[Corte cost. n. 62/2012] Acquedotto “pubblico” pugliese? Secondo la Corte, non spetta alla Regione stabilirlo

Con sentenza n. 62 del 2012 la Corte costituzionale si è pronunciata sulla legge reg. Puglia n. 11 del 20 giugno 2011 (rubricata “Gestione del servizio idrico integrato. Costituzione dell’Azienda pubblica regionale Acquedotto pugliese – AQP”), attraverso la quale è stata istituita l’Autorità idrica pugliese, prevedendo l’attribuzione da parte di quest’ultima della gestione del Servizio Idrico Integrato a un’azienda pubblica regionale, denominata “Acquedotto pugliese – AQP”.

Il giudice delle leggi ha annullato l’impugnata normativa, sul presupposto che la disciplina relativa all’affidamento della gestione del Servizio Idrico Integrato attenga alla competenza esclusiva statale in tema di “tutela della concorrenza” (art. 117, co. 2, lett. e, Cost.) e “tutela dell’ambiente” (art. 117, co. 2, lett. s, Cost.). In particolare, secondo la Corte, anche dopo l’abrogazione referendaria dell’art. 23-bis del D.l. n. 112 del 25 giugno 2008, “resta vigente il disposto del terzo periodo del comma 186-bis dell’art. 2 della legge n. 191 del 2009 […] in forza del quale alla legge regionale spetta soltanto disporre l’attribuzione delle funzioni delle soppresse Autorità d’ambito territoriale ottimale (AATO), «nel rispetto dei principi di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza», e non spetta, di conseguenza, provvedere direttamente all’esercizio di tali funzioni affidando la gestione ad un soggetto determinato” (n. 3.2 Cons. in dir.). Inoltre, in virtù della poc’anzi richiamata normativa nazionale, la legge regionale deve esclusivamente limitarsi ad individuare l’ente od il soggetto che eserciti le competenze già spettanti all’AATO e, quindi, anche la competenza di deliberare la forma di gestione del servizio idrico integrato e di aggiudicare la gestione di detto servizio” (ibid.).

Detto in altri termini, la Corte ha giudicato illegittima la legge reg. Puglia n. 11 del 2011 poiché, in contrasto con la normativa statale, avrebbe: a) impedito che l’Autorità idrica pugliese (che succede alla soppressa AATO) deliberi con un proprio atto le forme di gestione del Servizio Idrico Integrato e provveda ad aggiudicare la gestione del predetto servizio al soggetto affidatario; b) stabilito che il Servizio Idrico Integrato sia affidato a un’azienda pubblica regionale, denominata “Acquedotto Pugliese – AQP”, appositamente istituita con la medesima legge regionale.

La seconda questione sollevata attiene specificamente alla costituzione dell’azienda pubblica de qua, che sarebbe subentrata nel patrimonio e nei rapporti della società “Acquedotto pugliese S.p.a.” (costituita con il D.lgs. 11 maggio 1999, n. 141). Secondo il giudice delle leggi, poiché quest’ultima è destinata a operare almeno fino al 31 dicembre 2018 e ha nel suo oggetto sociale la gestione del ciclo integrato dell’acqua, allora “la norma regionale impugnata è riconducibile – oltre che alla materia ordinamento civile – alle materie tutela della concorrenza e tutela dell’ambiente, entrambe riservate alla competenza legislativa esclusiva dello Stato in base agli evocati parametri costituzionali” (n. 4 Cons. in dir.). Sì che “la previsione del subentro dell’AQP nel patrimonio e nei rapporti della s.p.a. Acquedotto pugliese, ponendosi in palese contrasto con la suddetta disciplina statale (che non prevede tale subentro), integra, perciò, la denunciata illegittimità costituzionale” (ibid.).

Da ultimo, la Corte ha ritenuto illegittima la legge regionale nella parte in cui dispone il trasferimento del personale dalla società “Acquedotto pugliese S.p.a.” all’Azienda pubblica regionale AQP. Difatti, “la normativa impugnata dispone un generale ed automatico transito del personale di una persona giuridica di diritto privato, la s.p.a. Acquedotto pugliese, nell’organico di un soggetto pubblico regionale, l’Azienda pubblica regionale denominata AQP, senza il previo espletamento di alcuna procedura selettiva” (n. 5 Cons. in dir.): risulta così violato il principio del concorso pubblico di cui all’art. 97 Cost.

Ciò premesso, soprattutto con riguardo al primo dei profili segnalati, la sentenza n. 62 del 2012 non pare del tutto convincente.

Anzitutto, volendo schematicamente ricostruire il quadro della normativa vigente, va osservato che: a) il servizio idrico rientra nella nozione comunitaria di servizio di interesse economico-generale (SIEG); b) l’abrogazione, avvenuta con referendum popolare, dell’art. 23-bis del D.l. 25 giugno 2008, n. 112, ha creato un vuoto legislativo in materia di affidamento del servizio idrico; c) gli interventi legislativi successivi al referendum del giugno 2011 (ci si riferisce all’art. 4 del D.l. 13 agosto 2011, n. 138) non hanno toccato il servizio idrico, anzi lo hanno espressamente escluso dal regime concorrenziale.

Rebus sic stantibus, secondo lo scrivente dovrebbe concludersi che, in mancanza di una disciplina interna sull’affidamento del Servizio Idrico Integrato, anche l’art. 2, co. 186-bis della L. n. 191 del 2009, sul quale la Corte ha fondato la propria decisione, dovrebbe ritenersi abrogato. Né, del resto, parrebbe logico sostenere il contrario, posto che, altrimenti, non si comprenderebbe la ratio del permanere in vigore di una norma (appunto, l’art. 2, co. 186-bis cit.), del tutto avulsa da un contesto normativo di riferimento, che si limiti a disciplinare unicamente la competenza e la forma dell’affidamento del SII.

Muovendo da tali premesse, probabilmente sarebbe stato pertanto più logico ritenere abrogata la normativa de qua; nel qual caso, avrebbero trovato applicazione i principi del diritto dell’Unione europea in materia di SIEG, che ammettono – sulla base degli artt. 14 e 106 TFUE – una legislazione che preveda la gestione pubblica diretta del servizio in questione, in tutti quei casi in cui l’applicazione delle regole concorrenziali possa compromettere la missione del servizio economico di interesse generale.

Un ulteriore aspetto degno di nota consiste nel fatto che il giudice delle leggi non ha fornito alcuna motivazione in ordine al nesso teleologico sussistente tra la richiamata legge statale e la competenza trasversale di cui all’art. 117, co. 2, lett. e), Cost., ampliando a dismisura la clausola della “tutela della concorrenza”, al punto da travalicare addirittura gli standards richiesti dall’ordinamento comunitario.

Va da sé che un’interpretazione così estensiva del principio di concorrenza non ha altro effetto se non quello di ridimensionare ulteriormente l’autonomia organizzativa delle Regioni, che sembra oramai ridotta a un livello di mera integrazione di qualsivoglia regola lo Stato, volta per volta, decida di fissare.

Alessandro Candido

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2 risposte a [Corte cost. n. 62/2012] Acquedotto “pubblico” pugliese? Secondo la Corte, non spetta alla Regione stabilirlo

  1. Alessandro Candido ha detto:

    Per chi volesse approfondire il tema, rinvio al recente F. TRIMARCHI BANFI, “Ancora sulla concorrenza per il mercato e gli equivoci della giurisprudenza costituzionale”, in “Astrid Rassegna”, n. 8/2012 (27 aprile 2012, n. 157).

    L’Autrice è critica nei confronti dell’utilizzo, da parte della Corte costituzionale, della giurisprudenza europea in tema di concorrenza: il giudice costituzionale confonderebbe la nozione di “concorrenza nel mercato” con quella di “concorrenza per il mercato” e, di conseguenza, estenderebbe a dismisura la competenza esclusiva statale di cui all’art. 117, co. 2, lett. e), a discapito dell’autonomia regionale.

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