[Corte cost. n. 219/2012] Tutela della concorrenza sulle piste da sci

A seguito di ricorso governativo, la Corte costituzionale si è pronunciata con la sentenza in oggetto sull’art. 3 della legge della Regione Molise n. 29 del 9 settembre 2011, recante «Modifiche ed integrazioni alla legge regionale 8 gennaio 1996, n. 1 – Disciplina della professione di maestro di sci nella Regione Molise».

La disposizione impugnata sostituisce l’art. 5 della l. reg. 1/1996, prevedendo, al primo comma,  che «i maestri di sci iscritti negli albi professionali di altre Regioni o delle Province autonome che intendono esercitare stabilmente la professione nel Molise devono richiedere l’iscrizione nell’apposito albo regionale della stessa». Al quinto comma, poi, essa dispone che «i maestri di sci iscritti negli albi professionali di altre Regioni e delle Province autonome che intendano esercitare la professione temporaneamente nel Molise, anche in forma saltuaria, devono dare preventiva comunicazione al Collegio regionale dei maestri di sci della Regione, indicando le località sciistiche nelle quali intendono esercitare, il periodo di attività, il recapito in Molise e la loro posizione fiscale. Essi sono tenuti a praticare le tariffe determinate dalla Giunta regionale e comunque non inferiori a quelle della locale scuola sci ed a rispettare gli altri adempimenti relativi alla tutela della professione».

Ai sensi del VI comma, inoltre, «i maestri di sci provenienti con i loro allievi da altre Regioni o Province autonome o altri Stati, che intendono svolgere l’esercizio temporaneo e saltuario dell’attività nella regione Molise per periodi non superiori a quindici giorni non sono soggetti agli obblighi di cui ai commi precedenti».

Il Governo lamentava la violazione della propria competenza legislativa esclusiva in materia di «tutela della concorrenza» di cui all’art. 117, II comma, lett. e), Cost. e, in particolare, sottolineava le finalità palesemente «protezionistiche» della normativa regionale, in quanto volte a sottrarre i maestri di sci locali alla concorrenza di quelli provenienti da altre Regioni o, addirittura, da altri Stati (cfr. commi VII e VIII della disposizione impugnata).

La Regione Molise avrebbe inoltre ristretto, nei confronti degli allievi, le possibilità di scelta tra le diverse offerte dei maestri di sci, così violando anche i principi di libera prestazione dei servizi e di tutela della concorrenza espressi dagli artt. 56 e 57 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, nonché la direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio n. 2005/36/CE (relativa al riconoscimento delle qualifiche professionali) e la n. 2006/123/CE (relativa ai servizi del mercato interno). Pertanto la Regione si sarebbe resa responsabile anche della violazione dell’obbligo di rispettare i vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario di cui all’art. 117, I comma, Cost.

Infine lesa sarebbe stata anche la competenza dello Stato di cui all’art. 117, II comma, lett. l), in quanto la disposizione impugnata, obbligando all’applicazione di determinate tariffe e intervenendo dunque in relazione alla libera pattuizione del compenso nel contratto d’opera professionale (art. 2233 c.c.), avrebbe invaso la materia «ordinamento civile», di competenza esclusiva dello Stato.

La Regione Molise non si è costituita.

La Corte costituzionale, come era ragionevole aspettarsi, ha ritenuto fondato il ricorso governativo e ha dichiarato l’illegittimità della disposizione impugnata «nella parte in cui prevede che i maestri di sci iscritti negli albi professionali di altre Regioni e delle Province autonome siano tenuti a praticare le tariffe determinate dalla Giunta regionale e comunque non inferiori a quelle della locale scuola di sci», per violazione della competenza esclusiva del legislatore statale in materia di «tutela della concorrenza».

A tale decisione la Consulta è pervenuta dichiarando, anzitutto – così come già aveva ritenuto con la sentenza n. 443 del 2007 – che «l’abrogazione delle disposizioni che prevedono l’obbligatorietà di tariffe fisse tende a stimolare una maggiore concorrenzialità nell’ambito delle attività libero-professionali e intellettuali, offrendo all’utente una più ampia possibilità di scelta tra le diverse offerte, maggiormente differenziate tra loro» e che essa attiene alla materia «tutela della concorrenza», riservata alla competenza legislativa esclusiva dello Stato.

La Corte ha pertanto ritenuto che la disposizione regionale impugnata, al contrario di quanto sopra specificato, imponesse tariffe minime ai maestri di sci provenienti da altre Regioni o Province autonome, «riducendo, in tal modo, la scelta tra le offerte esistenti sul mercato ed introducendo barriere all’accesso ed alla libera esplicazione dell’attività professionale». La Regione Molise ha dunque ostacolato la competitività tra gli operatori del settore, invadendo – così come stabilito dal precedente giurisprudenziale citato dalla Corte – la potestà legislativa statale in materia di «tutela della concorrenza».

La Corte costituzionale è intervenuta, ancora una volta (cfr. sentenze n. 353/2003; nn. 319, 355 e  459 del 2005; nn. 40, 153 e 449 del 2006; n. 57/2007; nn. 93, 222 e 428 del 2008; nn. 139, 271 e 328 del 2009; nn. 131 e 132 del 2010; 77/2011, 108/2012), rispetto ad una disciplina regionale che regola sul proprio territorio una determinata «professione». Nel caso di specie, peraltro, la Consulta ha censurato la disposizione della Regione non in quanto lesiva di quei principi fondamentali che spetta allo Stato disciplinare in questa materia – e, in particolare, «la potestà di individuare le figure professionali, con i relativi profili e ordinamenti didattici» – ma in quanto preminente è risultato l’interesse a che siano rispettate le norme nazionali e comunitarie poste a tutela della concorrenza.

In particolare, dalla giurisprudenza della Corte di quest’ultimo decennio risulta che spetta allo Stato definire i tratti costitutivi peculiari di una particolare attività professionale e le modalità di accesso ad essa, mentre alle Regioni è precluso istituire nuove professioni, albi professionali o, come nel caso di specie, imporre vincoli ulteriori rispetto a quelli statali per l’esercizio delle professioni individuate dallo Stato.

Tali assunti sono stati ampiamente motivati sulla base del fatto che in materia di professioni è necessario tutelare anzitutto «un valore unitario e non frazionabile» quale risulta essere quello «dell’affidamento del pubblico», vale a dire la «garanzia, per coloro che si rivolgono ad un professionista, che questi possiede le necessarie cognizioni, attitudini e competenze tecniche» (cfr. E. Bindi e M. Mancini, Principi costituzionali in materia di professioni e possibili contenuti della competenza legislativa statale e regionale alla luce della riforma del Titolo V, in Le Reg., 2006, 1322 e 1336).

Inoltre la Corte, anche in conformità ai principi sanciti a livello comunitario, si è da sempre premurata che fossero garantiti la «libertà di concorrenza secondo condizioni di pari opportunità sul territorio nazionale ed il corretto funzionamento del mercato» e che fossero assicurate «ai consumatori finali migliori condizioni di accessibilità all’acquisto di prodotti e servizi sul territorio nazionale» (cfr., in particolare, la sentenza n. 222 del 2008, considerato in diritto n. 3).

Allo stesso tempo, tuttavia, si deve evidenziare come tali interessi, richiedendo una riserva statale di competenza, abbiano indubbiamente comportato l’assunzione, da parte della Corte costituzionale, di un ampio «protezionismo statale» (Cfr. A. Poggi, Disciplina “necessariamente unitaria” per le professioni: ma l’interesse nazionale è davvero scomparso?, in Le Reg., 2006, 393) che, in definitiva, ha inciso negativamente sulla nuova competenza legislativa attribuita alle Regioni.

Cristina Bertolino

Foto | Flickr.it

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