Il regionalismo visto da Antonino Spadaro

Nell’ambito del ciclo d’incontri con autorevoli giuristi sul tema del regionalismo, pubblichiamo, questa settimana, un’intervista al Prof. Antonino Spadaro, Ordinario di Diritto costituzionale presso l’Università “Mediterranea” di Reggio Calabria.

Professore, si può sostenere che la cultura dell’autonomia, e in particolare dell’autonomia regionale, si sia veramente affermata tra gli studiosi, tra i protagonisti della politica e nell’opinione pubblica del nostro Paese?

Trascorsi ormai 64 anni dall’entrata in vigore della Costituzione, 42 anni dall’esistenza delle Regioni ed 11 anni dalla riforma del Titolo V della II Parte della Carta, credo si possa dire che la “cultura dell’autonomia”, non solo quella (antichissima) comunale ma anche quella (più recente) regionale, sia un patrimonio e una conquista sociale e politica da cui in Italia difficilmente si potrà prescindere. Naturalmente si tratta di un settore molto in progress dove non mancano continue novità: basti pensare alle nuove città metropolitane, alla riforma degli EE.LL., alla riduzione/abolizione delle Provincie, al c.d. federalismo fiscale, ecc.

La consapevolezza dell’imprescindibilità di una sana cultura dell’autonomia è ovviamente maggiore fra gli “studiosi”, e in particolare fra i cultori di Diritto regionale, disciplina del resto diffusa in tutte le sedi accademiche. Se una critica può muoversi a tali studiosi (ma, visto chi scrive, trattasi almeno in parte di auto-critica) è addirittura quella di qualche eccesso, potendosi scorgere, talvolta, la tendenza a “spaccare il capello in quattro”, in una sorta di iperspecializzazione tecnica che non sempre ha aiutato una visione d’insieme, sinottica, propriamente costituzionalistica delle diverse forme dell’autonomia stessa.

I problemi maggiori, tuttavia, si hanno fra i “protagonisti della politica” et pour cause. In questo caso, l’autonomia è stata spesso solo un valore strumentale: o a più banali disegni politici di potere localistico o a macro-progetti federali, in qualche caso sfociati in deliranti utopie secessionistiche. La politica ha chiaramente cavalcato, con effetti ed esiti diversi nel tempo, il tema dell’autonomia, mostrando raramente di avere – sembra di poter dire – un vero e proprio disegno strategico-politico istituzionale.

Quanto all’“opinione pubblica” italiana, mi sembra che complessivamente essa abbia senz’altro recepito l’importanza dell’autonomia, valore quasi scontato e legato al particulare (in questo caso territoriale) che tanto caratterizza la storia d’Italia e gli italiani, anche se non sempre ha percepito la stretta connessione  del concetto di autonomia con quelli, parimenti indispensabili, di Stato unitario democratico-costituzionale e solidarietà nazionale.

Insomma, il tema dell’autonomia (da quella comunale a quella regionale, fino ai suoi estremi cripto-federali) ha tenuto, tiene e terrà banco ancora per molto tempo. Ma il tema è oggettivamente troppo ampio e complesso per formule ed analisi tranchant. In particolare, di una vera e propria “cultura dell’autonomia”, temo si possa parlare solo in relazione ad un’élite di studiosi e politici, e solo in relazione alla parte più matura dell’opinione pubblica nazionale.

Che consigli darebbe, quanto ai temi da approfondire e al metodo da adottare, a chi, oggi, volesse avvicinarsi allo studio del regionalismo in Italia, della sua teoria e delle sue applicazioni?

Chi si accostasse al regionalismo italiano “digiuno della materia”, a mio avviso dovrebbe ricorrere soprattutto a studi storici e giuridici, approfondendo in via preferenziale soprattutto questi aspetti rispetto ad ogni altro (e segnatamente rispetto ai profili meramente politologici). Infatti, senza un’adeguata base di conoscenze storiche e senza una sufficiente cultura giuridico-istituzionale, difficilmente si potranno comprendere evoluzione e prospettive del regionalismo italiano.

Quanto ai temi, credo che non si possa prescindere dal fatto che l’autonomismo italiano sia stato, sia e sarà sempre, su tre piedi: Stato, Regioni ed Enti Locali. È impensabile, dunque, un equilibrato regionalismo senza collocarlo nel complessivo quadro del Diritto costituzionale statale ed europeo/comunitario e senza connetterlo al Diritto degli Enti locali. Ma forse prediligo questa chiave di lettura “multilivello” per essere, insieme ad altri due colleghi, Direttore di un Master GREL (Governo delle Regioni e degli Enti Locali) di II livello nell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, che ormai ha avuto diverse edizioni.

Infine, se il metodo principale non potrà che essere quello giuridico-costituzionale, all’interno del quale un ruolo ormai rilevantissimo ha la giurisprudenza costituzionale, si capirebbe poco di Regioni senza il contributo anche dei giuslavoristi, degli amministrativisti, degli economisti, ecc. Una volta delineato con sufficiente chiarezza il quadro giuridico, la dimensione e la prospettiva interdisciplinare mi sembrano infatti metodologicamente necessari, oggi indispensabili. Su questo terreno, del resto, si è svolta una ricerca in due tomi sull’ordinamento calabrese, da me curata per i tipi della Jovene nel 2010, e si muove ora la redazione di un “Manuale di diritto regionale della Calabria” per i tipi della Giappichelli, in corso di stesura anche a cura di chi scrive. Inoltre, accanto alla prospettiva interdisciplinare, ogni ricerca regionalistica dovrebbe cercare di approfondire, oltre alle teoria, anche la concreta prassi locale. Cosa per niente facile.

Nella letteratura italiana e internazionale su autonomia, regionalismo e concetti affini, quali sono i classici la cui lettura lei ritiene fondamentale per chi voglia avvicinarsi allo studio del regionalismo?

Se, come si sa, sconfinata è la letteratura mondiale in materia (basti pensare ai classici del federalismo e alla diffusione globale delle più varie forme di autonomia, con connessi e  sempre più minuziosi approfondimenti dottrinali), dopo tanti anni, anche la letteratura specialistica italiana è cresciuta enormemente e appare oggi persino sovrabbondante, soprattutto se collocata in un quadro comparato complessivo. Ma invero il fenomeno non riguarda solo gli studi regionalistici.

Per queste ragioni credo che, per quanto forse potrà apparire strano, consiglierei di leggere, o ri-leggere (scoprendone talora la sorprendete attualità), tutta la produzione di Luigi Sturzo in materia e i lavori di stesura del Titolo V in Assemblea Costituente, esemplari e istruttivi per molti versi.

Ovviamente, poi, esistono ormai diversi ed importanti manuali di Diritto regionale, utili premesse per una più approfondita ricerca monografica per argomento. Fra questi, restano aurei – e per molti versi, almeno per me, insuperati – i “primi” testi di L. Paladin e di T. Martines.

A  cura di Claudio Panzera

(Università “Mediterranea” di Reggio Calabria)

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