[Corte cost. n. 52/2012] La “tutela della salute e della sicurezza nel cantiere” può costituire criterio per la ammissibilità delle offerte?

Prosegue la “diatriba” fra Stato e Regioni in materia di appalti pubblici.

Alla ricerca degli ambiti di (residua e concorrente) competenza che il c.d. “Codice degli appalti” (cfr. d.lgs. 163/2006) consente al Legislatore regionale, non s’arresta il processo di produzione normativa di integrazione e di (asserita) differenziazione territoriale del medesimo; e, con esso, non s’arresta vieppiù l’attività di controllo della Corte costituzionale di definizione, appunto, dei premessi ambiti.

Nella fattispecie, lo Stato ha impugnato l’art. 2, co. 4 e 5, della l. r. Marche 4 aprile 2011, n. 4 (cfr. «Criteri di premialità connessi alla tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro nelle procedure di aggiudicazione di lavori od opere pubblici di interesse regionale») per la presunta violazione dell’art. 117 Cost., co. 2, lett. e) ed l), rispettivamente «tutela della concorrenza» ed «ordinamento civile»; ai sensi del citato articolo, infatti, «nel rispetto del principio di cui all’articolo 83, co. 2, del d.lgs. n. 163/2006, gli atti posti a base della procedura contrattuale devono prevedere una soglia minima di ammissibilità delle offerte relativamente all’elemento o agli elementi di valutazione connessi con la tutela della salute e della sicurezza nel cantiere [corsivo aggiunto, ndr.]» (co. 4) e «la soglia minima di cui al comma 4 non può essere superiore al 20 per cento del punteggio massimo attribuito all’elemento o agli elementi di valutazione di che trattasi» (co. 5).

 

Secondo l’avviso della Consulta, la questione è fondata.

In premessa si rileva, invero, come il «Codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture in attuazione delle direttive 2004/17/CE e 2004/18/CE» stabilisca che, in tema di «qualificazione e selezione dei concorrenti», le Regioni comunque «non possono prevedere una disciplina diversa» da quella statale; a tale previsione di carattere generale, gli artt. 86, co. 3 bis, e 87, co. 4, aggiungono poi che «nella predisposizione delle gare di appalto e nella valutazione dell’anomalia delle offerte nelle procedure di affidamento di appalti di lavori pubblici, di servizi e di forniture, gli enti aggiudicatori sono tenuti a valutare che il valore economico sia adeguato e sufficiente rispetto al costo del lavoro e al costo relativo alla sicurezza, il quale deve essere specificamente indicato e risultare congruo rispetto all’entità e alle caratteristiche dei lavori, dei servizi o delle forniture» e che «nella valutazione dell’anomalia la stazione appaltante tiene conto dei costi relativi alla sicurezza, che devono essere specificamente indicati nell’offerta e risultare congrui rispetto all’entità e alle caratteristiche dei servizi o delle forniture».

Sul punto, le disposizioni regionali impugnate dettano una disciplina diversa da quella del “Codice”, individuando invece negli «elementi di valutazione connessi con la tutela della salute e della sicurezza nel cantiere» un criterio di ammissibilità delle offerte, laddove le norme statali li configurano, piuttosto, come criteri di valutazione delle offerte medesime.

In ragione di tale, pur sottile, differenza, la Corte sanziona l’illegittimità costituzionale dell’art. 2, co. 4 e 5, l. r. Marche n. 4/2011, per violazione dell’art. 117 Cost., co. 2, lett. e), sì ribadendosi la pervasività (trasversale) della materia «tutela della concorrenza» rispetto al riparto di potestà legislativa Stato-Regioni e denunciando, altresì, la scarsa conducenza del relativo criterio materiale in ordine al rapporto fra disciplina interna e disciplina europea della concorrenza.

Roberto Di Maria

Foto | Flickr.it

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