[Corte cost. n. 91/2011] Il riordino delle Comunità montane: questione di altitudine o di contenimento della finanza pubblica?

La legge finanziaria per il 2008 – legge n. 244/2007 – ha disposto che le Regioni, al fine di concorrere agli obiettivi di contenimento della spesa pubblica, provvedano con proprie leggi al riordino delle Comunità montane (art. 2, co. 17); e fornisce alle medesime i principi fondamentali sulla base dei quali procedere a tale riordino (co. 18).

In caso di inadempienza è previsto che, ad opera di un regolamento statale (co. 21), cessi di appartenere alle Comunità montane una complessa tipologia di Comuni (Comuni capoluogo di provincia, Comuni costieri e con più di 20mila abitanti, Comuni che non sono situati per almeno l’80% della loro superficie al disopra di 500 metri di altitudine, ovvero non situati per almeno il 50% della loro superficie al di sopra di 500 metri di altitudine, e nei quali il dislivello tra la quota altimetrica inferiore e la superiore non è minore di 500 metri); che siano soppresse le Comunità montane che risultano costituite da meno di cinque Comuni, e che nelle rimanenti Comunità montane gli organi consiliari siano composti in modo da garantire la presenza delle minoranze (co. 20).

In data 19 novembre 2008 il d.P.C.m. di Riordino della disciplina delle Comunità montane ha provveduto a produrre gli effetti previsti dal co. 20, e in relazione a tale norma la Regione Veneto solleva conflitto di attribuzioni anzitutto per violazione di una competenza ex art. 117, co. 4 Cost.; poi per lesione del principio di leale collaborazione; ancora, per mancato rispetto della propria autonomia amministrativa e finanziaria. Per finire la Regione lamenta che l’“intervento legislativo in questione apparirebbe inopportuno e irrazionale, in quanto si è prodotta una traumatica interruzione di quel rapporto di consolidata convivenza ed aggregazione tra Comuni con esigenze simili, che nel tempo si è venuto a costituire”.

In particolare la Regione Veneto contesta l’adozione del decreto governativo il quale è chiamato ad accertare l’effettivo conseguimento delle riduzioni di spesa di cui al co. 17 “sulla base delle leggi regionali promulgate e delle relative relazioni tecnico-finanziarie”: essa rivendica per sé l’esercizio del potere di riordino delle proprie Comunità montane, e contesta che una norma regolamentare dello Stato possa prevalere sulle proprie leggi sulla base di un parametro finanziario, rispetto al quale anche la Regione vanta una propria competenza, seppure concorrente.

La Corte costituzionale accoglie il ricorso regionale richiamando una sua recente pronuncia – la sent. n. 237 del 2009 – con la quale è stata già dichiarata l’illegittimità costituzionale, tra altre disposizioni della medesima disciplina, proprio dell’art. 2, co. 20: e con la quale si è individuata una lesione non solo dell’art. 117, co. 4, Cost. – posto che l’ordinamento delle Comunità montane rientra nella competenza legislativa residuale delle Regioni – ma anche della competenza regionale di natura concorrente, dal momento che quella del co. 20 era senza dubbio una disciplina di dettaglio ed autoapplicativa rispetto alla materia del coordinamento della finanza pubblica: il co. 20 non lasciava alle Regioni “alcuno spazio di autonoma scelta”, disponendo direttamente la soppressione delle Comunità che si trovassero nelle specifiche condizioni ivi previste.

Tra queste previsioni vi era, tra l’altro, quella della garanzia della presenza delle minoranze negli organi consiliari delle Comunità, ambito difficilmente riconducibile al coordinamento della finanza pubblica, che quindi non poteva dare copertura a disposizioni di diversa natura. Essendo venuto meno il co. 20, risulta ora illegittima anche quella parte del co. 21 che consente ad un atto amministrativo dello Stato efficacia abrogativa nei confronti delle disposizioni regionali adottate “ove riconosciute insufficienti a garantire le riduzioni di spesa indicate nel co. 17”.

Insomma, al di là del problema del conflitto tra le diverse fonti, il nocciolo del contrasto è tra il legislatore statale, che affida alle Regioni il riordino di quel fenomeno associazionistico che è sfociato nella realtà delle Comunità montane, ma che si riserva il potere di verificare l’adeguatezza dell’intervento sul piano finanziario, procedendo ad ulteriori soppressioni nella misura in cui le esigenze della finanza pubblica non fossero pienamente realizzate; ed il legislatore regionale, chiamato a rivedere la mappa delle proprie Comunità montane nel rispetto dei principi fondamentali indicati dallo Stato.

Uno degli argomenti usati dalla Regione per procedere al riordino, quello di valutare il “rapporto di consolidata convivenza ed aggregazione tra Comuni con esigenze simili”, è radicalmente diverso da quello indicato dallo Stato, che ragiona in funzione di mere esigenze di bilancio, e non esita a comprimere una competenza chiaramente residuale pur di raggiungere risultati di contenimento della spesa: se è legittima la richiesta statale della ricognizione dei Comuni che siano realmente montani e bisognosi di sostegno, e dunque l’invito alle Regioni ad evitare che arrivino finanziamenti a soggetti che non abbiano tali caratteri, è però discutibile che le Regioni siano poi sottoposte ad una verifica – oltretutto con atto regolamentare – dell’operazione effettuata, che si esaurisca in un mero controllo del rispetto della manovra di finanza.

Camilla Buzzacchi

(Università di Milano-Bicocca)

Foto | Flickr.it

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4 risposte a [Corte cost. n. 91/2011] Il riordino delle Comunità montane: questione di altitudine o di contenimento della finanza pubblica?

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