[Corte cost. n. 151/2012] Cambiano i governi ma la musica resta la stessa: le Regioni si trovano a dover fare i conti con riduzioni di spesa – anche in materia elettorale – centralisticamente determinate

La decisione della Corte n. 151 del 2012 (depositata il 14 giugno) porta le lancette dell’orologio indietro nel tempo, essendosi la Corte pronunciata su norme di legge messe a punto durante il precedente governo Berlusconi, nel quadro di una politica economica, a ben vedere, assai contigua a quella portata avanti dall’attuale “governo tecnico”: sì da far pensare che essa potrà avere una portata tale da avallare, secondo un’opzione “massima”, la stessa politica di “spending review”. Per la precisione, hanno costituito oggetto di impugnativa, nel caso di specie, i commi 1[1], 4[2], 5[3] e 7[4], ultimo periodo, dell’art. 5, del d.l. n. 78 del 2010[5]; ovverosia, le previsioni

– di cui al comma 1: del versamento al bilancio dello Stato e di riassegnazione al Fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato, in particolare[6], degli importi corrispondenti alle riduzioni di spesa deliberate dalle regioni, con riferimento ai trattamenti economici degli organi indicati nell’articolo 121 della Costituzione;

– di cui al comma 4: della diminuzione dei rimborsi a favore dei partiti politici (a seguito della riduzione del 10% del contributo di un euro quale moltiplicatore per il numero dei cittadini della Repubblica iscritti nelle liste elettorali per le elezioni della Camera dei deputati) per il rinnovo dei Consigli regionali[7];

– di cui ai comma 5: della limitazione dei compensi in ragione del conferimento, da parte di pubbliche amministrazioni, di incarichi a titolari di cariche elettive (solo rimborso spese ed il gettone di presenza non può superare 30 euro a seduta);

– di cui al comma 7: della riduzione[8] per un periodo non inferiore a tre anni, degli importi delle indennità percepite a livello locale, in applicazione di percentuali specifiche di riduzione parametrate all’entità demografica dei comuni[9]; e di non attribuibilità agli amministratori di comunità montane, di unioni di comuni e di organismi territoriali deputati alla gestione di servizi pubblici di qualsiasi forma di retribuzione.

In sintesi estrema, le regioni hanno lamentato il fatto che – nel nuovo quadro delineato delle leggi cost. nn. 1 del 1999 e 3 del 2001 – col dettare discipline dettagliate le norme statali avrebbero violato, in particolare, vuoi la loro potestà statutaria (partic., ex art. 123 Cost.); vuoi la loro competenza legislativa (ex art. 117, 3° e 4° comma, Cost.), particolarmente, in materia elettorale (ora, ex art. 122 Cost.), vuoi, ancora, la loro autonomia finanziaria (ex art. 119 Cost.), ritenendo di non avere a che fare né con “principi fondamentali”, né, tanto meno, con norme “di coordinamento della finanza pubblica”.

La Corte, dal canto suo, fa salve le norme statali – e, con esse, i tagli alle spese centralisticamente determinati nei settori riguardati – valorizzando la portata applicativa delle norme “di principio” contenute in Costituzione e i loro “fini”, nel quadro di una precisa “rimodulazione” della nozione di “sistema elettorale” (regionale) e dei “rapporti” da questo intrattenuti con la forma di governo (regionale). Così, volendo riprendere i punti, più sopra enucleati,a parte il caso del comma 1 dell’art. 5, del d.l. n. 78 del 2010, di cui la Corte, «contrariamente a quanto sostenuto in via principale dalle Regioni» ha affermato il carattere non vincolante (e, conseguentemente, la “inattitudine lesiva” delle competenze regionali), lo stesso giudice costituzionale, nella sent. n. 151 del 2012, in riferimento:

– al comma 4 del medesimo d.l. (diminuzione dei rimborsi elettorali): ha fatto proprio (in via, per così dire, “stipulativa”) un concetto assai ampio di “sistema di elezione”, concludendo per la riconducibilità delle norme sul rimborso delle spese sostenute dai movimenti e partiti politici per le campagne elettorali, all’art. 122, 1° comma, della Costituzione; e, quindi, annoverando, più specificamente, le disposizioni concernenti la quantificazione dei rimborsi medesimi tra “principi fondamentali” dello stesso “sistema di elezione” (dei consiglieri regionali); ciò, val la pensa di rilevare, onde garantire che «il suddetto rimborso sia effettuato secondo regole uniformi in tutto il territorio nazionale al fine di assicurare non solo l’uguale libertà del voto a tutti gli elettori, a qualunque Regione appartengano (art. 48 Cost.), ma anche la parità di trattamento di tutti i movimenti e partiti politici che partecipano alle competizioni elettorali (art. 49 Cost.)»;

– ai commi 5 e 7 (limitazione dei compensi e riduzione delle indennità a livello locale): ha riconosciuto, rispettivamente, al principio di gratuità per gli incarichi conferiti dalle PA a soggetti titolari di cariche elettive e al “divieto di corresponsione di emolumenti” ad “amministratori locali” non necessariamente eletti (v. componenti degli organi esecutivi dei comuni) la “natura di principi fondamentali di coordinamento della finanza pubblica” (finendo così, al di là di altre possibili considerazioni, per “livellare”, ipotesi dissimili, sotto l’aspetto oggettivo e soggettivo, quali quelle contenute nei suddetti disposti).


[1] Il comma 1 dell’art. 5 è stato impugnato dalle Regioni Liguria (reg. ric. n. 102 del 2010), Emilia-Romagna (reg. ric.) n. 106 del 2010 e Puglia (reg. ric. n. 107 del 2010).

[2] Il comma 4 dell’art. 5 è stato impugnato dalla sola Regione Puglia.

[3] Il comma 5 dell’art. 5 è stato impugnato dalla Regione autonoma Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste (reg. ric. n. 96 del 2010) e dalla Regione Puglia.

[4] Il comma 7, ultimo periodo, dell’art. 5 è stato impugnato dalla sola Regione Puglia.

[5] Trattasi del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 (Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica), convertito nella legge 30 luglio 2010, n. 122.

[6] Oltre che delle risorse derivanti dalle riduzioni di spesa che, anche con riferimento alle spese di natura amministrativa e per il personale, verranno autonomamente deliberate, dalla Presidenza della Repubblica, dal Senato della repubblica, dalla Camera dei deputati e dalla Corte costituzionale.

[7] Va precisato che la disposizione si applica a decorrere dal primo rinnovo del Senato della Repubblica, della Camera dei deputati, del Parlamento europeo e dei consigli regionali successivo alla data di entrata in vigore del decreto-legge.

[8] La normativa opera attraverso una modifica di talune disposizioni recate dagli articoli 82, 83 e 84 del testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali, di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267.

[9] Per la precisione, di una percentuale pari al 3 per cento per i comuni con popolazione fino a 15.000 abitanti e per le province con popolazione fino a 500.000 abitanti, di una percentuale pari al 7 per cento per i comuni con popolazione fino a 250000 abitanti e per le province con popolazione tra 500.000 e un milione di abitanti e di una percentuale pari al 10 per cento per i restanti comuni e per le restanti province; mentre sono esclusi dall’applicazione della disposizione i comuni con meno di 1000 abitanti.

Lara Trucco

Foto | Flickr.it

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