[Corte cost., n. 302 del 2011] Rimane efficace la sentenza sulla “democrazia paritaria in Campania”

Con l’ordinanza che si segnala, la Corte costituzionale – con il giudice Cartabia nel suo primo ruolo di relatore e redattore – ha esaminato e respinto l’istanza di sospensione formulata dalla Regione Campania, nel ricorso contro una nota sentenza del Consiglio di Stato: quella che, confermando la sentenza di primo grado, aveva giudicato illegittimo l’atto con cui il Presidente Caldoro, per sostituire un assessore dimissionario, ne aveva nominato un altro di sesso maschile, benché della Giunta facesse parte una sola donna. Del ricorso e delle fasi precedenti della vicenda si è dato qui ampiamente conto.

È già di per sé notevole che l’istanza cautelare sia stata oggetto di specifico provvedimento e contraddittorio. Non era scontato: come si era rilevato nella segnalazione di cui sopra, spesso la Corte omette di decidere al riguardo, lasciando che la decisione di cognizione piena faccia assorbire la domanda cautelare; né è sempre chiaro perché ciò avvenga.

Nel merito, l’istanza cautelare è respinta per difetto del periculum in mora. Secondo la Corte, nulla impedisce al Presidente della Regione di esercitare di nuovo il potere di nomina, né di trasferire ad altro componente della giunta la delega all’agricoltura, o di trattenerla per sé. Pertanto, “la misura disposta dal Consiglio di Stato (…) non determina alcuna interruzione o paralisi delle attività regionali e, dunque, non si ravvisa alcun concreto e attuale pregiudizio per le competenze regionali”. La continuità dell’azione e dell’indirizzo politico della Giunta e della Regione non sono a repentaglio. La motivazione è convincente e, tenendosi alla larga dal profilo del fumus boni iuris, ha il vantaggio di non portare subito la Corte nel cuore di una questione complessa e non priva di aspetti di novità.

È degno di nota che l’Avvocatura dello Stato si sia costituita, per difendere il provvedimento giurisdizionale gravato. La sentenza del Consiglio di Stato è pur sempre orientata per una restrizione dei margini di discrezionalità che contraddistinguono un’importante decisione politica, anche se in riferimento a un organo regionale. La linea della difesa erariale è di difendere la correttezza della sentenza; comunque si premette che, quand’anche la sentenza fosse viziata da difetto assoluto di giurisdizione, la Regione avrebbe dovuto impugnarla con ricorso alle Sezioni Unite della Cassazione.

È intervenuta pure la privata cittadina che aveva vittoriosamente fatto ricorso alla giustizia amministrativa. La Corte non palesa dubbi sull’ammissibilità dell’intervento, che, in effetti, pare linea con le considerazioni sul diritto di difesa – allorché oggetto del conflitto sia un atto giurisdizionale – formulate per la prima volta nella sent. n. 76 del 2001 proprio con riguardo ai conflitti tra enti, e poi estese anche a quelli tra poteri dello Stato.

Dunque, almeno per il momento, la sentenza del Consiglio di Stato rimane efficace e in attesa di esecuzione. A questo punto, se ben si è inteso il contenuto del provvedimento del giudice amministrativo, il Presidente Caldoro dovrebbe nominare un assessore donna, o almeno spiegare perché una tale nomina sia impossibile. Come ha suggerito la Corte costituzionale, non è necessario che al nuovo assessore siano consegnate proprio le deleghe sull’agricoltura. Ma il potere di nomina dovrà essere esercitato nel rispetto della iuris dictio dei giudici di Palazzo Spada.

Michele Massa

(Università Cattolica di Milano)

Foto | Flickr.it

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