 settembre (la n. 9), che si concludeva con la richiesta alla Giunta regionale di ricorrere alla Corte avverso alcune norme del d.l. 95/2012 (art. 17, commi 6 e 12) confermative dell’art. 23 d.l. 201/2011; dall’altro mostra un apprezzamento per il parziale cambio di rotta del processo di riforma statale, il quale ha rinunciato ad una soppressione dell’ente e scelto di coinvolgere direttamente le autonomie, «investendo altresì le istituzioni regionali e locali della competenza di proporre il disegno di auto-riforma» (quarto capoverso della premessa).

Sulla base del primo ordine di considerazioni, il CAL sollecita la Regione a «raccomandare» al governo di rivedere le norme sull’elezione indiretta degli organi provinciali, nonché a tener conto delle conseguenze del riordino sul piano occupazionale (punto 2 della deliberazione).

Dal secondo ordine di considerazioni discende invece la richiesta che il CAL formula al punto 3, nel quale invita la Regione a «recepire integralmente la presente ipotesi di riordino facendola propria nella proposta di deliberazione da presentare al Governo, così garantendo e salvaguardando il principio di autonomia territoriale a cui dovrà ispirare la propria azione legislativa contemperando l’esigenza di contribuire al conseguimento degli obiettivi di finanza pubblica con il diritto di iniziativa dei Comuni di cui all’art. 133 della Costituzione» (c.vo nostro). Si tratta di una prospettazione di un ipotetico bilanciamento tra principi costituzionali che non è privo di qualche interesse nell’ambito del dibattito sulla legittimità costituzionale della normativa di riordino (sul quale cfr. i post pubblicati su Diritti regionali: Sui criteri per il riordino delle province e sulla legittimità costituzionale dell’art. 17, d.l. 95/2012; [L. n. 135 del 2012] Riordino delle province: convertito l’art. 17 del decreto-legge sulla spending review; [D.L. n. 95/2012] La spending review sulle province: dimenticato l’art. 133, comma 1, della Costituzione?; È possibile derogare all’art. 133, comma 1, della Costituzione in caso di riordino complessivo delle province?).

Sempre nel quadro del predetto dibattito, possono infine segnalarsi anche gli allegati n. 4, 5, 6, e 7 che riepilogano le delibere con le quali i comuni piemontesi, insieme ad alcune province, hanno esercitato singolarmente l’iniziativa di cui all’art. 133 Cost.

Si tratta di una serie numerosa di deliberazioni, coordinate essenzialmente intorno a tre progetti[2], di cui uno dotato di almeno quattro variabili[3]. Omessa ogni considerazione di merito su tali progetti, può soltanto notarsi che l’esame della vicenda che li riguarda, se conferma una tendenza localistica per certi versi ineliminabile in un panorama comunale frammentato e parcellizzato, per altro verso può: a) far dubitare sull’applicabilità in “forma pura” di un modello di revisione delle circoscrizioni provinciali affidato alle sole iniziative comunali; b) confermare che il dettato costituzionale necessita di una normativa di attuazione che disciplini la procedura della revisione delle circoscrizioni provinciali (com’era già nel TUEL); c) far ritenere che in ultima istanza la legge statale, con l’utile mediazione del parere regionale, possa determinare la modifica delle circoscrizioni anche in difformità da iniziative comunali divergenti.

Il prossimo adempimento procedurale spetta ora alla Regione, la quale, ricevuta l’ipotesi del CAL, avrà tempo fino al 23 ottobre per trasmettere al governo la propria proposta di riordino.


[1] Le zone comunemente ricomprese nel c.d. Piemonte orientale, la cui denominazione ad oggi ha portata giuridicamente rilevante soltanto in ragione del nome assegnato nel 1998 al secondo Ateneo della regione, sono infatti accomunate da un legame meno forte con il capoluogo torinese e con rapporti di lunga tradizione con l’area lombarda, estendendosi non solo al nord-est della regione (come la nuova aggregazione deliberata dal CAL) ma anche al sud-est.

[2] Allargamento della Provincia di Asti ai territori di Alba, Bra, Casale M.to, Acqui T., Chivasso e Chieri, con costituzione della nuova Provincia di Langhe, Monferrato e Roero; accorpamento delle province di Biella, Novara, VCO e Vercelli nella nuova Provincia del Quadrante; accorpamento delle provincie di Biella e Vercelli.

[3] Si tratta del progetto di creazione della Provincia di Biella e Vercelli: “Provincia di Biella e Vercelli”, con capoluogo Vercelli; “Provincia di Vercelli e Biella” con capoluogo Biella; Provincia di Biella e Vercelli (o viceversa…) aperta all’Eporediese; Provincia di Biella e Vercelli (o viceversa…) aperta ai territori di Casale, Ivrea e Valenza.

Davide Servetti

Foto | Flickr.it

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