[Corte cost., n. 191/2011] Il “prelievo venatorio”, in Liguria, ancora sotto la lente della Corte

Il “prelievo venatorio” (“volgarmente” parlando: la caccia) si conferma “croce e delizia” per la Regione Liguria. Essa, infatti, v’è da credere, è certamente “una delizia” per chi la pratica e per chi in qualche modo beneficia del suo “indotto”: costoro (che in territorio ligure sono più di ventisettemila) assai difficilmente rinuncerebbero a svolgere le loro “battute” (specie al cinghiale e alla migratoria…) nei nove ambiti territoriali e nei due comprensori alpini presenti nella Regione; mentre tutto lascia pensare che, talvolta, molta parte delle loro “propensioni politiche” e soprattutto di voto finiscano col dipendere dalla capacità di chi li rappresenta e governa di assecondare questa loro viscerale passione. Anche per questo, la caccia si sta rivelando, come si diceva, ormai da qualche tempo, altresì “una croce” per gli stessi organi di governo della Regione, risultando, proprio il caso della Liguria, emblematico della difficoltà – acuitasi all’indomani della riforma del Titolo V, in ragione dell’estrema “fluidità” e “trasversalità” della materia “ambiente” (ex art. 117, comma 2, lett. s) Cost.), – per il legislatore regionale di conciliare tali tradizioni “ancestrali” con l’irrinunciabile valore della tutela della fauna.

Ciò ha significato, in concreto, la pratica impossibilità (politica) di porre mano a qualche disciplina regionale in grado di rispettare la normativa statale  contenuta nella l. 11 febbraio 1992, n. 157, con cui è stata recepita la direttiva 79/409/CEE del Consiglio, del 2 aprile 1979 (concernente la conservazione degli uccelli selvatici).

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