La Consulta interviene a tutela dei cittadini extracomunitari (a margine della sent. n. 40/11)

La Regione Friuli-Venezia Giulia, con legge regionale 31 marzo 2006, n. 24, ha stabilito, all’art. 4, comma 1, le categorie dei soggetti che hanno “diritto ad accedere agli interventi e ai servizi del sistema integrato”, purché residenti all’interno della Regione. Il suddetto articolo è stato poi modificato dall’art. 9, commi 51, 52, 53, della legge regionale 30 dicembre 2009, n. 24 (legge finanziaria). Tali interventi riformatori hanno colpito il comma 1 dell’art. 4 cit., sostituito con il seguente: “Hanno diritto ad accedere agli interventi e ai servizi del sistema integrato tutti i cittadini comunitari residenti in regione da almeno trentasei mesi”; il comma 2 dello stesso articolo,  abrogato; infine, in forza del comma 53 dell’art. 9 della legge del 2009, al posto del comma 3 dell’art. 4 della legge del 2006 è stato introdotto il seguente: “Tutte le persone comunque presenti sul territorio regionale hanno diritto agli interventi di assistenza previsti dalla normativa statale e comunitaria vigente”.

Quello illustrato è il quadro normativo di riferimento. In tale contesto, il Presidente del Consiglio dei ministri ha sollevato questione di legittimità costituzionale sull’art. 4 della legge, così come modificato.

Diverse le censure sollevate; a tal proposito, infatti, il ricorrente lamentava la violazione degli artt. 2, 3, 38, 97 della Costituzione.

In primo luogo, il ricorrente riteneva che il limite dei trentasei mesi di residenza, necessari per godere dei servizi sociali apparisse “’eccessivamente limitativo’ del godimento di prestazioni e servizi che, in quanto strettamente inerenti al soddisfacimento di diritti fondamentali, dovrebbero invece essere garantiti, con carattere di generalità ed uniformità sul territorio nazionale, ‘a tutti gli aventi diritto’” (sul punto, peraltro, la precedente disciplina del 2006 sembrava conforme a Costituzione, estendendo il trattamento in parola “a tutte le persone residenti nella Regione”).

Inoltre, l’art. 3 della Carta sarebbe risultato leso “sotto il profilo della violazione del principio di uguaglianza”, per effetto di “‘discriminazioni per intere categorie di persone – quali i cittadini extracomunitari ovvero’ gli stessi cittadini europei ‘se non residenti da trentasei mesi – non giustificate da specifiche esigenze o situazioni di fatto tali da rendere ragionevole la richiesta, da parte del legislatore regionale, del particolare requisito della cittadinanza comunitaria ovvero della residenza per almeno trentasei mesi’”.

L’art. 38 Cost. sarebbe stato violato in quanto la legge n. 6 “non avrebbe salvaguardato nemmeno ‘specifiche situazioni di particolare bisogno, necessità, o urgenza, come invece specificato dal secondo e terzo comma dell’art. 4 della legge regionale n. 6 del 2006 nella sua precedente formulazione […]”; infine, l’art. 97 Cost. sarebbe stato altresì intaccato in quanto, avendo la legge escluso per “intere categorie di persone” la possibilità di accedere “al sistema integrato regionale di interventi e servizi sociali”, sarebbero stati compromessi i valori di buon andamento e imparzialità della PA (sul punto, però, la Corte si è pronunciata nel senso dell’inammissibilità per difetto di motivazione).

Scendendo ora nel merito della questione, la Consulta ha rilevato la presenza di ius superveniens, essendo la norma impugnata “integralmente modificata ad opera dell’art. 9, comma 5, della legge regionale 16 luglio 2010 n. 12 (Assestamento del bilancio del 2010 e del bilancio pluriennale per gli anni 2010-2012 ai sensi dell’art. 34 della legge regionale n. 21 del 2007)”. Non potendo scendere, per brevità, nello specifico dei correttivi apportati, è sufficiente osservare che, ad avviso della Corte, essi “risultano aver inciso in maniera sostanziale su tutti i requisiti precedentemente previsti per l’accesso al citato sistema integrato regionale, in senso peraltro pienamente satisfattivo rispetto alle censure proposte con l’odierno ricorso”; non potendosi, poi, trasferire le questioni sollevate sulla norma come in precedenza formulata su quella nuova, come interessata dalle modifiche del 2010, il giudizio di legittimità deve considerarsi riferito unicamente all’art 4, come riformato dalla legge del 2009, “per il periodo della sua seppur limitata vigenza”.

In merito all’eccezione sollevata circa la violazione dell’art. 3, la Corte ha rilevato la fondatezza della questione, dichiarando l’illegittimità costituzionale della norma censurata. L’art. 4, infatti, della legge del 2006 “disciplina i requisiti soggettivi dei destinatari del sistema integrato dei servizi regionali, concernente ‘la predisposizione ed erogazione di servizi, gratuiti e a pagamento, o di prestazioni economiche destinate a rimuovere e superare le situazioni di bisogno e di difficoltà che la persona umana incontra nel corso della sua vita, escluse soltanto quelle assicurate dal sistema previdenziale e da quello sanitario’, in quanto tale rientrante nel più generale ambito dei servizi sociali attribuito alla competenza legislativa residuale delle Regioni (ex plurimis: sentenza n. 50 del 2008)”; la Consulta richiama anche la sent. n. 432/05 in cui si legge “che le scelte connesse alla individuazione dei beneficiari – necessariamente da circoscrivere in ragione della limitatezza delle risorse finanziarie – debbano essere operate sempre e comunque in ossequio al principio di ragionevolezza” (in tema di ragionevolezza, per tutti, v. G. Scaccia, Gli strumenti della ragionevolezza nel giudizio costituzionale, Milano 2000; A. Morrone, Il custode della ragionevolezza, Milano 2001; L. D’Andrea, Ragionevolezza e legittimazione del sistema, Milano, 2005 e F. Modugno, La ragionevolezza nella giustizia costituzionale, Napoli 2007) e dove peraltro si aggiunge che “al legislatore (statale o regionale che sia) è consentito, infatti, introdurre regimi differenziati, circa il trattamento da riservare ai singoli consociati, soltanto in presenza di una ‘causa’ normativa non palesemente irrazionale o, peggio, arbitraria”.

Ad avviso della Corte, la norma in discorso discriminava “i cittadini extracomunitari in quanto tali, nonché quelli europei se non residenti da almeno trentasei mesi”, essendo “elementi di distinzione arbitrari” quelli sanciti dal legislatore regionale. Per il giudice delle leggi, infatti, non vi è “correlabilità tra quelle condizioni positive di ammissibilità al beneficio (la cittadinanza europea congiunta alla residenza protratta da almeno trentasei mesi, appunto) e gli altri peculiari requisiti (integrati da situazioni di bisogno e di disagio riferibili direttamente alla persona in quanto tale) che costituiscono il presupposto di fruibilità di provvidenze che, per la loro stessa natura, non tollerano distinzioni basate né sulla cittadinanza, né su particolari tipologie di residenza volte ad escludere proprio coloro che risultano i soggetti più esposti alle condizioni di bisogno e di disagio che un siffatto sistema di prestazioni e servizi si propone di superare perseguendo una finalità eminentemente sociale”.

È agevole comprendere, allora, come il precetto “incriminato” risultasse in palese contraddizione con lo stesso spirito della disciplina legislativa, le cui pregevoli finalità e suggestive disposizioni di principio, che ne costituiscono l’incipit, sarebbero apparse dotate di mero carattere dichiarativo e sminuite dalla norma in questione (con la caducazione della quale il problema sembrerebbe oggi risolto). In tal senso, infatti, sembrava violato il “limite di ragionevolezza imposto dal rispetto del principio di uguaglianza (art. 3 Cost.)”.

In conclusione, allora, non par dubbio che la sentenza in discorso abbia offerto un contributo di non scarso rilievo per la tutela dei diritti dei cittadini extracomunitari, equiparando – o comunque di molto avvicinando – la posizione di questi ultimi a quelli comunitari, essendo assai odiosa una discriminazione, che pure la legge operava, basata su condizioni personali e sociali. Non vi è chi non veda, allora, e senza tema di enfasi, che quello di recente operato dalla Consulta appaia un significativo passo in chiave di integrazione tra coloro, di diversa nazionalità e finanche continente, che abitano il nostro Paese; a tal proposito, non sembra eccessivo ritenere che interventi come quello ora riportato possano tradursi, esponenzialmente, in un avvicinamento tra popoli e culture e, in generale tra nazioni, che non può che giovare – come ulteriore effetto positivo – alla più generale causa dell’avvicinamento tra gli ordinamenti in un mondo globale quale quello che viviamo, in cui le barriere sono ormai in gran parte abbattute, i diversi sistemi giuridici fra loro dialoganti e ove la salvaguardia dei diritti inviolabili reclama di essere inverata nell’esperienza in modo uniforme e concreto [in tema di globalizzazione, tra i molti altri, v. almeno U. Beck, Che cos’è la globalizzazione. Rischi e prospettive della società planetaria (1997), trad. it, Roma 2009; A. Baldassarre, Globalizzazione contro democrazia, Roma-Bari 2001 e S. Cassese, Lo spazio giuridico globale, Roma-Bari 2003].

Alberto Randazzo

(Università di Messina)

Foto | Flickr.it

 

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