Arriva la Conferenza della Repubblica: ma cosa cambia?

Il 9 giugno 2011 il Consiglio dei ministri ha approvato in via definitiva il disegno di legge istitutivo della Conferenza della Repubblica dopo che, qualche giorno prima, la Conferenza Unificata aveva fornito parere positivo in relazione all’istituzione di una nuova sede di confronto tra Stato, Regioni e autonomie locali.

Tale organismo sostituirà le attuali tre Conferenze, vale a dire: la Conferenza permanente Stato, Regioni e Province autonome, la Conferenza Stato, Città e autonomie locali e la Conferenza Unificata.

Il sistema delle Conferenze rappresenta oggi la principale sede di raccordo istituzionale, in cui trova attuazione il principio cooperativo tra gli enti componenti la Repubblica. In particolare, come ha statuito la Corte costituzionale con sentenza n. 31 del 2006, tali organi dovrebbero rappresentare «la via della concretizzazione del parametro della leale collaborazione».

In verità, le Conferenze presentano evidenti limiti. Da un lato, esse giungono a formulare quasi sempre meri pareri o, al più, intese deboli, che vedono l’amministrazione centrale «in una posizione privilegiata all’interno del collegio-Conferenza» (così G. Carpani, La Conferenza Stato-regioni. Competenze e modalità di funzionamento dall’istituzione ad oggi, Bologna 2006, p. 59). Dall’altro lato, questi organi di raccordo operano per lo più sulla base di meccanismi di natura informale, dato che vengono attivati soltanto nei casi in cui il Governo ritenga «di avere un interesse politico a contrattare con le Regioni piuttosto che ad alimentare un defaticante contenzioso giurisdizionale» (ved. R. Bin, La «leale collaborazione» tra prassi e riforme, Le Regioni 2007, p. 396). Senza poi dimenticare che gli accordi conclusi in sede di Conferenza non possono mai vincolare l’esercizio della funzione legislativa delle Camere, posto che il principio di leale collaborazione fra Stato e Regioni non può «essere dilatato fino a trarne condizionamenti, non altrimenti riconducibili alla Costituzione, rispetto alla formazione e al contenuto delle leggi» (Corte cost., sent. n. 437 del 2001).

Passando ora alla disamina del disegno di legge, occorre anzitutto osservare che la futura Conferenza – come quelle attuali – sarà incardinata presso la Presidenza del Consiglio dei ministri.

Il ddl in esame prevede la delega al Governo, da esercitarsi entro un anno (ma sono previsti decreti integrativi e correttivi nei due anni successivi) e previa proposta del Ministro per i rapporti con le Regioni e per la coesione territoriale e del Ministro dell’Interno (di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, il Ministro per la semplificazione normativa e il Ministro per la pubblica amministrazione e l’innovazione), per l’emanazione di uno o più decreti legislativi rivolti a istituire e disciplinare la Conferenza della Repubblica «quale sede di confronto, concertazione e attuazione del principio di leale collaborazione tra i soggetti costitutivi della Repubblica ai sensi dell’articolo 114 della Costituzione, nonché di coesione e integrazione delle politiche pubbliche, ferme restando le rispettive competenze».

Tra i principi e i criteri direttivi della delega, si stabilisce che i decreti legislativi dovranno anzitutto istituire la Conferenza della Repubblica, quale sede plenaria, composta da due Sezioni: una per le questioni di esclusivo interesse regionale (Sezione Stato e Regioni), l’altra per quelle di esclusivo interesse delle autonomie locali (Sezione Stato e autonomie locali).

Inoltre, i decreti disciplineranno le funzioni e i compiti tanto della Sede plenaria, quanto delle Sezioni, comunque conservando le attribuzioni già previste dalla vigente normativa.

La Conferenza della Repubblica e le due Sezioni saranno presiedute dal Presidente del Consiglio dei ministri. Parteciperanno alle sedute, in qualità di componenti, i Ministri di volta in volta interessati, i Presidenti delle Regioni e delle Province autonome di Trento e Bolzano, il Presidente dell’ANCI e quello dell’UPI, nonché i rappresentanti delle autonomie locali designati dalle associazioni maggiormente rappresentative, al fine di assicurare un’adeguata rappresentatività delle rispettive comunità territoriali.

Quanto al funzionamento della Conferenza, è prevista una relazione annuale sulle attività poste in essere dalla medesima. Inoltre, i decreti delegati disciplineranno le modalità di svolgimento delle sedute (con riguardo al numero, alle modalità di votazione…) e potranno modificare il sistema delle intese, nonché istituire commissioni permanenti e gruppi di lavoro con compiti di approfondimento istruttorio tecnico e politico.

Ancora, allo scopo di semplificare le procedure di raccordo tra lo Stato e le Autonomie, verranno soppressi comitati, commissioni e altri omologhi organi già creati all’interno delle amministrazioni, salvo quelli istituiti dalla legge delega sul federalismo fiscale, n. 42 del 2009.

Chi scrive nutre non pochi dubbi sulla possibilità per le Regioni di trarre significativi vantaggi dall’istituzione della nuova Conferenza, dal punto di vista della partecipazione ai processi decisionali che fanno capo al Parlamento. Allo stato, infatti, non sembra che la nuova Conferenza presenti significativi aspetti di novità rispetto a quelle oggi esistenti (anche se molto dipenderà dai decreti di attuazione della delega).

In verità, il problema si interseca con una questione annosa: il superamento del bicameralismo paritario e la sostituzione del Senato con una Camera delle Regioni, che includa finalmente le autonomie nel processo legislativo.

Solo così, infatti, potrebbe essere garantito un adeguato coinvolgimento delle Regioni e degli enti locali nella vita della Repubblica, consentendo finalmente di realizzare un bicameralismo imperfetto e mettendo in secondo piano quella forma debole di rappresentanza che è costituita dal sistema delle Conferenze o, che dir si voglia, dalla futura Conferenza della Repubblica.

Alessandro Candido

(Università di Milano)

Foto | Governo.it

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