Il regionalismo visto da Pietro Ciarlo

Nell’ambito del ciclo d’incontri con autorevoli giuristi sul tema del regionalismo, pubblichiamo, questa settimana, un’intervista al Prof. Pietro Ciarlo, Ordinario di Diritto costituzionale presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Cagliari.

Professore, si può sostenere che la cultura dell’autonomia, e in particolare dell’autonomia regionale, si sia veramente affermata tra gli studiosi, tra i protagonisti della politica e nell’opinione pubblica del nostro Paese?

Per quanto riguarda l’opinione pubblica credo certamente di sì. Infatti, la consapevolezza  che i comuni e le regioni siano titolari di una sorta di “autonomia naturale”, parte integrante delle idee di modernità e democrazia, è ormai diffusa. In effetti questo convincimento istintivo coglie una verità essenziale. Giustamente nessuno oggi in Italia oserebbe definirsi nemico dell’autonomia territoriale. Il problema semmai è inverso. L’opinione pubblica ha una percezione del tutto evanescente del ruolo che lo Stato deve avere nel riequilibrio territoriale e nella interpretazione unitaria di interessi, diritti, doveri e bisogni. La cosa è grave perché fa emergere il lato oscuro, premoderno, del territorialismo, quello del sangue e della terra, del comunitarismo anti personalistico e favorisce l’esistenza di un doppio Stato, di un governo statale non trasparente, autonomistico a parole e ipercentralista nei fatti, soprattutto in relazione ai grandi interessi economici. Questo poco lusinghiero andamento delle cose è dovuto solo in parte ai processi globali di riduzione del ruolo dello Stato, infatti esso è enfatizzato da cause molto italiane.

La prima è ravvisabile nell’irrisolto dualismo del paese. Il permanere intatto della questione meridionale ha generato una violenta reazione politica volta a ridurre i flussi di finanza pubblica indirizzati al riequilibrio. I tempi non sono favorevoli ai sentimenti solidaristici, ma l’estremismo leghista ha comportato un peculiare mutamento del senso comune: per molti l’autonomismo è divenuto la declinazione del sacro egoismo della contemporaneità. L’egoismo può convenire solo ai ricchi e ai potenti, ma spesso anche i poveri si consolano ragionando come se fossero ricchi e potenti.

Una seconda causa dell’ambiguo successo dell’autonomismo presso l’opinione pubblica è ravvisabile nella irrimettibile crisi dei partiti nazionali e del centro politico, da tangentopoli all’attuale governo. Partito dei sindaci prima, visibilità dei Presidenti delle regioni poi, non a caso acclamati governatori nel gergo comune, sono fenomeni del tutto peculiari e significativi. Ancora oggi, sindaci e presidenti, pur avendo perso la loro connotazione messianica, restano i riferimenti più costanti ed unitari della rappresentazione democratica.

Anche tra gli studiosi l’idea di autonomia è ormai stabilmente radicata, ma soffre, nel modo più grave, dei limiti del nostro tempo. In ambito regionalistico gli studiosi sembrano lasciarsi volentieri irretire da un rassicurante conformismo tecnicistico all’ombra del quale occultare i problemi per sbarcare comunque il lunario, culturale e non solo. In fin dei conti regioni ed enti locali una consulenza e una croce di cavaliere non la negano a nessuno. Qualche esempio per chiarire rapidamente: la sostanziale acquiescenza anche alle versioni più estreme e distruttive del federalismo fiscale, l’altrettanto acritica accettazione del cosiddetto piano casa ovvero della fine dell’urbanistica, o, ancora, in altro contesto l’arrendevolezza ad una riforma dell’art. 117 della Costituzione che già a prima vista si capiva avrebbe generato più problemi di quanti ne voleva risolvere, oppure la rituale insistenza su un senato federale dalla problematica, per non dire impossibile, funzionalità. In definitiva agli studiosi, salvo alcune eccezioni, imputo un conformismo opportunistico dissimulato da tecnicismo che sta contribuendo a mettere in difficoltà la stessa opzione autonomistica.

Tuttavia credo che al momento il più pericoloso nemico dell’autonomia territoriale sia la politica. Gli stati composti hanno bisogno di una sincera adesione al pluralismo istituzionale e di un basso tasso di demagogia populistica, in definitiva necessitano di un’attuazione efficace di tutti quei diversi contenuti di cultura politica ed istituzionale riassumibili nella formula del principio di leale cooperazione. Credo che invece stiamo vivendo una fase esattamente contraria a partire dall’azione dell’esecutivo e della sua maggioranza. Governo multilivello e stato composto formano un complesso mosaico di competenze e funzioni che richiedono chiarezza di disegno e ordine nella disposizione delle singole tessere. Viceversa, la frammentazione, l’instabilità e l’interessato occasionalismo di legislazione ed amministrazione hanno ormai raggiunto il parossismo.

D’altra parte il ceto politico regionale e locale è irretito nella spasmodica ricerca del voto di preferenza, cosicché il dominio degli interessi particolari è straripante. Familismo amorale e cemento selvaggio sono tornate ad essere le nostre bandiere nazionali. Nella passata legislatura, da capogruppo di maggioranza in consiglio regionale, sono stato protagonista della riforma della legge elettorale in Campania. Non sono riuscito a passare dalle preferenze ad un sistema proporzionale di collegi uninominali, perché i consiglieri regionali, già eletti con le preferenze, hanno voluto conservare immodificati i loro canali di raccolta del consenso. Tuttavia, sono riuscito ad introdurre almeno la doppia preferenza di genere che, oltre a promuovere efficacemente l’elezione delle donne, un pochino ha scompaginato qualche equilibrio consolidato. Il ministro Carfagna ha apprezzato questo modello proponendone l’estensione alle elezioni comunali, sarebbe una buona cosa. Sicuramente sarebbe un’ottima cosa se il Ministro volesse prevederne l’estensione anche alle elezioni parlamentari, ma questo dovrebbe comportare la fine delle nomine dall’alto e forse per il Ministro sarebbe osare troppo.

Il nostro sistema partitico ed elettorale è ormai schizofrenico. Per il Parlamento ed il Governo il massimo del verticalismo, per le autonomie territoriali il massimo del particolarismo. Nel cursus honorum del consigliere regionale c’è la spregiudicata raccolta delle preferenze non solo per essere eletto, ma anche per offrire (servilmente) un incentivo al “nominatore” di riferimento.

L’ideale sarebbe avere buone autonomie e buon governo, purtroppo ci ritroviamo delle mediocri autonomie ed un pessimo governo.

Che consigli darebbe, quanto ai temi da approfondire e al metodo da adottare, a chi, oggi, volesse avvicinarsi allo studio del regionalismo in Italia, della sua teoria e delle sue applicazioni?

Innanzitutto, credo che gli studiosi debbano sempre interrogarsi sull’originalità e l’utilità delle proprie riflessioni. Nel merito penso ci sia bisogno di costruire seri discorsi sulle caratteristiche e gli oggetti della rappresentanza politica negli enti locali e regionali, partendo dai sistemi e dalle leggi elettorali, nonché da una valutazione delle competenze legislative e amministrative considerando le effettive esigenze e capacità di regolazione. Per chiarire io resto favorevole all’elezione diretta dei Presidenti e dei sindaci, mentre condivido le critiche da sempre mosse ai premi di maggioranza e al sistema delle preferenze, vera e propria anomalia italiana. In definitiva bisognerebbe ripartire dalla riflessione sul radicamento rappresentativo e sulle missioni funzionali delle istituzioni locali e regionali, ma tutto questo sarà possibile solo se si abbandoneranno le posizioni di comodo e, in particolare, gli studiosi i dominanti modelli autoreferenziali di pensiero.

Nella letteratura italiana e internazionale su autonomia, regionalismo e concetti affini, quali sono i classici la cui lettura lei ritiene fondamentale per chi voglia avvicinarsi allo studio del regionalismo?

Credo che le indicazioni proposte da Roberto Bin in una precedente intervista siano del tutto condivisibili. Aggiungerei solo qualche lettura di economia pubblica, nell’arco che va da Keynes ad Amartya Sen e dintorni, per recuperare una riflessione sul senso delle politiche. I giuristi devono possedere le tecniche della regolazione, ma non possono trascurare la conoscenza degli oggetti da regolare.

Anna Trojsi

(Università “Magna Graecia” di Catanzaro)

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