Federalismo fiscale per un’Italia transgenica

Il federalismo fiscale sembra destinato a caratterizzare l’economia italiana dei prossimi anni. Questa è la linea del governo, ma per onestà intellettuale occorre aggiungere che questo è evidentemente il volere della maggioranza che ha votato questo esecutivo.

In fondo, il federalismo è un sistema di responsabilizzazione degli enti locali che non possono elemosinare il denaro di papà Stato per sperperarlo, ma devono rendere conto e ragione delle proprie spese ai cittadini residenti, ai quali chiederanno di pagare i tributi municipali (che non possono, tuttavia, sovrapporsi a quelli statali). Almeno, così insegnano i manuali di economia pubblica e scienza delle finanze.

L’Italia, pur non avendo una storia (né tantomeno una cultura) federale, ma che, al contrario, è stata voluta una e indivisibile sotto ogni profilo anche prima della Costituzione, in realtà ha in parte utilizzato e utilizza tuttora un sistema di libertà fiscale, entro i limiti stabiliti dalla legge, almeno con riferimento a due regioni, il Trentino Alto Adige e la Sicilia. Per motivi geografici e culturali, infatti, alla regione Trentino-Alto Adige, è devoluta la maggior parte delle imposte percepite dallo Stato in quel territorio (l’intero ammontare delle imposte ipotecarie, nove decimi delle imposte di successione e donazione, due decimi IVA e nove decimi dei proventi del lotto al netto delle vincite); lo stesso dicasi per le province autonome di Trento e Bolzano, beneficiarie di buona parte dei tributi percepiti dallo Stato nel loro territorio, ai sensi della l. 386/89. Per analoghi motivi, lo Statuto della Sicilia prevede chiaramente la possibilità per la regione di istituire tributi propri per il suo sostentamento (art. 36).

Tali disposizioni, utilizzate da queste due regioni con risultati molto diversi e sotto gli occhi di tutti sia con riferimento al profilo dell’efficienza dell’attività politico-amministrativa sia con riferimento al profilo degli effetti della spesa pubblica regionale sul benessere individuale (dei residenti) e collettivo (della comunità), dovrebbero forse far riflettere sulla capacità genetica della realtà italiana a far proprio un sistema che non è propriamente il suo.

La nuova manovra i cui decreti sono in approvazione in questi mesi non è del tutto sprovveduta sul punto, prevedendo l’istituzione di un Fondo perequativo che funzionerà da cuscinetto, accompagnando la transizione dall’oggi al domani e mitigando le differenze tra le regioni.

Scambio di voti? Illusione finanziaria che tende a camuffare l’introduzione di nuove imposte? I giudizi sul piano politico non sono mancati. E non mancheranno.

Tuttavia, ai fini di un giudizio di carattere economico che, come tale, sia il più obiettivo possibile occorre semplicemente rispondere ad un interrogativo: una tale manovra riuscirà a produrre effetti benefici non su singoli gruppi ma sul benessere collettivo nella sua interezza? In altre parole, i potenziali benefici, a livello generale, saranno sufficienti a compensare gli inevitabili costi di una tale riforma? Il cuore del problema riguarda non tanto le regioni virtuose, quanto quelle viziose che dovranno riflettere sui propri errori e cambiare marcia. E mentalità.

Nonostante sia ancora presto per pronunciarsi, va comunque sollevato il legittimo timore che una mitosi del portafoglio nazionale, un Fisco che si trasforma in tanti (più o meno) piccoli Fischi, rischia di sfociare, al minimo errore, in un clamoroso fiasco. O in tanti (più o meno) piccoli fiaschi.

Elena D’Agostino

(Università di Messina)

Foto | Flickr.it

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