Sui criteri per il riordino delle province e sulla legittimità costituzionale dell’art. 17, d.l. 95/2012

Lo scorso 24 luglio è stata pubblicata in G.U. (n. 171) la deliberazione del Consiglio dei Ministri del 20 luglio 2012, recante i criteri per la soppressione e l’accorpamento delle province ai sensi dell’art. 17, d.l. 95/2012 (sul quale si era sommariamente riferito su Dirittiregionali il 9 luglio).

La deliberazione (art. 1, comma 1), sulla scorta del comma 2, primo periodo, dell’art. 17 in parola, definisce un criterio demografico, una popolazione minima pari a 350.000 residenti, e un criterio territoriale, una superficie minima pari a 2.500 kmq. Viene precisato (art. 1, comma 2) che tali requisiti devono essere contestualmente soddisfatti dalle proposte di soppressione e accorpamento, salve le deroghe già stabilite dallo stesso art. 17, comma 2, terzo e quarto periodo.

Viene introdotto un ulteriore criterio relativo alla determinazione del capoluogo delle nuove province risultanti dall’accorpamento, il quale stabilisce che esso dovrà coincidere con il comune, già capoluogo di provincia, avente popolazione superiore agli altri “omologhi” (art. 1, comma 6).

Saranno le stesse proposte dei CAL a indicare la denominazione delle province risultanti dal riordino (art. 1, comma 5).

La deliberazione (art. 1, comma 4) si preoccupa altresì di coordinare il riordino delle province con l’istituzione delle città metropolitane ai sensi dell’art. 18 dello stesso d.l. 95, vietando l’accorpamento delle province sopprimende alle province destinate a trasformarsi (almeno in parte) in città metropolitane.

La deliberazione (art. 1, comma 3), infine, detta un’ulteriore indicazione, che dà l’occasione di formulare qualche osservazione sui problemi di legittimità costituzionale che il processo di riordino regolato dall’art. 17 in parola presenta e sui quali alcune voci in dottrina e tra le autonomie locali hanno già avuto modo di esprimersi criticamente (su questo blog cfr. in particolare i post di Daniele Trabucco pubblicati il 19 e il 30 luglio).

Il comma 3, infatti, afferma che le proposte di riordino deliberate dai CAL dovranno tenere in conto le eventuali iniziative comunali esistenti alla data di adozione della deliberazione, ferma la vincolatività – ribadita per la seconda volta – dei criteri fissati dalla stessa deliberazione.

Ora, questa norma rende manifesto il principale problema di costituzionalità che interessa il processo di riordino, ovvero la sua compatibilità con l’art. 133, comma 1, Costituzione e, in particolare, con la riserva di iniziativa comunale ivi contenuta.

La normativa di riordino fa riferimento testuale ad atti di «iniziativa» in due sedi: l’art. 17, comma 3, del d.l. 95, laddove esplicitamente attribuisce natura di «iniziativa di riordino delle province» ai piani di soppressione e accorpamento deliberati dai CAL; l’art. 1, comma 3, della deliberazione in commento, laddove menziona nei termini suddetti le «eventuali iniziative comunali volte a  modificare  le  circoscrizioni provinciali esistenti alla data di adozione della presente delibera».

Il riferimento contenuto nell’art. 17, comma 3, può suggerire un’interpretazione (problematica ma razionalmente argomentabile) costituzionalmente conforme del processo di riordino: i piani dei CAL assumerebbero la funzione di “iniziativa” ai sensi dell’art. 133, comma 1, Cost. Il che sarebbe possibile poiché l’iniziativa comunale stabilita dal testo costituzionale non risulta ivi precisata e i CAL sono espressione anche (e, se si vuole, soprattutto) dei comuni, che in tale sede vedrebbero soddisfatta la facoltà loro riservata di incidere sulla modifica delle circoscrizioni provinciali (quasi) ab origine, in quanto spetta ai piani disegnare i nuovi confini amministrativi dell’ente intermedio. Inoltre, non è sconosciuta alla dottrina più autorevole, pur se minoritaria, la tesi secondo la quale l’iniziativa di cui all’art. 133, comma 1, potrebbe anche coincidere con un intervento non d’impulso, ma successivo all’iniziativa legislativa vera e propria che si pone all’origine della legge statale di revisione delle circoscrizioni provinciali (cfr. la nota posizione di L. Paladin, Due progetti di riforma dell’amministrazione locale, in Le Regioni, 1977, p. 419: «l’art. 133 1° comma non sembra vietare che l’iniziativa comunale si trasformi in un intervento successivo, reso necessario da un’altrui proposta»).

Certamente si potrebbe obiettare che tale interpretazione sia impedita dalla natura stessa dei CAL (o degli altri organismi di raccordo regione-enti locali ad essi assimilati dall’art. 17, comma 2, in caso di mancata istituzione dei CAL), i quali costituiscono organi della regione; invero, tale obiezione potrebbe superarsi osservando che anche le conferenze Stato-regioni e Stato-città-autonomie locali sono formalmente organi statali – tesi non pacifica, ma largamente maggioritaria – e che tali sedi sono comunque giudicate capaci di offrire idonea rappresentanza agli interessi regionali o locali anche sul piano costituzionale. Inoltre, richiamando una sistematica classica, non può escludersi che i CAL siano qualificabili come organi della regione-comunità piuttosto che della regione-ente, col che assumendo una configurazione ancora più autonoma rispetto all’ente regionale presso il quale sono istituiti ex art. 123, ultimo comma, Cost., tenuto conto altresì della loro composizione monistica.

Di contro, l’argomento probabilmente più forte a sostegno dell’illegittimità costituzionale della normativa di riordino consiste nella valorizzazione dell’onere procedurale dell’iniziativa comunale quale vincolo alla promozione “dal basso” della revisione delle circoscrizioni provinciali; lettura questa, che, oltre a selezionare il significato più aderente alla lettera della disposizione, risponde alle considerazioni che in Assemblea Costituente vennero portate a supporto della formula attuale (frutto dell’emendamento Recca del 17 luglio 1947, poi rielaborato per aspetti meramente formali dal comitato di coordinamento).

È pur vero che fino alla legge 142 del 1990 (in particolare, art. 16, comma 2, lett. d), poi trasfuso nell’attuale art. 26, comma 2, lett. d) del TUEL) i profili dell’iniziativa comunale (quanti comuni? In rappresentanza di quanti residenti?) sono rimasti indeterminati e l’art. 133, comma 1, poteva leggersi nel senso dell’ammissibilità anche dell’iniziativa di un comune singolo (cfr., ad esempio, il commento di E. Rotelli all’art. 133 nel Commentario della Costituzione a cura di Giuseppe Branca, vol. XIX, Bologna-Roma, Zanichelli-Il foro italiano, 1990, pp. 207-208). Sicché, ritenendo l’art. 26 del TUEL superato dalla nuova normativa di riordino, nulla osterebbe a che l’iniziativa comunale di cui all’art. 133 provenisse anche da un solo comune; e se così fosse, allora l’“iniziativa” proveniente dai CAL garantirebbe addirittura un maggior coinvolgimento dei comuni interessati.

Non può poi tacersi un altro dato normativo pacificamente ricavabile dalla disposizione costituzionale: né l’iniziativa dei comuni né il successivo parere regionale sono vincolanti, sicché all’attivazione della procedura di revisione delle circoscrizioni provinciali potrebbe legittimamente dar seguito una legge statale dai contenuti anche notevolmente diversi dalla proposta originaria. Sulla base di questa constatazione, può rafforzarsi anche la tesi minoritaria prima riferita (Paladin) circa la possibilità che l’iniziativa comunale si concreti in un intervento necessitato dall’atto d’esercizio dell’iniziativa legislativa da parte di uno dei soggetti titolari ai sensi dell’art. 71 Cost.; come a dire che, alla fine, è il legislatore statale a decidere.

A tal proposito, può notarsi che il procedimento di riduzione delle province delineato dall’art. 15, commi 1-3, d.l. 138/2011, nel testo originario e non convertito dalla legge 148/2011, si inserisse esattamente in quest’ordine di idee.

Ad oggi, il riferimento all’iniziativa comunale operato dalla deliberazione governativa qui in commento aggiunge però qualche elemento di incertezza.

Infatti, se la qualificazione dei piani dei CAL come «iniziativa di riordino delle province» poteva suggerire la predetta interpretazione conforme a Costituzione, questo secondo riferimento alle iniziative comunali pone di fronte ad un’alternativa interpretativa: considerare la procedura di riordino di cui all’art. 17, d.l. 95/2012 come eccezionale rispetto a quella dell’art. 133 Cost. ed esorbitante da questo modello, ovvero ricercare un ulteriore significato conforme, il quale potrebbe darsi ritenendo che l’art. 133 ammetta implicitamente più forme di iniziativa comunale e che i piani dei CAL e le iniziative di uno o più comuni ai sensi dell’art. 26 TUEL siano forme d’iniziativa parimenti ammissibili.

Se è vera la regola per cui deve sempre prediligersi l’interpretazione conforme a Costituzione, la seconda alternativa sarebbe da prediligersi, benché essa riproduca esattamente gli aspetti critici che si prendevano poc’anzi in considerazione. Peraltro, la prima alternativa condurrebbe probabilmente ad un contrasto ermeneuticamente insanabile con la carta fondamentale: sembra difficile sostenere che la Costituzione, dettando una norma sulla revisione delle circoscrizioni provinciali generica e riferibile sia ad interventi puntuali sia a riorganizzazioni generali della geografia territoriale, ammetta l’adozione di un procedimento che prescinda totalmente dai vincoli ivi previsti.

Quest’ultima considerazione può dare lo spunto per qualche osservazione conclusiva relativa al tipo di revisione delle circoscrizioni provinciali realizzabile nel rispetto della Costituzione.

Storicamente, può sostenersi che l’ipotesi considerata dai costituenti non fosse tanto quella della riduzione delle province quanto quella del loro incremento (a beneficio di quelle comunità provinciali penalizzate dal regime fascista), nel senso dello sviluppo anche quantitativo delle autonomie territoriali come livelli di espressione democratica e politica delle comunità locali (indicazioni in Rotelli, cit.). Il che, peraltro, si verificava non senza qualche contraddizione di fondo, stante la nota divisione in Assemblea tra i fautori e i detrattori dell’ente intermedio.

Sulla base di un’interpretazione massimamente valorizzatrice delle autonomie riconosciute e quindi garantite dall’art. 5 Cost., potrebbe allora ipotizzarsi un forte favor costituzionale nei confronti delle istanze localistiche (che per loro natura tendono all’incremento e non alla riduzione), codificato in una garanzia procedurale rigida come quella risultante dall’interpretazione più letterale dell’art. 133: o l’iniziativa viene dal basso, e dai comuni in particolare, o nessuna revisione delle province può realizzarsi con legge ordinaria. Questa lettura, non senza qualche paradosso, sembra peraltro avallata da un legislatore statale attento a porre un freno alla creazione di nuovi enti e mai (fino ai mesi recenti) ad intervenire nel senso della loro diminuzione. Si badi che uno scenario così “irrigidito” non è del tutto estraneo al diritto costituzionale europeo, visto che nella Costituzione belga al legislatore ordinario è consentito creare nuove province, mentre è necessaria una revisione costituzionale per eliminare quelle esistenti e garantite (cfr. artt. 5 e 6; va da sé che il paragone debba fermarsi a questo dato superficiale, stanti le differenze tra la forma di Stato belga e la nostra e, in particolare, il diverso ruolo delle autonomie territoriali in quell’ordinamento costituzionale).

Non si può però evitare di manifestare qualche perplessità su di una lettura così rigida della Costituzione. Ammesso il fatto che, se un riordino nel senso della riduzione degli enti provinciali non è finora avvenuto su iniziativa in senso stretto dei comuni, ciò sia accaduto non “per colpa” della norma costituzionale, bensì per gli eccessi localistici propri di un sistema delle autonomie caratterizzato da un’elevata frammentazione degli enti di base, d’altro canto pare legittimo almeno interrogarsi se non sia possibile ricercare un’interpretazione del testo costituzionale che rimedi a tali eccessi anziché garantirli, dal momento che la garanzia dell’autonomia locale non è necessariamente (e qualitativamente) conseguente alla garanzia dello status quo degli enti locali.

In quest’ottica, allora, pur essendo di fronte ad una legislazione d’urgenza e di per sé manifestamente inidonea ad interventi di natura ordinamentale – da notarsi la (auto)qualificazione di queste norme come principi di coordinamento della finanza pubblica: art. 17, comma 5, d.l. 95/2012 – non è forse così inopportuno domandarsi – provocatoriamente – se la peculiare procedura di riordino provinciale delineata dal decreto sulla spending review non sia un esperimento altrettanto peculiare di adeguamento dei metodi della legislazione alle esigenze dell’autonomia…

Davide Servetti

(Università del Piemonte Orientale)

Foto | Flickr.it

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6 risposte a Sui criteri per il riordino delle province e sulla legittimità costituzionale dell’art. 17, d.l. 95/2012

  1. Fabrizio ha detto:

    Il governo Monti è tetragono ad adeguarsi alla suprema Legge Costituzionale dello Stato repubblicano e democratico, tanto che ha solo parzialmente modificato il tenore dell’art. 17, dando più competenze ai Consigli delle Autonomie locali ed alle Regioni, per il riordino del province, sperando di aggirare l’ostacolo d’incostituzionalità di fondo del provvedimento, cercando di farlo apparire come un’iniziataiva dal basso, quasi opera dei comuni, rispettoso perciò delle regole, tanto che quest’ultimi potranno anche cambiare provincia sulla base della contiguità territoriale.
    Ritengo che l’art. 17 del decreto di revisione della spesa non scamperà assolutamente alla legittima “revisione” che ne farà la Corte Costituzionale, anche sulla scia ben evidente delle due precedenti pronunce del giugno 2012.
    Il governo ha creato addirittura un altro mostro, “il capoluogo”, identificandolo al comma 6 dell’art. 17, nel comune ex capoluogo con maggior popolazione residente, sostituendosi perciò anche in questo caso alla libera scelta della maggioranza dei comuni aderenti, con un’iniziativa illegittima, presa dall’alto e non dal basso, come al solito, che avrà ripercusssioni negative, devastanti.
    Laddove come nel caso delle Marche, si fonderanno in una nuova super-provincia quelle “riordinate” di Ascoli, Fermo e Macerata, con capoluogo Ascoli, per qualche migliaio di abitanti in più degli altri due, sito ai confini estremi meridionali della regione, contiguo all’Abruzzo, per cui I Fermani dovranno percorrere mediamente 80 Km ed i Maceratesi almeno 150, per raggiungerlo, quando all’evidenza la geografia pone al centro del nuovo ampio territorio, la città di Fermo, perfettamente baricentrica all’interno della nuova realtà istituzionale.
    Ed a pensare, che anche per la marcata eccentricità e distanza proprio da Ascoli, è stata creata saggiamente nel 2004, dal Legislatore del tempo, la provincia di Fermo, con tanto d’iter giuridico, ai sensi dell’art. 133 della Costituzione, nel rispetto delle norme.
    Alla faccia del risparmio, solo che al Governo non interessa, perché pagheranno i cittadini lo sconvolgimento amministrativo che ha in mente.

  2. Caruso Christian ha detto:

    Al Sig. Dr. Ministro della p.a. Filippo Patroni Griffi le sto inviando questa e-mail per farle alcune domande sul D.l. della spending review concernente il testo sulle province. Specialmente quelle che sono nelle regioni a statuto speciale come la Sicilia. Col D.l. avete deciso solo 4 provincie salve Palermo,Catania,Messina e Agrigento. E le altre 5 provincie Siracusa,Ragusa,Caltanisetta,Trapani ed Enna che fine faranno? Si ricordi Sig. Ministro che alcune provincie che volete cancellare in Sicilia hanno una importanza territoriale Turistica ed industriale e di storia, quindi non si può cancellare con d.l l’importanza della città e della provincia. Si ricordi anche che le regioni a statuto speciale per decidere devono votare loro o indire un referendum. Restando in attesa di una tale risposta con e-mail porgo di stinti saluti con osservanza Caruso Christian da Siracusa.
    Siracusa,31/07/2012

  3. Mario ha detto:

    @Fabrizio: Sentire parlare di Fermo come capoluogo di una provincia aggregata Macerata-Fermo-Ascoli lo trovo superficiale e da partigiani di paesello. Parli di distanze tra Macerata e Fermo con Ascoli e di tutti i Km che i cittadini dovranno fare dando per scontato che non verranno mantenuti degli uffici periferici di supporto nelle città dove sono ora presenti le prefetture o le province. Mi fa sorridere quando parli dell’istituzione della provincia di Fermo che “anche per la marcata eccentricità e distanza proprio da Ascoli, è stata creata saggiamente nel 2004″: è stata solo una scelta politica dettata dalla fame di poltrone e voti, da un punto di vista economico una decisione assurda viste le dimensioni del territorio e le strutture che già erano presenti ad Ascoli e bastavano ed avanzavano a servire entrambi i territori. Uno spreco di soldi che si andrebbe ad aggravare scegliendo Fermo come capoluogo non avendo le strutture per ospitare tutti gli enti importanti che dovranno esservi trasferiti: in quale palazzo trasferire la prefettura? E gli uffici provinciali? Gli altri enti? Le strutture che ci sono ora bastano ad ospitare il personale, gli archivi trentennali, bastano a ricevere tutte quelle moltitudini di persone che secondo te da Macerata ed Ascoli verrebbero a Fermo per disbrigare pratiche? O magari quello è il meno e si costruisce tutto da capo cosi diamo lavoro a qualche palazzinaro tanto sono pochi milioni di euro (e magari vanno a qualche azienda di Fermo che non guasta tanto pagano anche quelli di Macerata ed Ascoli)? Allora via, ricostruiamo gli uffici provinciali del servizio viabilità, ambiente, caccia e pesca, del lavoro e formazione, genio civile, attività produttive, del presidente della provincia e chissà quanti altri ne ho dimenticati, tanto per una Fermo baricentrica si giustifica questo ed altro, poco importa se le strutture ricettive fanno ridere, se i parcheggi sono esigui e se alcune strutture sono direttamente nel centro storico della città e quindi ostiche da raggiungere tra viuzze strette e saliscendi. Già che ci siamo miglioriamo anche la viabilità da Fermo a Porto San Giorgio dato che quei pochi km di stradina ad una corsia non sono degni di un capoluogo di provincia poi altrimenti le centinaia di migliaia al giorno che arriveranno da Ascoli e Macerata potrebbero subire noie e disagi.
    p.s. a me va bene tutto sia chiaro: se volete Fermo capoluogo lo fate con i vostri soldi, vi aumentate l’addizionale IPERF al 50% per una decina di anni per ripagare le spese e contenti voi contenti tutti, basta non chiediate soldi a Macerata o Ascoli.

  4. Fabrizio ha detto:

    La legge n. 3396/2012 di revisione della spesa, che prevede all’art. 17 il riordino delle province, ed al comma 4-bis indica la scelta del capoluogo nel comune già capoluogo di provincia con più abitanti, è totalmente incostituzionale!!! Nella relazione al disegno di legge di iniziativa governativa n. 3396 per la conversione del decreto-legge n. 95/2012 (spending review) si legge: “anche a voler prescindere dalla considerazione che, trattandosi di riordino complessivo, non trova applicazione l’art. 133 della Costituzione, va rilevato in ogni caso che detto articolo è, nella sostanza, rispettato visto che i Comuni sono pienamente coinvolti tramite il Consiglio delle autonomie locali” (pag. 371 della relazione di accompagnamento). Secondo il Governo, quindi, in caso di riordino delle Province che coinvolga tutto il territorio nazionale, è possibile derogare al procedimento legislativo di tipo aggravato di cui all’art. 133, comma 1, della Carta costituzionale. La norma costituzionale, pertanto, troverebbe applicazione unicamente per modifiche di circoscrizioni provinciali ed istituzioni di nuove Province limitate all’ambito regionale. Sul punto, tuttavia, sorgono molte perplessità, fin troppe. Premesso che anche il caso di riordino complessivo produce i suoi effetti sempre e comunque all’interno di una Regione, non essendo consentita un’ipotesi di riduzione/accorpamento concernente Province di Regioni contermini (perché, in questa evenienza, la Provincia dovrebbe prima staccarsi dalla Regione di appartenenza e poi aggregarsi a quella confinante ai sensi dell’art. 132, comma 2, Cost.), dalla lettura dell’art. 133, comma 1, del Testo costituzionale non pare vi siano elementi funzionali ad una interpretazione derogatoria nell’evenienza di un intervento generalizzato sulle Province. Nell’unica volta in cui la Corte costituzionale si è occupata dell’art. 133, comma 1, Cost., ossia nella sentenza n. 347/1994 relativa al caso della istituzione della Provincia di Lodi, il giudice delle leggi ha “concesso” che la istituzione di Province o la modifica di quelle esistenti possano essere effettuate, oltre che con legge formale, con ricorso ad una delega legislativa (punto 3 del cons. in dir.), ma sempre nel rispetto di quel procedimento ascensionale che vede coinvolti, in primis, i Comuni. Al potere legislativo, ha poi proseguito la Corte, “spetta soltanto valutare, nella fase conclusiva dello stesso procedimento, l’idoneità e l’adeguatezza dell’ambito territoriale destinato a costituire la base della nuova Provincia”. Infine, sostenere, come ha fatto l’Esecutivo, che la norma costituzionale è comunque rispettata in quanto prevede un coinvolgimento delle amministrazioni comunali tramite i CAL, non sembra minimamente fondato. Infatti, l’iniziativa comunale di cui all’art. 133, comma 1, Cost. si configura in modo molto diverso rispetto alla deliberazione del piano di accorpamenti e riduzioni che devono adottare i Consigli delle autonomie locali o, in mancanza, gli organi regionali di raccordo, come prevede l’art. 17, comma 2, del decreto-legge n. 95/2012. Sono i Comuni, enti locali territoriali singolarmente considerati, ad essere titolari della riserva di competenza ad attivare un eventuale procedimento revisorio e non altri organismi. Inoltre, l’iter procedurale previsto dal provvedimento sulla revisione della spesa delinea un percorso il cui contenuto è già precostituito dal Governo – come nella scelta del capoluogo (art. 17, comma 4-bis), in luogo dell’indicazione doverosa da parte della maggioranza, anche relativa, dei comuni che rappresentino la maggioranza assoluta della popolazione residente – e non è affatto rimesso alla libera ed autonoma iniziativa delle amministrazioni comunali, per di più prevedendo un intervento in via sostitutiva dell’Esecutivo (art. 17, comma 4), nel caso in cui le deliberazioni non dovessero essere assunte. Ogni iniziativa di riordino delle province, pertanto, secondo la lettera dell’art. 133 della Costituzione, per essere valida e legittima, appartiene esclusivamente ai Comuni, e non al Governo.

  5. Francesco ha detto:

    Per Mario! Che forse Ascoli Piceno, capoluogo decentratissimo di una provincia di Macerata-Fermo-Ascoli, si può sentire meglio di Fermo o Macerata!? All’estrema periferia meridionale del nuovo super-Ente provinciale, con le finestre esposte a sud degli edifici che danno direttamente sull’Abruzzo!? La città di Ascoli, per me che sono della parte nord della provincia di Macerata, alle porte di Ancona, dista quasi 200 km! E dovrebbe essere il capoluogo di un vasto territorio di 5.000 Kmq e 750.000 abitanti, che comperende mezza regione delle Marche, più del doppio della popolazione della provincia di Pesaro e quasi il triplo dell’estensione della provincia di Ancona!? Un vero e proprio fattore di squilibrio dell’intera regione, anziché di riequilibrio, come recita pomposamente l’art. 17 sul riordino delle province. Uno sgorbio di riforma che vuole riordinare a caso le province, senz’alcun criterio logico, creandone di grandissime anche in piccole regioni, lasciandone però accanto altre che son picciole picciole come prima.
    Compllmenti all’ingegno del governo tecnico!
    Per fortuna, le Marche presenteranno Ricorso alla Corte Costituzionale – per la provincia di Macerata e di Fermo – la quale abrogherà l’art. 17 ed il comma 4-bis, una vera e propria sconcezza giuridica ed un mostro amministrativo regionale, specie con il capoluogo ad Ascoli.
    La sede del nuovo capoluogo, Mario, è sicuramente consona ed adeguata a Fermo per tutte e tre le ex province, per la presenza già di tutti gli uffici destinati alle ormai poche competenze e funzioni delle neo-macroprovince – per cui non comprendo perché non siano state eliminate tutte – proprio per la sua centralità geografica e la sua posizione perfettamente baricentrica per tutti i cittadini residenti, all’interno del nuovo ampio territorio, con evidente risparmio per le loro tasche, oltre che per il bilancio dello Stato.
    In alternativa a Fermo, la seconda sede più idonea per il capoluogo è Macerata, perché già capoluogo della ex provincia più vasta e popolata, rispetto ad Ascoli, e comunque meno decentrata del capoluogo piceno, e di maggior attrazione anche per Fermo, rispetto alla trista esperienza passata dal Fermano con Ascoli.
    Mario, ma che t’inventi panzane o sciocchezze, per non dire delle grosse idiozie!? Che se il capoluogo sarà Macerata o Fermo, la provincia di Fermo-Macerata-Ascoli costerebbe di più, per cui se la dovrebbero pagare i cittadini, e se invece sarà Ascoli la nuova macroprovincia non costerebbe nulla, sarebbe gratis, perchè il gran debito di Ascoli lo pagherebbe volentieri lo Stato!?
    Altro che commentatore interessato all”economia ed al risparmio”, tu sei un bell’esempio di campanilista e municipalista “ascolano”, ed allora può passar tutto, compreso il fatto che gli uffici ed i servizi principali ad Ascoli saranno un affare d’oro per le missioni e le trasferte in provincia, a Macerata ed a Fermo, di dirigenti e dipendenti, con relativo impiego di auto blu di servizio, e con pessimi servizi per i cittadini del nuovo Ente, che la contrario pagheranno di tasca propria, altro che invarianza di essi, come miracolisticamente suona il decreto governativo sulla revisione della spesa pubblica.

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