Il nodo dell’applicabilità alle province delle regioni speciali delle disposizioni di cui all’art. 23, commi 14-22, del decreto-legge n. 201/2011

A seguito della approvazione della legge di conversione del decreto n. 201/2011 (c.d. salva Italia) da parte della Camera dei Deputati, è stato inserito, nell’art. 23, un nuovo comma (20 bis) il quale stabilisce che, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore del provvedimento normativo del Governo, anche le Regioni a Statuto speciale, con la sola esclusione delle Province Autonome di Trento e Bolzano/Bozen, devono adeguarsi a quanto previsto dalla normativa statale in materia di Province.

Sul punto, almeno due rilievi. In primo luogo, la disposizione normativa appare troppo generica in quanto, dalla lettura della stessa, non si riesce a comprendere se questo adeguamento abbia valore imperativo oppure costituisca una sorta di atto di indirizzo e quali sono le eventuali conseguenze nell’ipotesi di non ottemperamento della norma da parte delle Regioni ad ordinamento differenziato.

In secondo luogo, è evidente l’intromissione da parte dello Stato in un ambito competenziale, che è quello dell’ordinamento degli enti locali territoriali e delle relative circoscrizioni, che gli Statuti speciali riservano alla potestà primaria delle Regioni. Infatti, a seguito delle modifiche apportate agli Statuti con la legge costituzionale 5 settembre 1993, n. 2, le Regioni hanno iniziato a disporre del potere di approvare leggi anche relativamente all’ordinamento degli enti locali (si vedano, ad esempio, l’art. 4, comma 1-bis), dello Statuto della Regione Friuli-Venezia Giulia, l’art. 3, comma 1, lett. b) dello Statuto della Regione Sardegna, l’art. 2, comma 1, lett. a) dello Statuto della Regione Valle d’Aosta/Valleé d’Aoste, l’art. 4, comma 1, n. 3) dello Statuto del Trentino-Alto Adige/Südtirol). Unica eccezione la Regione Sicilia, che esercita la propria competenza in questo ambito fin dalla legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 2.

Con due fondamentali sentenze, la n. 238 e la n. 286 del 2007 (si veda la nota di P. GIANGASPERO, La potestà ordinamentale delle Regioni speciali e la tutela costituzionale del ruolo della Provincia, in Le Regioni, n. 6/2007, pp. 1085-1096), la Corte Costituzionale ha colto l’occasione per ricapitolare e riunire in un quadro di insieme la propria precedente giurisprudenza al fine di chiarire l’ambito di operatività della potestà legislativa sull’ordinamento degli enti locali da parte delle Regioni speciali. Se, da un lato, lo Stato potrà sindacare la legislazione regionale in materia unicamente alla stregua dei limiti statutariamente previsti per la funzione legislativa primaria, dall’altro, però, non potrà dettare una disciplina valevole anche per loro. Inoltre, lo Stato non potrebbe invocare a sostegno della applicazione alle Regioni speciali della normativa sulle Province contenuta nella manovra Monti, il limite dell’armonia con la Costituzione come preteso vincolo all’osservanza delle norme statali. Sul punto, ha precisato la Corte, questa armonia non si traduce nella osservanza di specifiche disposizioni legislative statali, con la conseguenza “di operare una impropria inversione tra il ruolo delle norme costituzionali e quello delle norme ordinarie” (cfr., punto 3 del cons. in dir., della sentenza n. 238/2007 Corte Cost.), ma nel rispetto dei precetti costituzionali e del loro spirito (ex plurimis, cfr., la nota sentenza n. 304/2002 Corte Cost.) tra i quali non può non rientrare quello dell’attribuzione della competenza sull’ordinamento degli enti locali alla potestà esclusiva regionale, proprio in ragione di quanto espressamente previsto negli Statuti. Alla luce di queste considerazioni, è evidente che la competenza primaria delle Regioni speciali  in materia di ordinamento degli enti locali “non è intaccata dalla riforma del Titolo V, ma sopravvive quantomeno negli stessi limiti definiti dagli Statuti” (cfr., sentenza n. 48/2003 Corte Cost.). Pertanto, sulla base della attribuzione della potestà ordinamentale sugli enti locali, va riconosciuta alle cinque Regioni speciali la possibilità di una disciplina del sistema degli enti locali differenziata rispetto a quella della corrispondente legislazione statale, purché venga rispettato il principio di tutela e promozione dell’autonomia locale che le Regioni, secondo la giurisprudenza costituzionale (sentenza n. 83/1997 Corte Cost.), possono bensì regolare, ma non comprimere fino a negarla. Il giudice delle leggi, dunque, non potrà essere chiamato ad entrare nel merito della differente disciplina mantenuta dalle Regioni ad ordinamento differenziato, ma solo valutare se questa nega profili che risultano essenziali per garantire l’autonomia di enti costituzionalmente necessari come le Province (cfr., il punto 5 del cons. in dir., della sentenza n. 238/2007 Corte Cost.).

Daniele Trabucco

(Università degli Studi di Padova)

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