Il regionalismo visto da Eduardo Gianfrancesco

Nell’ambito del ciclo d’incontri con autorevoli giuristi sul tema del regionalismo, pubblichiamo, questa settimana, un’intervista al Prof. Eduardo Gianfrancesco,  Ordinario di Istituzioni di Diritto pubblico presso l’Università LUMSA di Roma e Palermo.

Professore, si può sostenere che la cultura dell’autonomia, e in particolare dell’autonomia regionale, si sia veramente affermata tra gli studiosi, tra i protagonisti della politica e nell’opinione pubblica del nostro Paese?

Provo a rispondere considerando in modo distinto le tre categorie menzionate nella domanda.

Non avrei dubbi nel ritenere la cultura del regionalismo ormai saldamente radicata tra gli studiosi e tra i giuspubblicisti in particolare (ma non solo). Lo testimonia l’imponente riflessione scientifica che da anni è dedicata ai temi del diritto regionale così come la circostanza per cui l’insegnamento del diritto regionale è presente ormai pressoché in tutte le Università italiane. Spesso sorgono proficui dialoghi con giuristi di altri settori disciplinari su temi di comune interesse. Tra questi i giuslavoristi meritano una menzione particolare per la frequenza delle occasioni di incontro negli ultimi anni e per gli stimoli delle discussioni.

Per quanto riguarda i “protagonisti della politica”, l’approccio ai temi del regionalismo mi sembra molto strumentale alla affermazione in termini, appunto, di protagonismo degli esponenti della classe politica, ai vari livelli. L’autonomia regionale è vista spesso come un utile cavallo da cavalcare per irrompere nelle piazze delle comunicazione mediatica. Mi sembra difficile individuare una visione strategica del regionalismo dietro molte prese di posizione degli appartenenti alla classe politica italiana; una visione, cioè, sufficientemente organica e compiuta di cosa deve essere l’ente Regione nei suoi rapporti con lo Stato e – punto non meno nevralgico – con gli enti locali stanziati sul suo territorio.

Sotto questo punto di vista, il regionalismo italiano sconta una debolezza strutturale congenita (da tempo evidenziata) che ne ha fatto spesso uno strumento di scambio e compensazione politica. Aggiungo che la considerazione sull’uso congiunturale del regionalismo in funzione della ricerca del consenso mi sembra possa essere estesa anche alle forze politiche più accesamente autonomiste.

Per quanto riguarda, infine, l’opinione pubblica “non specializzata”, il grado di maturazione della sensibilità nei confronti dell’istituzione-Regione mi sembra ancora abbastanza arretrata. L’Italia è ancora troppo spesso il paese dei mille campanili od, all’opposto, di “Roma locuta, causa soluta”. La dimensione della Regione come entità istituzionale di riferimento primario per il cittadino è ancora estremamente carente e non è certo resa più salda dall’uso congiunturale del regionalismo dei “protagonisti della politica” appena sopra ricordati. Ciò avviene nonostante l’incidenza delle politiche regionali nella vita quotidiana dei cittadini (e dei non cittadini residenti) e sui loro diritti fondamentali sia di macroscopica evidenza.

Conclusivamente, non può sfuggire l’anomalia e problematicità di un quadro in cui il diritto regionale è oggetto di attenta considerazione ed analisi nelle facoltà universitarie ma viene “strumentalizzato” dalla politica per il raggiungimento ed il consolidamento di posizioni di forza, mentre la coscienza da parte del singolo del rilievo costituzionale della Regione e della sua autonomia politica appare ancora estremamente lacunosa.

Che consigli darebbe, quanto ai temi da approfondire e al metodo da adottare, a chi, oggi, volesse avvicinarsi allo studio del regionalismo in Italia, della sua teoria e delle sue applicazioni?

Affermare che il metodo più adeguato per un giurista sia il metodo… giuridico può apparire banale. Ritengo comunque utile sottolineare la specificità dell’indagine giuridica che, anche nel campo dello studio del regionalismo, può e deve trarre spunti da altre discipline (le discipline storiche e la scienza della politica, soprattutto, ma anche la sociologia delle organizzazioni) ma alla fine deve tornare al suo proprium.

Si tratta di una considerazione che si impone con maggior forza se si considera che anche dopo la riforma del titolo V della parte II della Costituzione – anche se in misura meno accentuata rispetto all’esperienza precedente – la tensione tra prescrittività della Costituzione e svolgimento normativo di essa continua a porsi. La rilevazione dello scarto tra essere (nel nostro caso, la legislazione e le altre fonti ed atti subordinati, nonché le prassi) e dover essere (la disciplina costituzionale) continua ad impegnare il giurista. Questo appare tanto più vero in una peculiarissima fase della nostra storia in cui la crisi economica mette in discussione il ruolo, il significato e, secondo un modo di pensare percepibile dalla lettura della stampa quotidiana e periodica, il valore stesso dell’esperienza regionale. La distinzione dei piani (esistenziale e normativo) e la difesa della prescrittività della Costituzione richiama i giuristi a ciò che caratterizza maggiormente la loro attività.

Un’ultima notazione sul punto del metodo: consiglierei a chi si accosta allo studio del diritto regionale grande attenzione alla giurisprudenza costituzionale, ci mancherebbe altro! Consiglio, peraltro, di non farsi completamente “risucchiare” dalla prospettiva giurisprudenziale, (auto)limitandosi alla ricostruzione, dall’interno, della stessa, ivi comprese le sue incoerenze. Per le ragioni sopra espresse e nonostante le indubbie lacune e gli innegabili difetti del testo costituzionale revisionato nel 1999-2001, occorre sempre porsi il problema della deducibilità o meno delle soluzioni giurisprudenziali dalla trama – ancorché a maglie larghe – della Costituzione. La vicenda dell’attrazione in sussidiarietà delle funzioni legislative regionali, che a mio parere non ha ricevuto tutte le critiche che meritava, ne costituisce un caso esemplare.

Per quanto riguarda i temi meritevoli di approfondimento, direi che non ci sono limiti. Personalmente, negli ultimi anni avverto un minore entusiasmo nell’affrontare le problematiche del riparto della potestà legislativa tra Stato e Regioni, anche per lo sviluppo di una giurisprudenza costituzionale, per così dire, “frattalica” e di difficile inquadramento sistematico. Trovo maggiormente stimolanti il tema dello sviluppo del ruolo dei Consigli regionali nei loro rapporti dialettici con i Presidenti regionali direttamente eletti dal corpo elettorale e quello dell’incidenza delle politiche regionali sul godimento dei diritti fondamentali e, quindi, di una tutela multi-livello dei diritti tra Stato e Regioni i cui contorni appaiono sempre più nitidi. Ma si tratta di preferenze personali….

Nella letteratura italiana e internazionale su autonomia, regionalismo e concetti affini, quali sono i classici la cui lettura lei ritiene fondamentale per chi voglia avvicinarsi allo studio del regionalismo?

Molti ottimi consigli sono stati dati da chi mi ha preceduto in questa serie di interviste.

Per cogliere il senso più profondo della connessione tra articolazione pluralistica del potere pubblico sul territorio, democrazia e libertà, consiglierei anche io la lettura dei saggi del Federalist, mentre per quanto riguarda l’elaborazione del modello regionale, rinvierei alle pagine di Gaspare Ambrosini, Un tipo intermedio di Stato fra l’unitario e il federale caratterizzato dall’autonomia regionale (1933). L’esperienza del primo regionalismo italiano (1948-2001) mi sembra possa essere efficacemente iscritta in una parabola ai cui estremi si collocano le pagine – già ricordate – di Pietro Virga, La Regione (1949) e l’ultima edizione del manuale Diritto regionale (VII ed., 2000) di Livio Paladin.

Non posso fare a meno di manifestare tutto il mio debito intellettuale nei confronti di chi mi ha fatto appassionare al Diritto regionale, il mio Maestro Antonio D’Atena. Per questo mi pare naturale indicare il Suo manuale Diritto regionale (2010) come un testo in grado di guidare efficacemente il lettore – novizio od esperto che sia – nell’evoluzione attuale della materia regionalistica.

 A cura di Alessandro Morelli

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