Alcune note a commento dell’art. 16 della “manovra-bis”. 4. Novità per i Comuni tra 1.000 e 10.000 abitanti (C. D’Andrea)

L’ultima parte di questa analisi è concentrata su alcune norme che riguardano in generale tutti i Comuni tra i 1.000 ed i 10.000 abitanti. Il legislatore è intervenuto ritoccando le composizioni dei Consigli Comunali e riducendo il numero complessivo delle “poltrone”, con esiti che, come vedremo, si sono concretizzati forse più in un’operazione di immagine che di reale risparmio.

L’attenzione si concentra principalmente sul comma 17 che prevede profonde modifiche all’assetto organico dei Comuni fino a 10.000. Il legislatore non è intervenuto con una modifica espressa delle relative norme del Testo Unico [vd. art. 37, comma 1, lett. f), g) e h) del T.U.E.L.], ma si è limitato a riportare la nuova disciplina relativa alla composizione dei consigli e delle giunte.

In particolare, per i Comuni fino a 1.000 abitanti (in assenza delle soppresse giunte) gli organi sono il Consiglio, composto da 6 membri ed dal Sindaco.

Nei Comuni fra 1.000 e 3.000 abitanti è prevista la riduzione a 6 consiglieri e due (al massimo) assessori, oltre al Sindaco.

I Comuni tra 3.000 e 5.000 abitanti subiscono una riduzione dei consiglieri a 7 e degli assessori a 3, mentre fra i 5.000 e i 10.000 abitanti i consiglieri scendono a 10, gli assessori a 4.

La norma si applicherà a tutti i Comuni interessati a decorrere dal primo rinnovo dei consigli dopo il 13 agosto 2012. Occorre evidenziare una piccola anomalia, frutto forse della scrittura della norma: a differenza delle altre disposizioni che consentono un numero dispari di componenti dei Consigli, per i Comuni fra 3.000 e 5.000 abitanti è prevista una composizione pari degli organi politici (7 più il Sindaco), con possibili problematiche che si potranno concretizzare in sede di voto consiliare. Il problema non sembra essere stato evidenziato durante i lavori parlamentari, benché le norme del T.U.E.L. prevedessero in origine una composizione dispari per tutti i Consigli.

I commi 22, 23 e 24 introducono alcune modifiche a testi legislativi precedenti volte a rendere coordinate con l’art. 16 in commento e maggiormente comprensibili le disposizioni di legge. In particolare, vengono modificati l’art. 14, commi 28 e 31 del D.L. 78/2010 e l’art. 2, comma 7 del D. lgs. 23/2011 [Si tratta del Decreto delegato recante Disposizioni in materia di federalismo Fiscale Municipale. La modifica, tuttavia, non incide in modo significativo: è modificata la definizione, poco efficace di “isole monocomune”, con la più corretta, “i comuni il cui territorio coincide integralmente con quello di una o di più isole”].

La prima di queste disposizioni va letta in coordinamento con il comma 2 che recita: “A ciascuna unione di cui al comma 1 hanno facoltà di aderire anche comuni con popolazione superiore a 1.000 abitanti, al fine dell’esercizio in forma associata di tutte le funzioni fondamentali loro spettanti sulla base della legislazione vigente e dei servizi ad esse inerenti, anche al fine di dare attuazione alle disposizioni di cui dell’articolo 14, commi 28, 29, 30 e 31, del citato decreto-legge n. 78 del 2010, come da ultimo modificato dalla legge di conversione del presente decreto. I comuni di cui al primo periodo hanno, in alternativa, facoltà di esercitare mediante tale unione tutte le funzioni e tutti i servizi pubblici loro spettanti sulla base della legislazione vigente.”

Si tratta di una formulazione complessa che necessita un breve approfondimento e di alcuni appunti di ricostruzione cronologica riguardo ad altre disposizioni. Il comma 2 contiene l’esplicito richiamo all’art. 14 (commi 28, 29, 30, 31) del D.L. 78/21010, come convertito dalla Legge 122/2010, il quale, a sua volta, contiene un rinvio a norme particolarmente importanti.

Il D.L. 78 ha rappresentato nel 2010 la prima “manovra” volta alla stabilizzazione finanziaria del nostro Paese. L’art. 14 rubricato Patto di stabilità interno ed altre disposizioni sugli enti territoriali introduceva un cospicuo “pacchetto” di disposizioni vincolanti per gli Enti locali fra le quali, al comma 28, prevedeva l’esercizio in forma associata delle funzioni fondamentali dei Comuni fino a 5.000 abitanti (o 3.000 se appartenenti alle Comunità montane), attraverso convenzioni o Unioni di Comuni (artt. 30 e 32 del TUEL). Già nel 2010 erano previste obbligatoriamente forme associative finalizzate all’esercizio delle funzioni fondamentali dei Comuni, così come previste e disciplinate da un altro testo legislativo di particolare rilevanza, la L. 42/2009 Delega al Governo in materia di federalismo fiscale, in attuazione dell’articolo 119 della Costituzione.

La disposizione del comma 2 dell’articolo in commento si pone, allora, come un ulteriore tassello – l’ultimo in ordine di tempo – nel complesso mosaico dell’attuazione del federalismo fiscale. Oggi, a distanza di un anno, il legislatore ha semplicemente limitato l’obbligatorietà dell’esercizio in forma associata all’Unione di Comuni di cui all’art. 32 del TUEL. Una specificazione significativa per l’esplicito riferimento legislativo che rende la norma ben coordinata con le disposizioni già in vigore. Altro elemento interessante si ritrova nel comma 30 del D.L. 78,  richiamato dal comma 2 in commento, che delega le Regioni, ai sensi dell’art. 117 della Costituzione, all’individuazione “della dimensione territoriale ottimale e omogenea per area geografica per lo svolgimento (…) delle funzioni fondamentali (…) secondo i principi di economicità, di efficienza e di riduzione delle spese”.

In conclusione una considerazione sulle finalità complessive della manovra: l’intento del legislatore, come abbiamo visto, è stato, in estrema sintesi, quello di 1) riportare i conti pubblici su parametri controllati, 2) garantire il rispetto dei vincoli si spesa pubblica, 3) operare sostanziosi risparmi e 4) intervenire sulle situazioni di inefficiente resa dei servizi pubblici.

I tagli operati e le novità per gli enti locali contribuiranno senz’altro a realizzare un sistema dei servizi pubblici locali maggiormente efficiente, efficace ed economico sul territorio e nelle piccole realtà. E’, però, opportuno chiedersi come mai i sacrifici ed i “tagli alle poltrone” siano stati imposti solo agli enti locali ed in particolare a quelli di piccole dimensioni: è ben vero che verranno meno circa 30.000 posti fra i consigli comunali e le giunte (destinate a scomparire sotto i 1.000 abitanti), ma è anche vero che gli emolumenti riconosciuti a consiglieri ed assessori sono spesso di poche decine di euro e non sempre vengono percepiti.

La politica nelle piccole realtà è più un’attività di volontariato per la collettività che una professione e, stando alle statistiche pubblicate dal quotidiano Il Sole 24 ore [G. Trovati, Piemonte nel mirino dei tagli. Accorpato un comune su due, in “Il sole 24 ore” inserto Nord-Ovest di mercoledì 14 settembre 2011, pag. 4], sono necessari gli emolumenti di oltre 1.200 politici locali per raggiungere la somma dei compensi spettanti ad un solo consigliere regionale [E’ opportuno segnalare, solo a titolo di riferimento che l’art. 15 della L. 148/2011 rubricato Riduzione del numero dei consiglieri e assessori regionali e relative indennità. Misure premiali, prevede esclusivamente un tetto massimo al numero dei consiglieri regionali e stabilisce che, nel rispetto dei rispettivi ordinamenti, le Regioni adegueranno i trattamenti economici gli emolumenti e ogni altra utilità dei consiglieri “(…) entro il limite dell’indennità massima spettante ai membri del Parlamento (…)”].

Probabilmente la strada che è stata imboccata è quella giusta, ma il cammino è ancora molto lungo.

Corrado D’Andrea

(Università Cattolica di Milano)

Foto | Flickr.it

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