[Corte cost. n. 217/2012] Le Regioni e gli aiuti di Stato

L’impugnazione dello Stato di numerose disposizioni della legge della Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia n. 11/2011 di assestamento del bilancio si conclude, nel giudizio della Corte costituzionale, in dichiarazioni di cessazione della materia del contendere in riferimento a molteplici disposizioni: e perviene, invece, ad alcune interessanti affermazioni, che è opportuno illustrare.

Le questioni meritevoli di interesse riguardano disposizioni che sono state denunciate per lesione dell’art. 117, co. I, Cost.: dette disposizioni sono accusate di eccedere la competenza regionale e si porrebbero in contrasto con la normativa comunitaria in materia di aiuti di Stato. Prima di entrare nel merito del ricorso, la Corte procede ad una ricostruzione della normativa in materia di aiuti di Stato: si richiama, a tal fine ad una propria decisione –  la sent. n. 85 del 1999 – nonché alla pronuncia della Corte di giustizia, sentenza 6 settembre 2006, C-88/03.

Ai sensi degli artt. 107 e 108 TFUE sono vietati aiuti concessi dagli Stati, ovvero mediante risorse statali, sotto qualsiasi forma, che, favorendo talune imprese o talune produzioni, falsino o minaccino di falsare la concorrenza e che incidano sugli scambi tra Stati membri; tuttavia, sul presupposto che non tutti gli aiuti hanno un impatto sensibile sugli scambi e sulla concorrenza tra Stati membri, per gli aiuti di importo poco elevato, generalmente accordati alle piccole e medie imprese e che sono per lo più gestiti da enti locali o regionali, nella disciplina attuativa del trattato – il regolamento CE di esenzione n. 800/2008, e il regolamento CE de minimis n. 1998/2006 – è stata introdotta una regola, detta de minimis, che fissa una cifra assoluta al di sotto della quale, in ossequio a un’esigenza di semplificazione amministrativa a vantaggio tanto degli Stati membri quanto dell’apparato organizzativo della Commissione e delle stesse imprese, l’aiuto non è più soggetto all’obbligo della comunicazione.

Sulla scorta di tale normativa il giudice delle leggi  esamina i co. 70, 85, 88, 91 e 106 dell’art. 2 della legge friulana.

Il co. 70 concede una serie di misure di sostegno ai rivenditori di generi di monopolio: contributi per la ristrutturazione, l’arredo e la dotazione di sistemi di sicurezza, nonché per l’avvio di nuove attività commerciali per quelli cessati dall’attività; per la promozione di attività di ricerca di nuova occupazione e di reinserimento professionale; per la creazione di borse di studio per la frequenza di corsi di qualificazione e riqualificazione. Tali misure rappresenterebbero aiuti di Stato, così come quelle contemplate dal co. 85, che incentiva la creazione di nuove imprese da parte delle donne nei settori artigianato, commercio, turismo e servizi, tramite la concessione di contributi in conto capitale a parziale copertura dei costi per la realizzazione degli investimenti.

I successivi co. 88, 91 e 106 sarebbero accomunati dal fatto di prevedere misure selettive: il co. 88 prevede la concessione di un finanziamento alle due Agenzie per lo sviluppo del distretto industriale “Distretto del Mobile Livenza Società Consortile a r.l.” e “Agenzia per lo sviluppo del distretto industriale della Sedia S.p.a. Consortile” per progetti di ristrutturazione e riorganizzazione aziendale, innovazione del prodotto e del processo, nonché per l’internazionalizzazione e lo sviluppo delle reti distributive; il co. 91 istituisce un finanziamento ad integrazione del fondo rischi di Confidimprese FVG e di Confidi Friuli, per sostenere il rafforzamento, il consolidamento ed il sostegno finanziario delle imprese; mentre il co. 106 prevede la concessione di un contributo al Consorzio per lo sviluppo Industriale della zona dell’Aussa Corno a sollievo degli oneri sostenuti per l’esercizio della facoltà di riacquisto della proprietà di aree cedute. Tali misure si prospetterebbero tutte di natura selettiva, perché destinate in favore di specifiche imprese, pubbliche o private che siano; ed in qualità di misure selettive, sorge per esse la necessità di notificazione alla Commissione europea.

La Corte si pronuncia a favore della legittimità delle misure introdotte dai co. 70, 85 e 91 sul presupposto che non tutti gli aiuti hanno un impatto sensibile sugli scambi e sulla concorrenza tra Stati membri: infatti per gli aiuti di importo poco elevato, generalmente accordati alle piccole e medie imprese e che sono per lo più gestiti da enti locali o regionali, la disciplina attuativa del Trattato ha previsto l’introduzione della regola detta de minimis, che fissa una cifra assoluta al di sotto della quale l’aiuto non è più soggetto all’obbligo della comunicazione; e ciò in virtù di un’esigenza di semplificazione amministrativa a vantaggio tanto degli Stati membri quanto dell’apparato organizzativo della Commissione e delle stesse imprese.

I co. 70 e 85 contengono infatti la previsione che la concessione dei contributi avvenga nel rispetto delle condizioni e dei limiti della normativa comunitaria, rinviando ad un apposito regolamento regionale la relativa concretizzazione; così come sono formulate le disposizioni non si pongono in contrasto con il diritto comunitario; eventualmente la violazione sarà da valutare con riferimento ai regolamenti attuativi che la Regione adotterà.

Al contrario, con riferimento al co. 91 vi è una norma successiva, il co. 92, che chiarisce che i finanziamenti sono destinati ad operare in regime di aiuti de minimis, in conformità all’art. 1, co. 1 e 2, reg. CE n. 1998/2006: ciò sottrae evidentemente l’aiuto in esame all’obbligo di comunicazione, con la conseguenza che la misura si presenta, in questa prospettiva, non già macroeconomica, ma suscettibile di essere ascritta alla competenza regionale in quanto sintonizzata sulla realtà produttiva territoriale.

E qui è interessante il rinvio che il giudice costituzionale compie nei confronti di una propria decisione –  la  sent. n. 14/2004 – nella quale, per la prima volta da quando il Titolo V era stato revisionato e la “tutela della concorrenza” era stata espressamente qualificata come competenza statale, ci si è interrogati sul tema degli aiuti di Stato, per ricondurlo proprio a quella competenza. Nella pronuncia del 2004 il giudice delle leggi dava risalto all’“intendimento del legislatore costituzionale del 2001 di unificare in capo allo Stato strumenti di politica economica che attengono allo sviluppo dell’intero Paese; strumenti che, in definitiva, esprimono un carattere unitario e, interpretati gli uni per mezzo degli altri, risultano tutti finalizzati ad equilibrare il volume di risorse finanziarie inserite nel circuito economico”. L’intervento statale si giustificava così, in quella decisione, “per la sua rilevanza macroeconomica: solo in tale quadro è mantenuta allo Stato la facoltà di adottare sia specifiche misure di rilevante entità, sia regimi di aiuto ammessi dall’ordinamento comunitario (fra i quali gli aiuti de minimis), purché siano in ogni caso idonei, quanto ad accessibilità a tutti gli operatori ed impatto complessivo, ad incidere sull’equilibrio economico generale”. La “funzione di stabilizzazione macroeconomica propria dello Stato” e la sua “riconducibilità alla materia «tutela della concorrenza», nel suo profilo dinamico e promozionale” legittimavano in quella sentenza un titolo di intervento a favore dello Stato quanto mai pervasivo e ampio, al punto di far immaginare un recupero di quella nozione dell’interesse nazionale che il nuovo Titolo V Cost. non aveva espressamente conservato, ma che in qualche modo sembrava riemergere per effetto di questa espansione della discrezionalità del legislatore statale. La sentenza n. 217/2012 non imposta riflessioni di altrettanto rilievo, ma è significativo che a quella pronuncia si richiami, attestando così che la lettura della materia degli aiuti di Stato non ha subito variazioni.

In linea con tale percorso argomentativo si perviene infine alla dichiarazione di illegittimità del co. 106, che prevede la concessione di un contributo “sino alla concorrenza di 2 milioni di euro”: si tratta dunque di una misura che va ben oltre la soglia de minimis, e che di conseguenza è indubbiamente soggetta all’obbligo della comunicazione ex art. 108 TFUE.

La Corte recepisce così l’argomento del ricorrente in base al quale agendo in violazione di tale fondamentale adempimento, la Regione avrebbe violato in prima istanza l’art. 117, co. I, Cost., e di riflesso il co. 2 della medesima disposizione in materia di “tutela della concorrenza”.

Camilla Buzzacchi

Foto | Flickr.it

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2 risposte a [Corte cost. n. 217/2012] Le Regioni e gli aiuti di Stato

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