Il regionalismo visto da Giancarlo Rolla

Nell’ambito del ciclo d’incontri con autorevoli giuristi sul tema del regionalismo, pubblichiamo, questa settimana, un’intervista al Prof. Giancarlo Rolla, Ordinario di Diritto costituzionale presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Genova.

Professore,  si può sostenere che la cultura dell’autonomia, e in particolare dell’autonomia regionale, si sia veramente affermata tra gli studiosi, tra i protagonisti della politica e nell’opinione pubblica del nostro Paese?

Il disegno di regionalismo, introdotto dai costituenti ed approfondito nella sua evoluzione, possiede una sua intima coerenza: anzi, a mio avviso può essere considerati un prototipo degli Stati unitari regionali, in contrapposizione al prototipo degli Stati federali ottocenteschi. Esso, tuttavia, risente del processo storico di formazione dello Stato italiano ed in particolare di due scelte fondamentali assunte dai costituenti (e non modificate in seguito): per un verso, l’autonomia come processo devolutivo che vede nello Stato il dominus, il promotore dell’autonomia, per un altro verso, una concezione dell’unità come omogeneità.

Non trovano, quindi, un humus favorevole nel nostro paese alcune varianti del regionalismo che si basano sul principio dispositivo e che qualificano l’autonomia come uno status costituzionale (se non si vuole parlare di veri e propri diritti) proprio delle comunità territoriali.

Sul piano dottrinale, è risultato assai forte l’impianto dottrinale proveniente dalla scienza del diritto amministrativo: il che ha contribuito ad escludere o a temperare alcune soluzioni presenti in altri sistemi costituzionali.

Che consigli darebbe, quanto ai temi da approfondire e al metodo da adottare, a chi, oggi, volesse avvicinarsi allo studio del regionalismo in Italia, della sua teoria e delle sue applicazioni?

E’ difficile dare suggerimenti. Tuttavia, mi sembrerebbe fondamentale inquadrare lo studio del nostro regionalismo in una corretta dimensione storica, rifuggendo da un “eccesso di contemporaneità” che si rinviene in molti scritti attuali, il quale trascura le effettive dinamiche costituzionali a vantaggio (o meglio a svantaggio) di una lettura molto transitoria delle disposizioni vigenti.

In secondo luogo, eviterei tentativi epidermici e superficiali di comparazione, a favore di un confronto con altre realtà che tenga conto delle specifiche culture costituzionali. Ciò soprattutto qualora la comparazione ha luogo  tra sistemi regionali ed ordinamenti federali.

Tra le tematiche mi sembrano di particolare interesse quelle relative ai modi di attuazione del principio dispositivo e di quello collaborativo.

Nella letteratura italiana e internazionale su autonomia, regionalismo e concetti affini, quali sono i classici la cui lettura lei ritiene fondamentale per chi voglia avvicinarsi allo studio del regionalismo?

Suggerirei  con riferimento all’esperienza italiana, di approfondire i contributi offerti dalla dottrina in relazione alle diverse fasi di evoluzione del regionalismo italiano.

Per il disegno costituente, i lavori di Giannini, Esposito e Berti. Con riferimento alla fase di avvio del regionalismo rimane fondamentale il manuale di Paladin.

I contributi di D’Atena sono importanti per  ricostruire il processo di consolidamento delle Regioni.

Per quanto riguarda, invece, le recenti revisioni costituzionali non mi sento di suggerire una particolare lettura, dal momento che i contributi, per quanto numerosi, appaiono in genere troppo legati al dibattito politico e tali da alimentare confusioni concettuali.

Alessandro Morelli

(Università “Magna Graecia” di Catanzaro)

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Il regionalismo visto da..., Interviste e contrassegnata con , , . Contrassegna il permalink.