[PDL Lombardia 0066 e 0072] Ancora in tema di “livelli essenziali” e rette delle RSA

Il Consiglio regionale della Lombardia sta affrontando in questi giorni (con i PDL 0066 e 0072) l’annosa questione della compartecipazione al pagamento delle rette per il ricovero in RSA (argomento più volte trattato su questo blog).

In particolare, pare il caso di porre l’accento sulle modifiche che si intendono apportare all’art. 8, co. 2, della L. reg. n. 3 del 2008, paradossalmente rubricata “Agevolazioni per l’accesso alle prestazioni sociali e sociosanitarie”.

Stando all’attuale versione della disposizione de qua, così come risultante dal testo emendato dalla III Commissione consiliare Sanità e Assistenza, contraddittoriamente la Regione si muoverebbe “nel rispetto dei principi della normativa statale in materia di indicatore della situazione economica equivalente (ISEE)”, salvo poi operare – al contrario – in aperto contrasto con le previsioni nazionali.

Com’è noto, la questione giuridica è se sia o meno legittimo che le autonomie locali chiedano ai parenti dell’assistito di compartecipare al pagamento delle rette per il ricovero in RSA.

Giova sin da subito osservare che l’art. 3, co. 2-ter del D.lgs. 31 marzo 1998, n. 109 statuisce che “le disposizioni del presente decreto si applicano nei limiti stabiliti con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri […]”. Dopodiché, si stabilisce che quest’ultimo deve essere adottato con l’espresso fine di “favorire la permanenza dell’assistito presso il nucleo familiare di appartenenza e di evidenziare la situazione economica del solo assistito, anche in relazione alle modalità di contribuzione al costo della prestazione”.

Il d.p.c.m. previsto dalla predetta norma non è mai stato adottato. Ciononostante, la giurisprudenza maggioritaria dei TAR, avallata da recenti e univoche pronunce del Consiglio di Stato, ha considerato l’art. 3, co. 2-ter cit. disposizione tassativa e immediatamente precettiva, sì da escludere che i redditi dei familiari del degente possano essere ricompresi nel calcolo della sua situazione economica.

Tanto premesso, il progetto di legge che i consiglieri lombardi stanno discutendo introduce una serie di criteri di compartecipazione ai costi che violano la normativa nazionale, in quanto concernenti la “valutazione del reddito e del patrimonio del nucleo familiare”, nonché, più in generale, la complessiva situazione familiare del degente.

Inoltre, illegittima risulta la previsione normativa che prima intende valutare la “situazione reddituale e patrimoniale della persona assistita”, ma poi estende detto sindacato anche sul coniuge e sui parenti in linea retta entro il primo grado nel caso di accesso a unità di offerta residenziali per anziani e ai centri diurni integrati.

Infine, secondo il testo in esame, si consente di operare una valutazione del reddito e del patrimonio dell’assistito soltanto per quei soggetti che presentino una disabilità grave.

Qualora tali norme fossero trasformate in legge, sarebbero senza dubbio passibili di ricorso di legittimità costituzionale, per le ragioni di seguito evidenziate.

Deve anzitutto ricordarsi che il Consiglio di Stato ha ricondotto il D.lgs. n. 109 del 1998 alla competenza esclusiva statale di cui all’art. 117, co. 2, lett. m (cfr. Cons. St., sez. V, n. 1607/2011, decisione commentata su questo blog da Michele Massa).

Ciò sta a significare che la materia della compartecipazione al pagamento delle rette RSA è fissata dallo Stato attraverso dei livelli uniformi di erogazione delle prestazioni, che inevitabilmente le Regioni sono tenute a rispettare (cfr. anche Corte cost., n. 203/2008).

Tra l’altro, a ulteriore conferma dell’illegittimità delle modifiche che la Regione Lombardia intende apportare all’art. 8 della L. reg. n. 3 del 2008, giova segnalare che, come ha statuito il Consiglio di Stato, l’art. 3, comma 2-ter, del D.lgs. n. 109 del 1998, nonostante demandi in parte la sua attuazione a un successivo (e non ancora adottato) decreto, ha “introdotto un principio, immediatamente applicabile, costituito dalla evidenziazione della situazione economica del solo assistito, rispetto alle persone con handicap permanente grave e ai soggetti ultra sessantacinquenni la cui non autosufficienza fisica o psichica sia stata accertata dalle aziende unità sanitarie locali” (Cons. St., n. 5185/2011, pronuncia commentata da chi scrive in una precedente occasione). Pertanto, “sia il legislatore regionale sia i regolamenti comunali devono attenersi a tale principio, idoneo a costituire uno dei livelli essenziali delle prestazioni da garantire in modo uniforme sull’intero territorio nazionale, mirando proprio a una facilitazione dell’accesso ai servizi sociali per le persone più bisognose” (ibid.).

Alessandro Candido

Foto | Flickr.it

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