[Corte dei conti, sez. aut., delibere nn. 6 e 7 del 2001] Lo stato dell’autonomia finanziaria in due relazioni della Corte dei conti

Nella scorsa estate, sono state pubblicate le due relazioni della Corte dei conti, Sezione Autonomie, sulla gestione finanziaria delle regioni (delibera n. 6/2011, del 18-29 luglio 2011) e degli enti locali (delibera n. 7/2011, in pari data). Anche a distanza di alcune settimane dalla pubblicazione, vale la pena di segnalare questi documenti: essi descrivono dettagliatamente le condizioni attuali della finanza territoriale, in attesa che diventi effettivo il vagheggiato “federalismo fiscale”. Le informazioni sono particolarmente importanti, in un momento in cui si continua a discutere sugli obiettivi della finanza pubblica e sugli sforzi che, per il loro conseguimento, si possono, o non si possono, pretendere dal mondo delle autonomie.

 Poiché si tratta di documenti voluminosi (oltre 400 pagine ciascuno) e densi, ricchi di dati e di valutazioni, di seguito si riportano solo alcune delle informazioni che, a prima lettura, sono parse più rilevanti. Le si è tratte dalle sintesi premesse ai due testi: principalmente di quello dedicato alla finanza regionale. Ciò come esemplificazione del contenuto delle relazioni e anche come invito, per chi fosse interessato ai temi della finanza territoriale, a una lettura integrale.

Nella finanza regionale, l’analisi parte dal sistema del Patto di stabilità e da due suoi difetti di fondo. In primo luogo, questo sistema si discosta dall’archetipo del patto di stabilità europeo, perché, anche nel 2010, è incentrato sul contenimento della spesa, invece che sul conseguimento di saldi complessivi di bilancio; non è quindi adeguatamente valorizzato il lato delle entrate. In secondo luogo, il Patto di stabilità interessa una quota marginale della spesa regionale, poiché non si applica alla sua parte maggiore, ossia alla spesa sanitaria: ciò è particolarmente grave sul versante delle spese correnti, di cui appena il 16% soggiace alle regole del Patto.

Quanto ai risultati, il Patto di stabilità è stato rispettato da tutte le regioni. Ma ciò è avvenuto soprattutto per effetto di una riduzione della spesa in conto capitale: ad es., in termini di cassa, si registra un calo complessivo del 16,8% rispetto al 2009; tra l’altro, gli investimenti fissi in beni immobili scendono, sempre in termini di pagamenti, del 17,19%, in generale (del 19,90% nelle regioni a statuto speciale e addirittura di oltre il 30% in Sardegna e nella Provincia autonoma di Trento). La diminuzione degli investimenti è più forte al sud: ciò porta la Corte dei conti a denunciare il pericolo che le politiche finanziarie perseguite accrescano il divario infrastrutturale tra sud e nord del paese.

Anche nella relazione sulla finanza locale si torna a battere su questo tasto, per quanto riguarda i comuni. Il Patto interno è stato rispettato; in particolare, gli enti locali sono riusciti a contenere la spesa, anche di parte corrente (cresciuta meno delle entrate tributarie). Ma le limitazioni di spesa non si sono sempre rivelate razionali. Finché l’attuazione del “federalismo fiscale” non aprirà, sul fronte delle entrate, nuove opportunità per i comuni, questi ultimi potranno muoversi solo verso ulteriori riduzioni delle spese; il che, però, è in contraddizione con le domande che derivano dal ritardo infrastrutturale, oltre che dalla situazione demografica e sociale.

Naturalmente, molte informazioni sono offerte anche sulla spesa sanitaria, cui sono dedicate oltre 100 pagine del rapporto regionale. È considerato anche il tema “Federalismo e sanità”, con particolare riguardo all’armonizzazione contabile, al sistema dei costi standard e ai meccanismi premiali e sanzionatori. La spesa sanitaria equivale a circa il 7,1% del PIL nazionale, e al 75,4% della spesa corrente complessiva delle regioni. Nell’insieme, la spesa per il SSN si contiene entro gli obiettivi fissati dalla DFP 2011-2013: ammonta a 113,5 miliardi di euro, con un miglioramento di 1,5 miliardi rispetto alle stime programmatiche. Il deficit complessivo diminuisce, ma perdurano i disavanzi, in 12 regioni, prevalentemente del centro-sud (soprattutto Lazio, Campania, Puglia e le due isole). La relazione dà anche notizie sul sistema dei Piani di rientro, sulle regioni che sono entrate o uscite da questo sistema e sul conseguimento dei relativi obiettivi (per quanto consta, avvenuto nel 2010 solo nella Regione Liguria).

A proposito delle entrate, si afferma che “[i]l finanziamento delle funzioni attribuite alle Regioni, in attesa del superamento dei trasferimenti con l’attribuzione di entrate proprie, è assicurato, fino all’assetto definitivo del federalismo fiscale, dall’attribuzione alle Regioni a statuto ordinario delle quote di partecipazione ai tributi e degli altri importi a vario titolo ad esse spettanti, su base concordata, anche modificando parametri e formule previsti nell’allegato al d.lgs. 56/2000”. Con riguardo alle regioni ordinarie, le previsioni di entrata per il biennio 2009-2010 (quali risultano dai rendiconti, per il 2009, e dai dati forniti dalle amministrazioni, per il 2010) sono incrementate del 2,4%: ma questo – stima la Corte –si deve principalmente all’aumento delle entrate tributarie, pari al 5,9%; i trasferimenti dallo Stato sono, infatti, in diminuzione.

Oltre a questo, le due relazioni toccano argomenti quali la finanza delle regioni speciali, i metodi della programmazione economica regionale, il ricorso al mercato e (specialmente per gli enti locali) agli strumenti di finanza derivata, il patrimonio degli enti territoriali, gli effetti dell’abolizione dell’ICI etc.

Michele Massa

(Università Cattolica di Milao)

Foto | Flickr.it

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