[Corte cost. 23 febbraio 2012, n. 34] La Corte costituzionale dichiara l’illegittimità costituzionale della (intera) legge calabrese istitutiva dell’Agenzia regionale per i beni confiscati alle organizzazione criminali

Con la sentenza n. 34 del 2012, la Corte costituzionale annulla integralmente la legge della Regione Calabria 7 marzo 2011, n. 7, istitutiva dell’Agenzia regionale per i beni confiscati alle organizzazione criminali, cavallo di battaglia della più recente politica di contrasto alla criminalità organizzata, intensificatasi, in Calabria, nei primi mesi del 2011.

Giova ricordare che la legge annullata dalla Corte, nell’istituire la suddetta Agenzia, vi conferiva le seguenti funzioni: a) facoltà di richiedere l’assegnazione alla Regione l’assegnazione dei beni confiscati in Calabria (art. 3, lettera b); b) amministrazione dei beni eventualmente assegnati alla Regione Calabria (art. 3, lettera c); c) controllo sul corretto utilizzo dei beni confiscati da parte degli assegnatari degli stessi, nonché sulla effettiva corrispondenza tra la destinazione del bene ed il suo utilizzo (art. 3 lettera f); d) collaborazione con gli appositi organismi istituzionali per prevenire il deterioramento dei beni tra la fase del sequestro e quella della confisca (art. 3, lettera h).

Ad avviso del Presidente del Consiglio di Ministri – ricorrente in via principale –, l’impugnato articolo 3 della legge contrastava con l’art. 117, comma 2, lettere g), h) ed l), nella parte in cui – nel porsi in distonia con le leggi statali 31  maggio 1965, n. 575 (art. 2-undecies) e 31 maggio 2010, n. 50, di conversione del decreto legge 4 febbraio 2010, n. 4 [art. 3, comma 4, lettere f) e g)], entrambe confluite poi con contenuto analogo nel decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159 – invadeva la competenza esclusiva dello Stato nelle materie ordinamento e organizzazione amministrativa dello Stato e degli enti pubblici nazionali; ordine pubblico e sicurezza; giurisdizione e norme processuali e ordinamento penale.

Il ricorrente rilevava, difatti, una sovrapposizione fra le funzioni svolte dalla Agenzia calabrese e dalla “Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata”, istituita dal richiamato decreto legge n. 4/2010, al fine di assicurare una più rapida ed effettiva utilizzazione dei beni sottratti alla organizzazioni criminali, concentrando la competenza alle predette funzioni presso una autorità specializzata avente rilevanza nazionale.

Fra i compiti principali della Agenzia nazionale figurano, d’altro canto, quello di assicurare la conservazione e l’efficiente amministrazione dei beni sequestrati, sia nel corso dei procedimenti penali di cui all’art. 51, comma 3-bis, c.p.p. sia nei procedimenti di prevenzione, e quello di consentire all’esito dei processi una rapida ed efficace allocazione dei beni confiscati, devoluti al patrimonio statale, o a quello comunale, provinciale o regionale in cui è ubicato l’immobile.

Ad avviso del giudice delle leggi, comunque, le funzioni attribuite alla Agenzia regionale calabrese si sovrappongono illegittimamente alle funzioni attribuite alla Agenzia nazionale. Innanzitutto, in considerazione della ratio sottesa alla normativa impugnata, consistente nel “sottrarre definitivamente i beni di provenienza illecita al circuito economico di origine per inserirli in altro esente da condizionamenti criminali”, e pertanto garantendo la “restituzione alle collettività territoriali […] delle risorse economiche acquisite illecitamente dalle organizzazioni criminali”, la qual cosa costituisce uno strumento fondamentale di contrasto all’attività criminale, mediante l’indebolimento del radicamento sociale delle stesse organizzazioni.

Difatti, l’attribuzione alla predetta Agenzia regionale di compiti di amministrazione, vigilanza e custodia dei beni sequestrati, si muove in controtendenza con l’obiettivo, perseguito dal legislatore nazionale, di gestire unitariamente i beni sequestrati e di programmarne organicamente la destinazione.

Peraltro, la legge regionale calabrese, diversamente da quella statale, conferisce direttamente all’Agenzia regionale, e non già alla Regione, sia la facoltà di chiedere in assegnazione i beni, sia il compito di amministrare quelli eventualmente assegnati alla Regione stessa.

Infine, le funzioni di vigilanza sul corretto utilizzo dei beni da parte degli assegnatari e sulla corrispondenza tra la destinazione ed il loro utilizzo, si sovrappongono a quelle dell’Agenzia nazionale, titolare del potere di revoca del provvedimento di assegnazione e revocazione.

Da tutto ciò ne deriva, dunque, ad avviso della Corte, una illegittima invasione della competenza esclusiva nazionale in tema di ordine pubblico e sicurezza, di cui all’art. 117, comma 2, lettera h), Cost., mentre viene dichiarata assorbita ogni altra censura.

Merita di essere inoltre rilevato come nel dispositivo la Corte costituzionale pervenga all’annullamento dell’intera legge regionale calabrese, e non già del solo articolo 3, comma 1, lettere b), c), f) ed h), impugnato dal Presidente del Consiglio. Nel punto 4 del Considerato in diritto della decisione, difatti, la Corte chiarisce che le ulteriori disposizioni della legge impugnata riguardano l’organizzazione, la programmazione, il finanziamento, il coordinamento e la divulgazione delle attività svolte dall’Agenzia regionale, i cui compiti sono esemplificativamente esplicitati nelle norme impugnate, e pertanto, in ragione, da un lato, della omogeneità del contenuto, dall’altro, della stretta concatenazione oggettiva e funzionale dei diversi articoli, deve essere annullata l’intera legge regionale n. 7 del 2011. Insomma, una pronuncia di illegittimità conseguenziale non esplicitata.

In conclusione, quindi, la Corte pare limitare incisivamente la legittimità costituzionale degli interventi legislativi regionali volti ad istituire e disciplinare enti di gestione (locali) dei beni confiscati, nella lotta alla criminalità organizzata.

Andrea Lollo

Foto | Flickr.it

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