Filosofia giuridica del Risorgimento: tra codificazione e diritto vivente (G. Maglio)

Pubblichiamo il testo della relazione tenuta dall’avv. Gianfranco Maglio, docente all’Istituto Superiore di Scienze Religiose “Rufino di Concordia” in Portogruaro e Cultore di Storia della filosofia politica presso l’Università Cà Foscari di Venezia, il 26 novembre 2011 al Convegno organizzato dal Circolo culturale Agorà e dall’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Belluno su “L’Italia unita dopo 150 anni: una scelta ancora valida?“ .

Gli eventi complessi che conducono all’unificazione italiana del 1861 possono essere analizzati da diversi punti di vista e rappresentano un fenomeno storico composito non privo di contraddizioni.

La lettura dello storico e del filosofo del diritto deve anzitutto tenere conto delle rivendicazioni politiche e sociali dell’Ottocento italiano, dell’atmosfera culturale e delle istanze religiose: un intreccio di aspirazioni, speranze e illusioni alle quali l’unificazione tenterà di dare una risposta, non da tutti condivisa (sui caratteri della filosofia giuridica risorgimentale italiana rinviamo a G. Fassò, Storia della filosofia del diritto, volume III, Ottocento e Novecento, Il Mulino, Bologna 1974-3°ed.). I principali protagonisti della cultura risorgimentale (da Romagnosi a Cattaneo, da Rosmini a Mazzini, solo per fare alcuni nomi), si occupano in modo consistente di tematiche giuridiche, anche per dare fondamento istituzionale alle loro teorie filosofico-politiche. Emergono differenze rilevanti che esprimono, in particolare, l’adesione o il rifiuto di quella nuova cultura illuministica che, sia pure con difficoltà e riserve, si era diffusa anche in Italia nel primo Ottocento quale corollario dell’avventura napoleonica.

La grande stagione del giusnaturalismo moderno aveva raggiunto la sua acme nella filosofia di Kant, in un giusrazionalismo che rappresentava il frutto maturo del presupposto individualistico: la filosofia della codificazione costituiva l’esito necessario di tale atteggiamento razionalistico, con l’idea che si potessero codificare una volta per tutte le norme e i principi del diritto naturale, in una prospettiva universalistica e sostanzialmente astorica (su tale filosofia v. G. Tarello, Le ideologie della codificazione. Dal particolarismo giuridico alla codificazione napoleonica, Dispensa anno accademico 1968-69, Genova 1969. V. anche, R. Bonini, Appunti di storia delle codificazioni moderne e contemporanee, Patron, Bologna 1987). Questa filosofia della codificazione tanto più si afferma quanto assume rilievo l’esigenza dell’unificazione legislativa, ne rappresenta la giustificazione e il fondamento: sarà la ricetta vincente della nuova Europa degli Stati nazionali ma, sul piano strettamente filosofico-giuridico, darà luogo a forti polemiche in un ambiente culturale sempre più attento alle istanze del Romanticismo e dello storicismo, soprattutto tedesco. Si osservava come un codice formale e astratto fosse, in ultima analisi, la negazione del diritto vivente dei popoli e come la libertà e l’autodeterminazione di quest’ultimi richiedesse anche l’autonomia nella produzione giuridica. In Italia questa sensibilità era già diffusa prima dell’affermarsi delle idee romantiche per l’influenza autorevole (in particolare nella cultura napoletana dall’ultimo scorcio del Settecento) della filosofia di Giambattista Vico, attenta alla storia concreta dei popoli e alle particolarità giuridiche e sociali.

Un’idea antica che risaliva al costituzionalismo medievale invitava a considerare l’organizzazione libera e spontanea delle comunità (lex est constitutio populi, aveva scritto Isidoro di Siviglia nel VII secolo), nonché l’importanza della natura consuetudinaria del diritto quale patrimonio di un popolo. Un principio che ritorna, come vedremo, nella Scuola storica del Savigny, ma che è presente in autori italiani che, ancor prima, si trovano a fare i conti con il razionalismo delle codificazioni. A riguardo possiamo citare un pensiero molto chiaro di Vincenzo Cuoco, espresso nel suo saggio sulla rivoluzione napoletana del 1799: le costituzioni sono come le vesti: è necessario che ogni individuo abbia la sua propria, la quale, se tu vorrai dare ad altri, starà male (V. Cuoco, Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799 a cura di F. Nicolini, Bari 1929, p. 218. Vedi anche F. Tessitore, Lo storicismo di Vincenzo Cuoco, Morano, Napoli 1965).

Rivendicare le proprie peculiarità, la propria storia e le antiche consuetudini rappresentava (e rappresenterà durante tutto il periodo risorgimentale e oltre) una riaffermazione gelosa d’identità e dunque di libertà.

Saranno principi ripresi a gran voce dai federalisti risorgimentali, come Carlo Cattaneo e, come si è già accennato, dalla Scuola Storica tedesca. La posizione di Carlo Cattaneo è nota: nel realizzare la nuova Italia occorreva garantire e salvaguardare l’autonomia delle varie regioni, nella convinzione che proprio la diversità delle millenarie tradizioni costituiva la ricchezza profonda della civiltà italiana. Quest’idea Cattaneo la sviluppa in vari momenti della sua riflessione, in particolare nel celebre scritto sulla città come principio ideale (C. Cattaneo, La città considerata come principio ideale delle istorie italiane, saggio del 1858 poi più volte ristampato. Vedi nei Classici del pensiero italiano, Carlo Cattaneo. Opere, Biblioteca Treccani, Il Sole 24 ore, Milano 2006 pp. 569-612).

L’unificazione italiana che preferiva Cattaneo era dunque di tipo federale, come egli stesso scrive in una lettera a Francesco Crispi: la mia formula è Stati uniti, se volete Regni uniti; l’idra di molti capi che fa però una bestia sola. Per essere amici bisogna che ognuno resti padrone in casa sua. Il concetto è ulteriormente chiarito in una successiva lettera del 1862 all’amico Agostino Bertoni: federazione è pluralità dei centri viventi, stretti insieme dall’interesse comune, dalla fede data, dalla coscienza nazionale (ibidem, p. 622).

Ovvio che quando si sottolinea l’importanza degli ordinamenti locali, delle libertà municipali, delle consuetudini, si vede con molto sospetto l’imposizione di un codice, così come lo intendevano i razionalisti, e si predilige quella nozione di diritto vivente dai confini indubbiamente più incerti ma sentita dalle varie comunità come cosa propria, patrimonio intimo di antiche libertà. I moti popolari di metà ottocento (le rivoluzioni del 1848) con il loro carico di forti idealità d’autonomia e nella rivendicazione di libertà nazionali e comunitarie, erano attenti al valore della produzione giuridica spontanea: in quest’atmosfera la critica della filosofia razionalistica della codificazione era particolarmente forte, in nome di un diritto reale e vivente così come espresso dalla storia di un popolo. Lo storicismo giuridico e la Scuola storica sviluppano in pieno tali tematiche: Karl von Savigny osservava come esista un rapporto fra il linguaggio di un popolo e il suo diritto, nel senso che quest’ultimo diventa espressione di esigenze reali di vita e di uno specifico sentire. In questo senso la consuetudine è la struttura giuridica fondamentale, espressione di spontaneità normativa e di quello che il Savigny definisce lo spirito del popolo (volksgeist). In quest’ottica il diritto del legislatore e la codificazione rappresentano l’espressione di una fase storica di decadenza, attestano l’indebolimento della coscienza giuridica popolare (F.C. von Savigny, Sulla vocazione del nostro tempo per la legislazione e la scienza giuridica, vedi in G. Marini (a cura di), La polemica sulla codificazione, Esi, Napoli 1982, pp. 97-197).

Si innestò in Germania una forte polemica fra il medesimo Savigny e il Thibaut, sostenitore quest’ultimo della codificazione, polemica che si diffuse favorendo la contrapposizione di due Scuole di filosofia del diritto, una Scuola storica e una seconda che si potrebbe definire sinteticamente giusrazionalistica. Questa distinzione si diffuse anche nella filosofia giuridica italiana dell’età risorgimentale: da un lato coloro che aderiscono alla filosofia del Vico (come il già citato Cuoco), il Romagnosi (sostenitore di un diritto naturale variabile nei suoi contenuti in relazione ai mutamenti storici) e lo stesso Cattaneo (il diritto si costruisce sul fatto naturale della convivenza); dall’altro i giusrazionalisti (o Scuola filosofica) come Pietro Baroli, Giampaolo Tolomei e Giovanni Carmignani) tutti accomunati da una concezione razionalistica e pertanto astorica del diritto naturale, con conseguente simpatia per la filosofia illuministica della codificazione.

Razionalistica è anche la posizione di una parte della filosofia cattolica tradizionale di impronta neo-scolastica, espressa da autori come il Taparelli d’Azeglio o Matteo Liberatore: in questi filosofi il richiamo a San Tommaso è più formale che sostanziale, quando non costituisce un’interpretazione distorta del suo pensiero. Come abbiamo avuto modo di osservare altrove si approda a un’antropologia che di tomistico ha solo l’etichetta: l’esistenza si presenta come un tutto chiuso, ove lo stesso concetto di Provvidenza subisce un processo di razionalizzazione, presentandosi come operante secondo principi che la ragione può ricavare da sola (mi permetto di richiamare il mio Tradizione scolastica e razionalismo dell’800. Alcuni confronti, Portogruaro 1988, p. 7).

L’esito politico di tali teorie, nel periodo dell’unificazione, assume tratti fortemente conservatori e a volte palesemente reazionari: pensiamo alla riaffermazione del diritto divino dei re, al rifiuto del principio d’uguaglianza e più in generale delle principali libertà civili che anche i primi Statuti ormai riconoscevano pacificamente (su tali autori v. G. Fassò, Storia della filosofia del diritto, op. cit., pp. 143-147).

Ben diversa e profonda la posizione di Antonio Rosmini con il suo personalismo giuridico attento ai principi profondi del giusnaturalismo cristiano ma anche alle istanze più vive della filosofia moderna, in particolare kantiana. Nella sua Filosofia del diritto Rosmini sviluppa coerentemente una ricca ontologia della persona e delinea la centralità di quelli che definisce i diritti connaturali dell’uomo, espressione originaria e ineliminabile della natura umana e non certo concessione di una qualsivoglia autorità politica (A. Rosmini, Filosofia del diritto, ed. nazionale delle Opere a cura di R. Orecchia, CEDAM, Padova 1967-70 (voll. XXXV-XL), v. in particolare pp. 159-191).

Su tali basi Rosmini affronta anche il problema della codificazione e quello dei cosiddetti diritti acquisiti, ossia la questione della rilevanza dei diritti specifici delle comunità. La sua è una posizione equilibrata: da un lato, nella polemica Savigny-Thibaut sulla codificazione, Rosmini aderisce alle posizioni di quest’ultimo, ritenendo auspicabile un codice comune a tutte le contrade italiane (ibidem, p. 9), ma dall’altro si oppone a qualunque tentazione di positivismo giuridico e sottolinea l’importanza della storia nella nascita e sviluppo delle istituzioni giuridiche, con conseguente attenzione alle particolarità e specificità e dunque al diritto vivente (ibidem, p. 259 e ss).

Questo lo conduce a preferire (come Cattaneo) una via federalista all’unificazione italiana. Le giustificazioni di una tale scelta sono date da Rosmini in un saggio del 1848 intitolato Sull’unità d’Italia: premesso che tutti concordano sulla necessità dell’unificazione italiana, Rosmini sostiene che tale unità va realizzata salvaguardando le diversità italiane fatte di differenze di stirpi, di climi, di consuetudini, di educazioni, di governi, di dialetti. Una unità nella diversità, un’Italia con un’unica legge costituzionale che deve in primo luogo garantire i diritti fondamentali della persona umana (diritti connaturali), ma costituita da un insieme di Stati particolari. Rosmini aggiunge che l’unità nella varietà è la definizione della bellezza, un’unità la più stretta possibile in una sua naturale varietà (A. Rosmini, Sull’unità d’Italia, a cura di Umberto Muratore e Mario d’Addio, Edizioni rosminiane, Stresa 1997).

Nell’immaginare una Dieta permanente in Roma, base del futuro ordinamento federale italiano, Rosmini auspicava (come, su basi differenti, si era espresso il Gioberti) una funzione centrale del Sommo Pontefice considerato come il naturale protettore della nuova unità italiana (ibidem. Vedi recentemente l’articolo di G. Sangiuliano, Antonio Rosmini, la via federalista (ed ecumenica) all’Unità d’Italia, Il Giornale, 14/8/11). Come si è detto la posizione di Rosmini realizza un equilibrio fra le due istanze filosofico-giuridiche che abbiamo visto animare l’età del Risorgimento: la codificazione rimaneva fondamentale per ottenere un’uniformità di riconoscimento e tutela dei diritti connaturali della persona umana, con ciò esprimendo il nucleo essenziale del giusnaturalismo cristiano; il riconoscimento della validità regionale e locale dei diritti acquisiti assicurava il valore di quel diritto vivente, espressione della storia dei popoli, che la filosofia del romanticismo e lo storicismo giuridico affermavano con forza nella cultura della prima metà dell’Ottocento.

Occorre aggiungere che fino al 1848 le istanze di libertà e autodeterminazione si muovono all’interno di un clima culturale e politico caratterizzato da una forte ispirazione religiosa che accumunava, nelle sue diverse manifestazioni, sia i cattolici che i liberali, con largo spazio a quella che possiamo definire una religiosità laica di forte impegno etico (rinviamo a P. Brezzi, Aspetti della storia dei Movimenti Religiosi in Italia, eri, Torino 1963 (v. pp. 75-91). Pensiamo a riguardo alla posizione di Giuseppe Mazzini con la sua religione dell’umanità, vista come il Verbo vivente di Dio, e la sua filosofia dei doveri dell’uomo che trova fondamento nella prima e attraverso la quale gli stessi diritti assumono consistenza e significato (G. Mazzini, I doveri dell’uomo, La Nuova Italia, Firenze 1973-4° rist. dell’ed. del 1957), si vedano in particolare i capitoli sulla Legge e i Doveri, pp. 35-84). Probabilmente se il processo di unificazione italiana si fosse realizzato in quegli anni sarebbe stato diverso: svaniti gli entusiasmi dell’età delle rivoluzioni nazionali, atteggiamenti conformisti e conservatori ebbero la meglio, con la giustificazione di arginare le spinte sociali ed impedire esiti sovversivi. La nuova realtà politica del secondo Ottocento, i rapporti di forza fra le monarchie europee e l’esigenza della monarchia sabauda di inserirsi autorevolmente nel sistema delle prime, consigliarono un esito unitario a forte accentramento amministrativo e uniformità legislativa, con la liquidazione delle autonomie territoriali e, per dirla con Rosmini, dei diritti acquisiti locali. Sul piano della filosofia del diritto il formalismo astratto a base razionalistica celebrò la sua vittoria.

Gianfranco Maglio

Foto | Wikipedia.org

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