[Corte cost., n. 182/2011] Repetita iuvant. Conferme dalla Corte in materia di coordinamento della finanza pubblica

La sentenza n. 182 del 2011 della Corte costituzionale si candida a sistematizzare razionalmente il problema del coordinamento della finanza pubblica, che l’art. 117, co. 3, Cost., sussume sotto le materie di competenza concorrente. Infatti, il giudice costituzionale anche tramite la ricostruzione della propria giurisprudenza, offre un ulteriore contributo definitorio alla materia.

I fatti oggetto della controversia si lasciano sinteticamente narrare come segue.

La questione di legittimità costituzionale origina da un ricorso del Governo avverso alcune disposizioni della L. R. Toscana n. 65/2010 (l. finanziaria 2011), asserite in contrasto con l’art. 6, D.L. n. 78/2010, convertito successivamente in legge, con modifiche, dall’art. 1, co. 1, l. n. 122/2010.

Lo schema del giudizio si articola, evidentemente, secondo il modello del parametro normativo interposto, la cui violazione, da parte del legislatore regionale, determinerebbe, ad avviso del ricorrente, il contrasto con la disposizione costituzionale sulla competenza, segnatamente l’art. 117, co. 3. Nel caso di specie, il Governo denuncia la violazione di una disposizione legislativa, contenuta nel decreto legge sulla competitività economica del 2010, da cui dipende il contrasto con la norma costituzionale che identifica, tra le materie di legislazione concorrente, il «coordinamento della finanza pubblica».

L’art. 1, co. 1, della legge regionale della Toscana n. 65/2010 violerebbe il contenuto della suddetta norma statale, in quanto quest’ultima costituirebbe un principio fondamentale concernente una materia – il coordinamento finanziario, appunto – su cui lo Stato avrebbe competenza ad adottare disposizioni di principio, idonee, per effetto dello schema applicativo di questa tipologia di legislazione, a condizionare il legislatore regionale che a quelle deve obbligatoriamente attenersi. L’impugnativa deriva dunque dalla constatazione, prospettata dal ricorrente, che la norma regionale non si sarebbe conformata al limite contenuto nella disposizione statale.

Gli spunti che, in punto di diritto, si lasciano particolarmente apprezzare sono riferiti alla individuazione delle norme di principio in tema di coordinamento finanziario e, di conseguenza, al riparto di competenza tra lo Stato e le Regioni, secondo lo schema della legislazione concorrente.

L’art. 6 del D.L. n. 78/2010 – invocato quale norma interposta – in funzione della riduzione della spesa necessaria a sostenere i costi di gestione degli apparati amministrativi dello Stato, si (auto)qualifica, al comma 20, come disposizione recante principi di coordinamento finanziario, validi per Regioni, Province autonome ed enti del Servizio sanitario nazionale. Secondo la difesa erariale, rispetto al contenuto della norma statale interposta, la disposizione della legge regionale della Toscana, oggetto dell’impugnativa statale, contravverrebbe a quella, poichè autorizzerebbe la Giunta regionale a una modulazione differente delle percentuali di contenimento della spesa. La parte ricorrente, infatti, assume che l’art. 6 del decreto legge citato debba essere integralmente applicato alle Regioni, le quali dovrebbero obbligatoriamente realizzare una sensibile riduzione delle singole voci di spesa, imposte dalla norma alle amministrazioni statali.

La Regione Toscana, resistente in giudizio, afferma ad opponendum che la disposizione statale non potrebbe affatto essere interpretata alla stregua di un principio fondamentale, posto che, così intesa, risulterebbe largamente pervasiva, quanto lesiva dell’autonomia finanziaria della Regione, perchè produrrebbe «un’incisione su minute e dettagliate voci di spesa».
Nel dichiarare l’infondatezza della questione sollevata dal Governo, la Corte ritiene che l’art. 6, D.L. n. 78/2010 sia idoneo a configurarsi come principio fondamentale, solo ed esclusivamente laddove sia letto nel suo insieme. In questa prospettiva, non vi sarebbe stata, ad avviso del giudice costituzionale, alcuna violazione da parte del legislatore toscano, dato che questi «ha previsto di attenersi all’ammontare complessivo delle riduzioni disposte dalla norma statale, con la facoltà di ripartire la riduzione complessiva in autonomia, e dunque in modo anche diverso da quanto disposto a livello nazionale».

Tali affermazioni non fanno altro che confermare precedenti ampiamente consolidati nella giurisprudenza costituzionale, opportunamente richiamati nella motivazione, in forza dei quali «la legge statale può stabilire solo un limite complessivo che lascia agli enti stessi ampia libertà di allocazione delle risorse fra i diversi ambiti e obiettivi di spesa». Non a caso, già in altre pronunce, i giudici costituzionali ebbero modo di dichiarare l’illegittimità costituzionale di una serie di misure e vincoli concernenti la spesa regionale, giudicati indebitamente restrittivi dell’autonomia delle Regioni.

Anzi, proprio in ragione e per effetto di tali declaratorie di incostituzionalità, è per primo il legislatore statale, a giudicare dal tenore dell’art. 6 citato, a decurtare le spese di parte corrente relative ai comparti della propria amministrazione, di talché la norma, rispetto alle Regioni, può essere letta solo come norma di principio, rispettosa «di uno spazio aperto all’esercizio dell’autonomia regionale». E che questa impostazione sia quella corretta – perciò la sola conforme a Costituzione – sarebbe asseverato proprio dal comma 20 del predetto art. 6, il quale, testualmente, dispone che «le disposizioni del presente articolo non si applicano in via diretta alle regioni, alle province autonome e agli enti del Servizio sanitario nazionale, per i quali costituiscono disposizioni di principio ai fini del coordinamento della finanza pubblica» (corsivi nostri).

In altri termini, osserva la Corte, mentre i limiti puntualmente indicati nella disposizione statale si applicano direttamente alle amministrazioni statali, valgono invece come limite complessivo di spesa (per questa ragione, principio fondamentale) per Regioni, Province autonome ed enti del Ssn.

Da ciò è possibile concludere, a sostegno dell’infondatezza della questione sollevata dal Governo, che il legislatore toscano non ha violato la disposizione statale assunta come parametro interposto, la quale deve essere interpretata nel senso correttamente attribuitole dalla Regione convenuta.

Vincenzo Satta

(Università Cattolica di Milano)

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