Il regionalismo visto da Sergio Bartole

Nell’ambito del ciclo d’incontri con autorevoli giuristi sul tema del regionalismo, pubblichiamo un’intervista al Prof. Sergio Bartole, già Ordinario di Diritto costituzionale nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Trieste, nominato nel 2010 dal Ministro dell’Istruzione e dell’Università “Professore emerito” e attualmente componente della Commissione europea per la Democrazia attraverso il Diritto, nota come “Commissione di Venezia”, organo consultivo del Consiglio d’Europa.

Professore, si può sostenere che la cultura dell’autonomia, e in particolare dell’autonomia regionale, si sia veramente affermata tra gli studiosi, tra i protagonisti della politica e nell’opinione pubblica del nostro Paese?

Non sono un sociologo né un rilevatore delle tendenze dell’opinione pubblica. Posso solo esporre qualche impressione personale.

In materia c’è molta confusione. Anche fra gli studiosi vi sono molti che al primo comparire di proposte di federalizzazione sono saltati sulla barca del federalismo senza ragionare delle eventuali differenze fra regionalismo e federalismo, indagine questa che poteva essere utile per capire se chi parlava di federalismo alludeva a qualcosa di diverso dal regionalismo. Forse la Lega Nord (e prima di essa Gianfranco Miglio) ha in testa qualcosa che non è una mera fotocopia del regionalismo, ma certamente è difficile trovare autentici federalisti nelle fila della dottrina ed anche in politica il federalismo di cui si discute non è che un regionalismo che si vuole migliorato. Delle ipotetiche riforme costituzionali federaliste non si parla con concretezza di proposte. In mezzo a tante chiacchiere di pretesi riformatori nessuno ha avuto almeno l’onestà intellettuale di Francois Delperee di ammettere che allo stato fra federalismo e regionalismo non vi è differenza (ovvero, invece, che i due modelli non sono sovrapponibili), il che avrebbe quanto meno giovato alla chiarezza terminologica del dibattito in corso.

A ben vedere penso che la dottrina italiana si sia rivelata spesso succube della politica non solo nel presente momento di reviviscenza federalista ma anche in passato quando, istituite le Regioni, la maggioranza degli autori (e mi ci metto nel mazzo, pur con la mia inclinazione per la collaborazione fra Stato e Regioni) ha facilmente cavalcato non solo le ragioni ma anche le pretese delle Regioni, dimenticando troppo presto che – come Massimo Severo Giannini e Livio Paladin insegnavano – quella costituzionale riguardante le Regioni era ed è forse restata una pagina bianca affidata in larga misura alle scelte di attuazione del legislatore nazionale. Laddove avrebbe richiesto maggiore elaborazione di ingegneria costituzionale, non inchiodata sulla conformità al testo costituzionale.

Privi del conforto ed anche di possibili rampogne della dottrina per la loro faciloneria e scarsa cultura istituzionale, i politici hanno facilmente convertito la politica costituzionale in politica tout court (come ammoniva Leopoldo Elia) e solo in alcune rare vicende (la famosa legge n. 382 e la più recente legge Bassanini) hanno dimostrato di avere in mente un disegno di completamento della pagina bianca, anziché  preoccuparsi di corrispondere (o dare impressione di corrispondere) alle pressioni e sollecitazioni più disparate. E troppo spesso la Corte costituzionale non è andata oltre uno scrutinio benevolo delle scelte del legislatore nazionale.

Ciò non ha certamente contribuito all’educazione politica e costituzionale dell’opinione pubblica che troppo presto ha imparato a giovarsi delle autonomie per avanzare domande territorialmente o settorialmente qualificate, senza comprendere che autonomia poteva (rectius, doveva) anche significare assunzione di responsabilità nella gestione degli interessi ad essa più vicini. L’appello agli aiuti del centro aveva sempre avuto facile giuoco per la generale condivisione dell’opinione della pochezza della finanza regionale, politici ed opinione pubblica, troppo facilmente nascondendosi dietro i ritardi nell’applicazione dell’art. 119 Cost. e senza mai preoccuparsi di contenere sprechi e diseconomie anche nella presente situazione di inadeguatezza.

Che consigli darebbe, quanto ai temi da approfondire e al metodo da adottare, a chi, oggi, volesse avvicinarsi allo studio del regionalismo in Italia, della sua teoria e delle sue applicazioni?

Viste le premesse, direi che la risposta è agevole. Bisognerebbe seriamente approfondire la portata dell’ipotesi federalista anche andando al di là dei generici discorsi della politica. Dove finisce il regionalismo e dove comincia il federalismo? Ha ancora un senso a tale ultimo proposito guardare ai modelli USA e Svizzera, o non conviene indagare al nuovo federalismo promosso dal centro che non riguarda solo il Belgio e la Russia ma interessa anche ordinamenti statali in cui al federalismo si arriva per l’interposizione di fattori terzi (vedi, ad esempio, Bosnia Erzegovina) ovvero è stato introdotto senza una vera e propria convenzione federale (Germania)? Ma, forse, prima di studiare questi aspetti di diritto costituzionale comparato, bisognerebbe valutare l’impatto che hanno sulle autonomie regionali non solo le norme costituzionali ma anche la legislazione ordinaria e la sua applicazione in termini di disponibilità finanziaria, ricadute economiche e sociali, convivenza delle amministrazioni statali centrali e periferiche, da un lato,  e, dall’altro lato, delle amministrazioni locali (regionali incluse). Quale peso hanno le dimensioni territoriali e i numeri relativi alla popolazione sulle attuali autonomie, e quale rilievo possono avere in vista di futuri sviluppi? E’ ancora attuale il discorso sulle macroregioni dopo le liti fra Veneto e Lombardia, ovvero fra Veneto e Friuli Venezia Giulia? Non credo che veri approfondimenti possano prescindere da dati a questo riguardo.

Nella letteratura italiana e internazionale su autonomia, regionalismo e concetti affini, quali sono i classici la cui lettura lei ritiene fondamentale per chi voglia avvicinarsi allo studio del regionalismo?

Se si parla di regionalismo la letteratura internazionale non offre molti spunti che siano stati sviluppati senza l’intermediazione della letteratura italiana (cfr. il caso spagnolo, uno dei primi libri sulle comunità autonome – se non il primo – è di Luciano Vandelli ). E del resto la letteratura italiana ha trovato nel passato scarsi punti di riferimento nella letteratura straniera: il libro sulla regione di Pietro Virga utilizzava la dottrina tedesca d’anteguerra senza una chiara presa di posizione sul discrimine fra federalismo e regionalismo, di cui si è invece occupato Giuseppe Ambrosini in antichi contributi mettendo per vero assieme nella stessa categoria dello Stato regionale da lui elaborata Italia 1948, Spagna d’anteguerra e Impero austro-ungarico (!).  In Italia fondamentale è il libro di Paladin, La potestà legislativa regionale della Cedam, anche se poi molti hanno preso poco sul serio il ruolo da lui attribuito alla legge nazionale nella conformazione delle autonomie (punto sul quale è ritornato anche in contributi successivi) pretendendo di trovare tutte le risposte in Costituzione. Per un quadro complessivo anche i contributi di tanti (anche miei)  nel Commentario Branca alla Costituzione.

Alessandro Morelli

(Università “Magna Graecia” di Catanzaro)

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