[Corte cost. n. 64/2012] Federalismo fiscale e clausola di salvaguardia delle Regioni a Statuto speciale: la Sicilia alle prese con la «neutralità finanziaria» del Decreto legislativo in materia di tributi regionali

Con ricorso notificato il 23 maggio 2011, la Regione siciliana impugna gli artt. 2 e 14, comma 2, del D.Lgs. n. 23/2011, Disposizioni in materia di federalismo fiscale municipale, nonché le «ulteriori disposizioni del medesimo decreto ad essi correlati che possono pregiudicare l’autonomia finanziaria della Regione» per violazione, rispettivamente: 1) degli artt. 36 e 37, St. SI, e delle «relative» norme di attuazione di cui al d.P.R. 26 luglio 1965, n. 1074, Norme di attuazione dello Statuto della Regione siciliana in materia finanziaria (sia da parte dell’art. 2 che ad opera dell’art. 14, comma 2, cit.); 2) dell’art. 14, lettera o), St. SI (da parte del solo art. 2, cit.); 3) degli artt. 81 e 119, comma 4, Cost. e dell’autonomia finanziaria dei Comuni (ad opera del solo art. 14, comma 2, cit. e delle «ulteriori disposizioni», cit.).

La pronunzia in esame si segnala per almeno tre rilevanti, e reciprocamente interferenti, aspetti. E, cioè, in particolare: per il tema, particolarmente attuale e sentito nella presente congiuntura politico-istituzionale, del federalismo fiscale municipale (e della sua, possibile, estensione anche alle Regioni a Statuto speciale); per il precipuo rilievo assunto dal principio di leale collaborazione tra Stato e Regioni pure nella materia finanziaria; per taluni rilievi, infine, sul peculiare rapporto legge delega-decreto legislativo.

Con riferimento al primo profilo, ritenendosi «titolare dell’intero cespite tributario» – che «non dovrebbe subire decurtazioni» – la Regione ricorrente impugna l’art. 2, comma 1, D.Lgs. cit. nella parte in cui dispone che, in attuazione della l. n. 42/2009 (Delega al Governo in materia di federalismo fiscale, in attuazione dell’articolo 119 della Costituzione), «a decorrere dall’anno 2011 sono attribuiti ai comuni, relativamente agli immobili ubicati nel loro territorio e con le modalità di cui al presente articolo, il gettito o quote del gettito» derivante da una lunga serie di tributi, tra i quali l’imposta di registro e di bollo sugli atti di cui alla tariffa allegata al d.P.R. n. 131/1986, le imposte ipotecaria e catastale, l’imposta sul reddito delle persone fisiche in relazione ai redditi fondiari (escluso il reddito agrario), le imposte di registro e di bollo sui contratti di locazione relativi ad immobili, i tributi speciali catastali nonché tasse ipotecarie e cedolare secca sugli affitti con riferimento alla quota di gettito determinata ai sensi del comma 8 del presente articolo: tale disposizione, non solo imporrebbe alla Regione siciliana la devoluzione ai Comuni del gettito o di quote del gettito di tributi a quest’ultima spettanti ma, persino, sembrerebbe determinare uno squilibrio nelle disponibilità finanziarie regionali tale da pregiudicare la possibilità per lo stesso ente regionale di esercitare le proprie funzioni, con conseguente violazione anche degli artt. 81 e 119, comma 4, Cost. (richiamandosi, a tal proposito, le sentt. nn. 307/01983, 123/1992, 370/1993, 138/1999, 376/2003, 260/2004 e 417/2005).

Avendo riguardo, invece, al secondo aspetto, è interessante notare come – anche nel campo de quo – quello dell’intesa Stato-Regioni si conferma ancora lo strumento “principe” della concertazione tra centro e periferia: con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, da adottare d’intesa con la Conferenza unificata ai sensi dell’articolo 3 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, viene infatti fissata dal legislatore la percentuale della compartecipazione dei Comuni al gettito dell’imposta sul valore aggiunto, assumendo a riferimento il territorio su cui si è determinato il consumo che ha dato luogo al prelievo. La stessa Corte costituzionale del resto – con sent. n. 201/2010 – sul punto non ha mancato di chiarire gli ambiti operativi e le funzioni del «tavolo di confronto» tra il Governo e ciascuna Regione a Statuto speciale e Provincia autonoma istituito, presso la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano, dall’art. 27, comma 7, della legge delega  n. 42, cit., precisando che detto «tavolo» «rappresenta (…) il luogo in cui si realizza, attraverso una permanente interlocuzione, il confronto tra lo Stato e le autonomie speciali per quanto attiene ai profili perequativi e finanziari del federalismo fiscale delineati dalla citata legge di delegazione, secondo il principio di leale collaborazione espressamente richiamato dalla stessa disposizione censurata».

Relativamente all’ultimo dei profili poc’anzi accennati, infine, non è secondario rilevare come il D.lgs. n. 23/2011 – adottato appunto in attuazione della delega conferita al Governo – nel proprio preambolo menzioni solo gli artt. 2 (comma 2), 11, 12, 13, 21 e 26 di detta legge di delegazione con riferimento alla quale, sempre Corte cost. sent. n. 201/2010, aveva già spiegato che l’art. 1, comma 2, di essa «stabilisce univocamente che gli unici principi della delega sul federalismo fiscale applicabili alle Regioni a statuto speciale ed alle Province autonome sono quelli contenuti negli artt. 15, 22 e 27», ritenendo corrispondentemente non applicabili alla Regione siciliana i principi e criteri di delega contenuti nelle disposizioni della legge n. 42 che la ricorrente aveva all’epoca impugnato (fra le quali vi erano gli artt. 11 e 12): con la conseguenza che, a parere della difesa regionale ed in violazione dei principi recati dalla legge delega, il D.lgs. in oggetto avrebbe in buona sostanza importato in ambito siciliano il nuovo sistema di finanziamento stabilito per gli enti locali situati nelle regioni a statuto ordinario.

Ma è al piano della c.d. “neutralità finanziaria” – sempre attinente al terzo dei rilievi ora in esame – che la Consulta appunta la sua attenzione per dichiarare infondata la questione sollevata. Infatti è proprio il, parimenti denunciato, comma 2 dell’art. 14, D.lgs. n. 23/2011, a disporre che, «al fine di assicurare la neutralità finanziaria del presente decreto, nei confronti delle regioni a statuto speciale» esso «si applica nel rispetto dei rispettivi statuti e in conformità con le procedure previste dall’articolo 27 della citata legge n. 42 del 2009»: col che – pur non potendosi negare la spettanza alla Regione siciliana del gettito degli indicati tributi riscossi nel suo territorio e, quindi, la potenziale sussistenza del denunciato conflitto – deve ritenersi che proprio il suddetto contrasto rende operante, potrebbe dirsi “a scatto”, la clausola di “salvaguardia” degli Statuti speciali contenuta nel comma 2, cit. Così interpretata tale clausola, non può che discenderne dunque l’erroneità del presupposto interpretativo da cui muove la Regione ricorrente – secondo cui le norme censurate sancirebbero l’«obbligo» di applicare il D.lgs. n. 23/2011 nei confronti delle Regioni a statuto speciale – e, conseguentemente, l’insussistenza del dedotto vulnus agli evocati parametri.

Né simile conclusione interpretativa parrebbe, del resto, alla Corte incoerente coi principi della legge delega cit.: non solo con quello di cui al già menzionato art. 1, comma 2, ma, pure, col citato art. 27, nella parte in cui stabilisce che il concorso delle Regioni a statuto speciale e delle Province autonome al «conseguimento degli obiettivi di perequazione e di solidarietà ed all’esercizio dei diritti e doveri da essi derivanti, nonché al patto di stabilità interno ed all’assolvimento degli obblighi posti dall’ordinamento comunitario», deve avvenire, appunto, nel «rispetto degli statuti speciali» e secondo «criteri e modalità» stabiliti da «norme di attuazione dei rispettivi statuti, da definire, con le procedure previste dagli statuti medesimi».

Stefano Agosta

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