[Regione Sardegna] I referendum infliggono il colpo fatale alle Province sarde

La vulgata cova da qualche tempo un’ostilità, talora neanche troppo malcelata, nei confronti della conservazione nell’ordinamento giuridico delle province quali enti intermedi tra il comune e la regione, imputando loro la sostanziale inutilità, ingiustificata a fronte del volume di spesa richiesto per assicurarne l’esistenza e il funzionamento.

Come accade spesso in queste circostanze il pericolo immanente è che con l’acqua sporca si getti via anche il bambino. Il discorso sarebbe naturalmente troppo articolato e complesso per essere compiutamente ed esaustivamente affrontato in questa sede.

Serve tuttavia a fotografare il contesto generale nel quale collocare la recente vicenda del voto referendario in Sardegna degli scorsi 6 e 7 maggio, che ha portato, tra l’altro, all’abrogazione della legge regionale n. 9/2001, in forza della quale furono istituite quattro nuove Province (Carbonia-Iglesias, Medio Campidano, Ogliastra e Olbia-Tempio), da affiancare alle altre quattro già esistenti (le cosiddette province «storiche»: Cagliari, Sassari, Nuoro e Oristano). Se le province falcidiate dal voto popolare piangono, le superstiti non possono certamente sorridere, posto che l’esito di uno dei dieci quesiti referendari, a queste ultime specificamente dedicato, indica nitidamente l’opposizione dell’elettorato sardo al loro mantenimento. Tale quesito, tuttavia, avendo carattere consultivo non produrrà effetti giuridici immediatamente cogenti, anche se costringe il legislatore sardo a misurarsi con l’orientamento espresso nel voto. Difatti, lo scorso 24 maggio il Consiglio regionale sardo approvava la legge contenente la disciplina del percorso che dovrà condurre, entro il 28 febbraio 2013, alla eliminazione di tutte le province, per sostituirle, come peraltro già prevede il decreto Monti, con delle macro unioni di comuni [v. F. Peretti, Province, via tutte ma tra nove mesi, in «La Nuova Sardegna», 25 maggio 2012].

È utile, per la cronaca, ripercorrere sommariamente l’oggetto delle dieci richieste di referendum su cui il corpo elettorale della Sardegna è stato interpellato.

Quattro dei cinque referendum abrogativi avevano per oggetto la predetta legge regionale n. 9/2001 nonché altri provvedimenti normativi ad essa collegati, mentre il restante concerneva l’abrogazione dell’art. 1, l. reg. Sardegna n. 2/1966, a norma del quale «l’indennità spettante ai membri del Consiglio regionale della Sardegna e il rimborso delle spese di segreteria e rappresentanza sono stabiliti dall’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale della Sardegna in misura non superiore all’ottanta per cento di quella fissata dalla legge 31 ottobre 1965, n. 1261», recante, come è noto, in attuazione dell’art. 69 Cost., la disciplina concernente la determinazione dell’indennità dei membri delle Camere.

Gli altri cinque quesiti, aventi carattere solo consultivo, hanno riguardato oltre l’eliminazione delle province storiche, di cui già si è detto, anche la riduzione del numero dei consiglieri regionali dagli attuali 80 a 50; l’eliminazione dei consigli di amministrazione di tutti gli enti strumentali e agenzie della Regione; la rielaborazione dello statuto regionale ad opera di un’assemblea costituente da eleggersi a suffragio universale dai cittadini sardi; infine, l’elezione diretta del Presidente della Regione, scelto tramite elezioni primarie disciplinate per legge.

Superato il quorum di validità della consultazione referendaria, stabilito a un terzo degli elettori dall’art. 14, l. reg. Sardegna n. 20/1957, l’esito del voto è stato ampiamente favorevole all’abrogazione delle leggi oggetto dei quesiti, nonché alle proposte contenute nelle richieste di parere, espresso con i quesiti di carattere consultivo.

Il risultato non ha peraltro mancato di provocare il dibattito nella dottrina costituzionalistica sarda, la quale si è ripartita in due distinti e contrapposti orientamenti riferibili, ciascuno di essi, ai due atenei dell’isola [v. le interviste ai Proff.ri Omar Chessa e Gianmario Demuro, in «La Nuova Sardegna» del 13 maggio 2012]. Da una parte, il gruppo dei costituzionalisti facenti capo all’Università di Sassari continuano ad affermare l’inammissibilità del referendum, ritenuto in contrasto con l’art. 43 dello Statuto sardo, dall’altra si collocano i giuristi cagliaritani che trovano invece insussistenti le basi giuridiche in forza delle quali argomentare l’invalidità della consultazione.

Le posizioni della dottrina risultano tuttavia accomunate dalla convergente preoccupazione che l’esito del referendum ponga anzitutto problemi complessivi di riordino degli assetti istituzionali oggi esistenti.

Del resto è stato sin da subito evidente che l’immediata efficacia del quesito abrogativo riguardante le nuove province istituite, avrebbe imposto, quantomeno, la ridefinizione dei confini territoriali delle quattro province storiche, ma il legislatore sardo, per il momento, sembrerebbe aver intrapreso la via dell’innovazione integrale degli assetti esistenti.

Su ogni scelta pende tuttavia il pronunciamento del giudice ordinario, adito dagli oppositori del referendum, i quali ne hanno denunciato nuovamente l’illegittimità: è dunque alla definizione di quel giudizio che il processo di riordino, sollecitato dal voto popolare, appare in qualche modo condizionato.

Vincenzo Satta

Foto | Flickr.it

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