[Corte cost. n. 18/2012] La tutela della concorrenza come interesse costituzionale a limite della potestà residuale in tema di commercio

Con la decisione in oggetto la Corte costituzionale si trova a sindacare in materia di attività commerciali, chiaramente riconducibili alla materia «commercio», ma in realtà soggette al più vasto interesse della «tutela della concorrenza»: ed in nome di tale interesse censura la disciplina regionale che delle attività commerciali ha disposto la regolazione.

Con l’art. 3 della legge n. 6/2011, recante «Modifiche all’articolo 2 della legge regionale 21 maggio 2002, n. 9 (Agevolazioni contributive alle imprese nel comparto del commercio), interpretazione autentica dell’articolo 15, comma 12 della legge regionale 18 maggio 2006, n. 5 (Disciplina generale delle attività commerciali), e norme sul trasferimento dell’attività», la Regione Sardegna ha inserito l’art. 15-bis, co. 4, in una precedente disciplina, la l. r. n. 5/2006, volto a limitare nel tempo la facoltà di cessione dell’attività commerciale per atto tra vivi.

La nuova disposizione prevede che la cessione dell’attività commerciale per atto tra vivi non possa essere effettuata prima che siano decorsi tre anni dalla data del rilascio del titolo abilitativo all’esercizio dell’attività stessa. La normativa perseguirebbe fini di utilità sociale (quali la garanzia della «serietà» dell’esercizio del commercio, la qualità dei servizi resi, la produttività della rete distributiva e la solidità dell’intera filiera produttiva), in quanto mira, a detta della Regione, «ad evitare la spinta all’acquisizione dei titoli abilitativi e all’apertura dell’attività commerciale al solo fine di ricavarne, immediatamente, un profitto attraverso l’alienazione, con l’evidente conseguenza del possibile svuotamento dell’ordinario procedimento amministrativo che deve essere seguito al fine dell’apertura di un’impresa commerciale (procedimento che prevede la richiesta dell’interessato e la verifica dei suoi requisiti)».

A giudizio del ricorrente, lo Stato, tale previsione interferirebbe con la materia «tutela della concorrenza», che l’art. 117, co. 2, lett. e), Cost., prevede come competenza esclusiva del legislatore statale; si porrebbe altresì in contrasto con le norme dell’Unione europea in materia di libera circolazione dei servizi; violerebbe il principio della libertà di iniziativa economica privata dell’art. 41 Cost., e per finire si porrebbe in contrasto con l’art. 3 dello Statuto speciale per la Sardegna.

Il giudice delle leggi accoglie il ricorso ritenendo che la limitazione temporale posta dalla Regione alla cessione di attività commerciali incida restrittivamente sulla possibilità di accesso di nuovi operatori, costituisca una barriera all’entrata e dunque ponga limitazioni al regime di concorrenza. È irrilevante, a giudizio della Corte, che la restrizione riguardi il commercio «su aree pubbliche», perché anche per questa attività deve sussistere un titolo abilitativo, il cui rilascio dipende dalla disponibilità di aree specificamente adibite: aree pubbliche che possono dunque essere posteggi dati in concessione oppure «qualsiasi area, negli spazi appositamente definiti da ogni singolo Comune», purché l’attività si svolga in forma itinerante e sui posteggi liberi. Su siffatta attività già incombe il limite del numero complessivo delle autorizzazioni all’esercizio del commercio, che è evidentemente condizionato dalla disponibilità di «spazi appositamente definiti»: non potrebbe tollerarsi un’ulteriore limitazione, di carattere temporale, relativa alla cessione dell’attività.

È pur vero che la disciplina europea – l’art. 16 della direttiva 2006/123/CE relativa ai servizi nel mercato interno – stabilisce che una deroga al principio della libera circolazione dei servizi può ritenersi ammissibile se giustificata «da ragioni di ordine pubblico, di pubblica sicurezza, di sanità pubblica o di tutela dell’ambiente»: tuttavia la previsione della legge sarda non pare riconducile ad alcuna di tali ipotesi; ed il giudice delle leggi considera che neanche la sussistenza dei fini di utilità sociale addotti dalla difesa regionale possa giustificare una restrizione al principio della libera circolazione dei servizi.

Ma soprattutto è da evidenziare il passaggio in cui la Corte accosta le due materie a cui la legge regionale potrebbe ricondursi – «tutela della concorrenza» e «commercio», la prima esclusiva dello Stato, la seconda residuale della Regione – per indicare quella che delle due prevale: «l’attinenza della norma impugnata alla materia del commercio, riservata alla potestà legislativa residuale delle Regioni, non è di per sé sufficiente ad escludere eventuali profili di illegittimità costituzionale» poiché «è illegittima una disciplina che, se pure in astratto riconducibile alla materia commercio di competenza legislativa delle Regioni, produca, in concreto, effetti che ostacolino la concorrenza, introducendo nuovi o ulteriori limiti o barriere all’accesso al mercato e alla libera esplicazione della capacità imprenditoriale» (sentenza n. 150 del 2011).

La materia «commercio» retrocede dunque a fronte dell’esigenza di favorire l’accesso alle attività commerciali laddove la disciplina di tale materia sia idonea a restringere il libero esplicarsi dell’attività imprenditoriale: comprimendo così la libertà europea in tema di libera circolazione dei servizi, la garanzia costituzionale in tema di iniziativa economica e dunque, in ultima analisi, il valore costituzionale della concorrenza.

Camilla Buzzacchi

Foto | Flickr.it

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