Una finanza pubblica poco federalista: le critiche delle autonomie al DEF 2011

Dei numerosi argomenti su cui, lo scorso giovedì 5, si è pronunciata la Conferenza Unificata, molti hanno una spiccata rilevanza costituzionale e istituzionale: così, ad es., il decreto legislativo sui meccanismi sanzionatori e premiali in attuazione della legge n. 42 del 2009, o un d.P.C.m. sugli immobili statali da trasferire agli enti locali nell’ambito del cd. federalismo demaniale (su nessuno dei due è stata raggiunta l’intesa); la ripartizione del Fondo nazionale per le politiche sociali (su cui invece l’intesa è stata raggiunta); al di là delle questioni finanziarie, il disegno di legge per la revisione del sistema delle conferenze, con l’istituzione di una Conferenza della Repubblica (parere rinviato), nonché le “Linee di indirizzo per l’assistenza alle persone in Stato Vegetativo e Stato di Minima Coscienza” (su cui è stato reso un parere).

Tra l’altro, spicca il parere che la Conferenza ha reso sul primo Documento di Economia e Finanza presentato a norma della legge n. 196 del 2009, come modificata dalla legge n. 84 del 2011 (documento approvato, invece, dalle due Camere).

Nel sito della Conferenza è presente il report della riunione della Conferenza, da cui risulta che il parere sul DEF è stato adottato; ma non ancora il testo di tale parere. Tuttavia, pare che nessuna delle componenti della Conferenza si sia pronunciata in senso positivo.

Il Presidente della Conferenza delle regioni ha dichiarato che queste ultime hanno espresso un parere fortemente negativo per l’assenza, nel DEF, di riferimenti a impegni già assunti negozialmente dallo Stato e ripresi nello schema di decreto legislativo sul cd. federalismo fiscale regionale: in primo luogo, il reintegro di 425 milioni di euro per il trasporto pubblico locale (cfr. art. 26-bis dell’ultima versione dello schema).

ANCI e UPI hanno presentato due documenti, entrambi pubblicati e assai critici.

 Il documento ANCI lamenta che il DEF non evidenzia il contributo agli obiettivi di finanza pubblica dei singoli comparti degli enti territoriali e fa carico ai comuni di una parte eccessiva del peso della manovra: il Governo intenderebbe dirottare risorse dalle amministrazioni locali ad altre, attualmente deficitarie, lasciando nell’opacità la sostenibilità della manovra per i singoli livelli di governo. Il DEF sarebbe poi concentrato “non tanto sul recupero dell’efficienza e sulla gestione delle basi imponibili locali; quanto in una ricerca affrettata di risorse per rispettare i vincoli della programmazione di bilancio”, con il rischio di incrementi tariffari o tributari o di operazioni di mera cosmesi contabile. Per quanto riguarda le riforme per lo sviluppo, il DEF considererebbe i comuni principalmente come ostacoli: come coloro che esigono gravose misure di compensazione, le quali sarebbero la causa del costo elevato degli interventi infrastrutturali; o come i plessi burocratici da neutralizzare mediante i meccanismi di silenzio-assenso in edilizia e le “zone a burocrazia zero”. A se medesimo, invece, lo Stato riserverebbe un ruolo positivo: infatti, per quanto riguarda il rilancio delle politiche infrastrutturali, si prefigura una regia nazionale e la priorità per le grandi opere, ossia per gli interventi di interesse nazionale. Tra le varie proposte sostanziali dei Comuni, la prima è di modificare il patto interno di stabilità per concedere maggiori margini di manovra sugli investimenti.

Nel documento UPI, sotto il profilo della governance, si lamenta, in sostanza, l’insufficienza del mero parere sul DEF, in assenza di un coinvolgimento delle autonomie nella determinazione dei suoi contenuti. Anche quanto al cd. federalismo fiscale, numerosi sono i profili di insoddisfazione delle province: non è chiaro come questa riforma si integrerà con quella, annunciata, dei tributi; neppure si delineano gli interventi di sviluppo infrastrutturale e perequazione che dovrebbero accompagnare l’aumento dell’autonomia finanziaria degli enti territoriali (è chiara solo la riduzione delle spese in conto capitale). Non sarebbe nemmeno adeguatamente considerato il ruolo delle autonomie in settori quali la politica energetica, ambientale e di sviluppo industriale, per i quali pure il DEF prefigura azioni politiche, come richiesto dagli atti di indirizzo europei. “La più vistosa lacuna del programma di stabilità e del programma di riforma che si vuole sottolineare è dunque la scarsa considerazione del ruolo che il sistema territoriale può e deve giocare nel processo di crescita del Paese”: ad es., nel DEF, i tagli di spesa inflitti alle autonomie con la manovra estiva 2010 sono valorizzati come apprezzabile fattore di riduzione dell’indebitamento pubblico, senza però considerare i loro effetti di impoverimento sul tessuto produttivo e infrastrutturale, ivi compreso il “capitale fisso sociale”, per il quale – come rilevato dal Presidente della Corte dei conti nell’audizione presso la Commissione bicamerale per il federalismo fiscale – gli investimenti, negli ultimi cinque anni, sono stati fortemente ridimensionati.

Stando a questi documenti, dunque, gli enti locali muovono pesanti critiche di metodo al DEF, del quale denunciano la scarsa apertura federalista: per la ridotta sensibilità all’accountability dei singoli livelli di governo; per il limitato coinvolgimento di questi nelle grandi decisioni programmatiche; per la poca considerazione del ruolo delle autonomie negli investimenti per lo sviluppo.

Michele Massa

(Università Cattolica di Milano)

Foto | Governo.it

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