Novità in tema di democrazia paritaria: per il Tar Lombardia è sufficiente la presenza anche di una sola donna nella Giunta regionale

La sentenza del Tar Lombardia, sez. I, del 4 febbraio 2011 riveste una particolare importanza per un tema di stretta attualità culturale, sociale e giuridica, quale la partecipazione delle donne alla politica.

Il casus deciso dal giudice amministrativo prende le mosse dall’impugnazione di alcuni decreti di nomina del Presidente della Giunta regionale lombarda, i quali avevano dato vita ad una composizione della Giunta chiaramente sbilanciata: 15 assessori di sesso maschile ed una sola di sesso femminile.

Scopo dei ricorrenti era, quindi, quello di ottenere lo scioglimento della Giunta.

A sostegno del ricorso, gli istanti invocavano la lesione dell’art. 51 della Costituzione (“Tutti i cittadini dell’uno e dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge”) e degli artt. 11 e 25 dello Statuto della Regione Lombardia.

Il Collegio giudicante ha rigettato il ricorso, osservando come “in considerazione dello stadio in cui versa attualmente il processo di promozione dell’effettiva democrazia paritaria tra uomini e donne nell’accesso agli uffici pubblici ed alla luce del quadro normativo allo stato vigente, non possa pervenirsi a una dichiarazione di illegittimità della formazione della Giunta regionale siccome composta da un solo assessore di sesso femminile”.

La decisione prende le mosse da una ampia ricostruzione della giurisprudenza costituzionale in tema; vengono, difatti, richiamate le sentenze nn. 422/1995, 49/2003 e 4/2010.

Il giudice amministrativo osserva preliminarmente che “il modello delineato dall’Assemblea costituente (…) pur postulando il principio generale di eguaglianza sostanziale fra uomini e donne nella vita sociale, culturale e politica e dunque anche nell’accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive, non garantisce la composizione equilibrata di entrambi i sessi negli organi collegiali”.

Nella sentenza n. 422/1995, più in particolare, il giudice delle leggi ha osservato che “è da escludere che una disposizione di legge che imponga, riguardo alla presentazione delle candidature alle elezioni, una riserva di quota in ragione del sesso dei candidati, seppure formulata in modo per così dire “neutro”, nei confronti sia degli uomini che delle donne, possa trarre legittimazione dal principio di eguaglianza sostanziale sancito dall’art. 3, secondo comma, Cost.. Certamente tra le cosiddette “azioni positive” intese – in attuazione di tale principio – a “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la liberta’ e l’eguaglianza dei cittadini impediscono il pieno sviluppo della persona umana e la effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, vanno comprese quelle misure che, in vario modo, il legislatore ha adottato per promuovere il raggiungimento di una situazione di pari opportunita’ fra i sessi: ultime tra queste quelle previste dalla legge 10 aprile 1991, n. 125 (azioni positive per la realizzazione della parita’ uomo-donna nel lavoro) e dalla legge 25 febbraio 1992, n. 215 (azioni positive per l’imprenditoria femminile). Ma se tali misure legislative, volutamente diseguali, possono certamente essere adottate per eliminare situazioni di inferiorita’ sociale ed economica, o, piu’ in generale, per compensare e rimuovere le diseguaglianze materiali tra gli individui (quale presupposto del pieno esercizio dei diritti fondamentali), non possono invece incidere direttamente sul contenuto stesso di quei medesimi diritti, rigorosamente garantiti in egual misura a tutti i cittadini in quanto tali. In particolare, in tema di diritto all’elettorato passivo, la regola inderogabile stabilita dallo stesso Costituente, con il primo comma dell’art. 51, e’ quella dell’assoluta parita’, sicche’ ogni differenziazione in ragione del sesso non puo’ che risultare oggettivamente discriminatoria, diminuendo per taluni cittadini il contenuto concreto di un diritto fondamentale in favore di altri, appartenenti ad un gruppo che si ritiene svantaggiato”.

Con la sentenza n. 49/2003, invece, la Corte costituzionale ha affermato che “la norma che prescrive che le liste elettorali per l’elezione del Consiglio regionale della Valle d’Aosta debbano comprendere, a pena di invalidità, candidati di entrambi i sessi, costituisce una legittima espressione sul piano legislativo dell’intento di realizzare la finalità promozionale espressamente sancita dallo statuto speciale in vista dell’obiettivo di equilibrio della rapprsentanza, senza che ciò incida in alcun modo sui diritti dei cittadini, sulla lbertà di voto degli elettori e sulla parità di ‘chances’ delle liste e dei candidati e delle candidate nella competizione elettorale, né sul carattere unitario della rappresentanza elettiva. Non è, pertanto, fondata la questione di legittimità costituzionale degli articoli 2, comma 1, e 7, comma 1, della legge regionale della Valle d’Aosta 13 novembre 2002, n. 21, già modificata dalle leggi regionali 11 marzo 1993, n. 13 e 1° settembre 1997, n. 31, e della legge regionale 19 agosto 1998, n. 47, sollevata, in riferimento agli articoli 3, primo comma, e 51, primo comma, della Costituzione”.

Nella sentenza n. 4/2010, si legge, infine, che “non è fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 4, comma 3, della legge della Regione Campania 27 marzo 2009, n. 4 – il quale prevede la cosiddetta “preferenza di genere” – promossa in riferimento agli artt. 3, 48 e 51 della Costituzione. L’espressione della doppia preferenza è meramente facoltativa per l’elettore, il quale ben può esprimerne una sola, indirizzando la sua scelta verso un candidato dell’uno o dell’altro sesso. Solo se decide di avvalersi della possibilità di esprimere una seconda preferenza, la scelta dovrà cadere su un candidato della stessa lista, ma di sesso diverso da quello del candidato oggetto della prima preferenza. Nel caso di espressione di due preferenze per candidati dello stesso sesso, l’invalidità colpisce soltanto la seconda preferenza, ferma restando pertanto la prima scelta dell’elettore. Ne discende che la regola censurata non è in alcun modo idonea a prefigurare un risultato elettorale o ad alterare artificiosamente la composizione della rappresentanza consiliare. Pertanto, non vi sono, in base alla norma censurata, candidati più favoriti o più svantaggiati rispetto ad altri, ma solo una eguaglianza di opportunità particolarmente rafforzata da una norma che promuove il riequilibrio di genere nella rappresentanza consiliare”.

La richiamata giurisprudenza costituzionale, ad avviso del Tar giudicante, escluderebbe meccanismi “costrittivi”, considerando costituzionalmente legittimo un intervento della legge in funzione esclusivamente “promozionale”.

Le disposizioni dello Statuto regionale lombardo invocate non valgono, inoltre, a costituire parametro di legittimità nella fattispecie in esame, stante l’efficacia non precettiva della parte “eventuale” di questi ultimi (cfr. Corte cost. sentt. 378 e 379/2004).

Andrea Lollo

(Università “Magna Graecia” di Catanzaro)

Foto | Flickr.it

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Giunta regionale, Giurisprudenza amministrativa, Pari opportunità, Regione Lombardia e contrassegnata con , , . Contrassegna il permalink.